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Documento del: 01/12/2009
Fonte: CEI
Notiziario
dell'Ufficio Catechistico Nazionale
n. 6
dicembre 2001 Anno XXX
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Presentazione
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Indice
Notiziario Ufficio Catechistico Nazionale - n. 6 - Anno XXX - dicembre 2001
CORSO FORMATIVO «La strada e la bottega» Strumenti e tecniche di sensibilizzazione comunitaria all'accoglienza delle persone disabili Montesilvano (PE), 6-9 settembre 2001 Apertura del Corso Don Walter Ruspi Linee e finalità del Settore Nazionale Annamaria Zaramella Disabilità e handicap Dott. Corrado Dastoli La sordità: suggerimenti metodologici Padre Vincenzo Di Blasio Comunità e diversità Don Giuseppe Morante Lavori in corso... Dott. Francesco Pieroni Alcune sintesi dei gruppi esperienziali e applicativi «Il mercatino dell'usato»: Esercitazione-lavori di gruppo LA SORDITÀ Introduzione pastorale-catechetica Don Giuseppe Morante Comunicare con i sordi P. Vincenzo Di Blasio PISTE DI RIFLESSIONE PER I GRUPPI IL DISTURBO CON DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITÀ PRESENTAZIONE DI ESPERIENZE E ASSOCIAZIONI RELAZIONI CONCLUSIVE DEI GRUPPI DI LAVORO
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SEMINARIO DI STUDIO L'iniziazione cristiana 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni. Presentazione della seconda parte della Guida per attuare un itinerario di sperimentazione Roma, Bonus Pastor, 25 settembre 2001 Programma del Seminario Presentazione della Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi don Walther Ruspi Il percorso educativo catecumenale. Una guida per un modello globale di iniziazione cristiana. don Andrea Fontana Prima fase del cammino catecumenale della Parrocchia di Mattarello Don Antonio Brugnara
CONSULTA UCN Roma, 17 ottobre 2001
Verbale
NOTIZIE DAL SETTORE APOSTOLATO BIBLICO "Come potrei capire, se nessuno mi istruisce?" Iniziative per la conoscenza e la pratica della Bibbia nelle comunità cristiane Don Cesare Bissoli VII Corso per Animatori Biblici: La forza del Vangelo per la salvezza di chiunque crede" La Verna (AR), 23-28 luglio 2001 Relazione conclusiva
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CORSO FORMATIVO
«La strada e la bottega»
Strumenti e tecniche di sensibilizzazione comunitaria all'accoglienza delle persone disabili Montesilvano (PE), 6-9 settembre 2001
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Apertura del Corso
Don Walter Ruspi Direttore dell'Ufficio Catechistico Nazionale
Innanzitutto un saluto a tutti voi, che sento doveroso rivolgere, mentre siete convenuti a questo appuntamento che da parte del Settore del nostro Ufficio Catechistico sta diventando un appuntamento più che tradizionale. È un servizio che vuole offrire, ma nello stesso tempo è anche una grande occasione di gioia per rivedere persone che di anno in anno ci accompagnano attraverso questa attenzione. Io non ho molte cose da dire, perché, essendo anche il primo anno del mio cammino come Responsabile dell'Ufficio Catechistico Nazionale, propriamente in alcuni ambiti del lavoro dell'Ufficio o di determinate competenze, mi sento un po' come una persona che fa i primi passi. Anch'io sono un po' sulla strada. Però voglio tenere davanti a me e vorrei porre davanti alla vostra attenzione, proprio queste due parole che caratterizzano il nostro incontro: la strada e la bottega. Ho pensato a queste due parole che hanno preso un poco figura, un poco immagine, attraverso un richiamo, una vicinanza evangelica. Innanzitutto, la strada mi ha richiamato non solo persone che sulla strada si trovano a dover percorrere lo stesso percorso, frettolosamente o più lentamente. Ma, la strada mi ha richiamato un particolare modo di stare vicino, di fare gruppo, di far compagnia. Ed è stato proprio il richiamo evangelico di Gesù che si avvicina ai due discepoli di Emmaus. In quella pagina del Vangelo, Luca, quando parla di Gesù che cammina lungo la strada con quei due discepoli usa un verbo che dice di più che stare in uno stesso posto, che andare in una comune direzione. Dice: Si mise al passo dei due (Lc 24,15). Ecco, mi sembra, innanzitutto, che questo nostro incontrarci, portare come titolo «La strada», sia questo comune desiderio, questa sentita volontà di stare al passo insieme gli uni degli altri. La seconda parola è «La bottega». Anche questa ha una forte risonanza evangelica. Quando parliamo di bottega non banalizziamo mai, se vogliamo un puro luogo di rapporti e di scambi commerciali. Ma la bottega è «andare a bottega», potremmo dire. Era il luogo di un grande apprendistato, era un laboratorio, specie quando la bottega era la bottega di un artista, di un pittore, di uno scultore. I nostri artisti rinascimentali «andavano a bottega» da un grande maestro. Anche noi abbiamo questa parola in questi giorni. E la bottega a me richiama quella di Matteo, che «era a bottega», era là, sul tavolo e svolgeva il compito di riscuoter tasse. Forse il lavoro non era troppo artistico, ma «era a bottega». E a lui si avvicina Gesù e Gesù gli dice: Seguimi! (Mc 2,14). Ecco, che queste giornate ci facciano anche sentire, ciascuno per la nostra parte, ciascuno per quella responsabilità che ci portiamo, che c'è una vicinanza, c'è un vivere in questo momento una situazione di bottega - potremmo dire - dove l'elemento determinante è che il Signore viene a trovarci e ci dice: Seguimi! Cioè: Cogli quella domanda che io pongo nel tuo cuore. E per questo iniziamo pregando insieme, perché ci sia dato di stare al passo gli uni con gli altri e di poter sentire questa voce di compagnia che è quella del Signore.
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Linee e finalità del Settore Nazionale
Annamaria Zaramella Coordinatrice del Settore della catechesi dei disabili presso l'Ufficio Catechistico Nazionale
Un cordiale benvenuto e saluto a ciascuno. Vi ringrazio per essere venuti e per aver accolto il nostro invito. In questa occasione vedo dei volti noti, persone che avevo già conosciuto nei precedenti incontri e vedo anche dei volti nuovi. Questo sta a indicare l'interesse e l'impegno che si vive nella Chiesa. Ringrazio tutti, i rappresentanti delle diocesi e chi nella diocesi ha il compito di responsabilità e mette il proprio impegno nel nostro Settore, ed anche i rappresentanti di associazioni che hanno voluto rispondere al nostro invito e venire per farci partecipi della loro esperienza e dei loro contributi che saranno senz'altro molto importanti. Tutto questo ci dice che la Chiesa, nonostante le fatiche che ciascuno di noi vive, è e desidera essere sempre più una comunità che conosce, che accoglie, accoglie tutti, che ama e che vive la comunione. Grazie ancora, a nome anche dell'Ufficio Catechistico e del Settore Nazionale che segue la catechesi dei disabili, e di tutti i collaboratori che collaborano con noi. Ci ritroviamo anche quest'anno per lavorare insieme tra di noi, per uno scambio e un confronto che ci deve arricchire e stimolare, per ritornare poi nei nostri rispettivi ambienti di provenienza con uno sguardo rinnovato e anche rinfrescato nelle nostre convinzioni di base, per vedere nell'altro, anche se è diverso da me, una risorsa e un'occasione per la crescita comune. Credo che la catechesi, prima ancora che un insegnamento sia una esperienza da fare, una esperienza di fede che vuole farsi annuncio di un dono gratuito che è per tutti, il Dono portato da Gesù; e poi una esperienza di Chiesa vissuta come un ambito di comunione, un ambito di reciprocità, dove la diversità deve diventare una ricchezza e una risorsa comune. Nell'esperienza di lavoro in questi anni presso l'Ufficio Catechistico devo dire che, appunto, in un decennio circa, da quando è sorto il Settore, è cresciuta l'attenzione alla realtà della disabilità; c'è una lieve, ma continua maturazione nella comunità ecclesiale, anche se i tempi spesso sono lenti e i risultati a volte sono poco quantificabili. A volte, magari le cose vengono fatte, ma non vengono documentate e non vengono comunicate, per cui l'occasione di questi corsi, di questi incontri nazionali vuole essere anche un'occasione per far circolare maggiormente la conoscenza e quindi anche rinfrancarci un po' nel nostro cammino e nel nostro impegno. Attualmente, secondo i dati che abbiamo all'Ufficio, 77 Diocesi su 226 hanno un ambito operativo o almeno una attenzione o un referente che si occupa della promozione, della cura e la fede delle persone disabili, chi con équipe, con commissioni oppure con singoli operatori. Però, se ci guardiamo in faccia, in un corso nazionale come questo, i rappresentanti delle diocesi sono piuttosto pochi. Questo non deve scoraggiarci, ma deve anche un po' stimolarci, magari a farci promotori verso gli altri. All'UCN vengono segnalate diverse iniziative sia di formazione nell'ambito della diocesi, come momenti di incontri, oppure esperienze, lavori che vengono fatti, degli approfondimenti e anche iniziative di scambio e di programmazione tra le diocesi stesse. Ultimamente - è un po' il frutto dell'ultimo Corso, Fiuggi 2000 - a livello di diocesi si sta attivando anche un'intercomunicazione che è volta poi a una programmazione comune. Si sta costituendo una specie di Gruppo interdiocesano che vuole approfondire questo tema della catechesi dei disabili e dare l'apertura a una maggiore partecipazione. Sono qui presenti anche alcuni amici che stanno lavorando in questo ambito, come Stefano, Rosa e altri che conosceremo in questi giorni; magari, poi ci presenteranno più in dettaglio questo progetto al quale si sta lavorando, non per togliere le persone dalla propria diocesi, ma per unire maggiormente le forze e creare una rete di comunicazione e di collaborazione. 7

Quindi, dobbiamo partire da un dato positivo: nella Chiesa c'è un desiderio di attenzione alla persona e di crescita, però c'è anche poi, a volte, la difficoltà di attualizzare questi desideri. In alcune zone c'è maggiore sensibilità, maggiore apertura e anche maggiori risorse da investire, invece altrove c'è più indifferenza, silenzio, a volte esclusione. Capita ancora, di sentire situazioni nelle quali i bambini portatori di disabilità vengono difficilmente accettati, anche a livello poi di celebrazione dei sacramenti. Devo dire che anche con il Giubileo c'è stato un rinnovato slancio di spiritualità, di preghiera e quindi una maggiore apertura alla dimensione comunitaria, soprattutto con l'esperienza del Giubileo della Comunità per Disabili che si è celebrate, il 3 dicembre scorso. Si è sottolineata una maggiore apertura anche nella Chiesa, almeno a livello di principio, enunciato e dichiarato davanti a tutti. Il Papa ha detto: «La Chiesa vuole essere casa accogliente per tutti». E allora anche noi ci agganciamo a questo proposito per vedere come possiamo sperimentare e progettare meglio questa accoglienza. E questo vuol essere un invito per tutti, perché tutte le comunità si aprano a questa dimensione di accoglienza. Ecco allora che noi ci inseriamo con questo Corso che vuole essere in continuità con il corso precedente, quello di Fiuggi che aveva trattato, appunto: «La formazione al rapporto con i portatori di handicap». Ed ecco perché è anche importante la continuità di coloro che hanno già partecipato e che ritornano per continuare il discorso, aprendolo alla conoscenza e alla collaborazione di altri che si stanno inserendo. Quest'anno si vuole puntare soprattutto l'aspetto sull'accoglienza, focalizzando l'attenzione anche su alcune disabilità specifiche. Mentre l'anno scorso avevamo parlato un po' in generale, un po' di tutto per fare come un cappello introduttivo e cominciare a introdurci e a riflettere in questo ambito, quest'anno vogliamo puntare maggiormente l'attenzione su alcune disabilità specifiche. Questo non vuol dire che vogliamo escludere a priori qualsiasi accenno o discorso su altre tematiche. Però, per non disperdere energie vogliamo sottolineare soprattutto alcuni ambiti, cercando anche di dare poi delle indicazioni concrete a livello operativo per un approccio diversificato nei rispettivi ambiti. Questo lavoro vuole essere soprattutto uno scambio reciproco, un confronto e una ricerca comune. Quindi, sarà un lavoro molto attivo in cui ciascuno di noi verrà coinvolto direttamente per poter trarre poi le risposte o anche far emergere le domande che ci interpellano nel profondo, rispetto a questo impegno. Come Settore Nazionale, in questi ultimi anni vogliamo sottolineare questa dimensione di un lavoro concreto, per evitare che si tratti solamente di ascolto e di ricezione, ma sia invece un lavoro che parta anche da noi e che ci aiuti ad esprimere le nostre risorse per un arricchimento comune. Il lavoro di questo Corso si pone allora all'interno delle finalità che il nostro Settore Nazionale persegue: la sensibilizzazione sulla tematica della disabilità e dell'educazione alla fede, quindi far circolare i discorsi, porre l'attenzione, stimolare gli ambiti, perché si arrivi a questa attenzione specifica, sempre nell'ambito però della comunità, nell'ambito ecclesiale, perché deve essere vissuto come una tensione particolare, ma non separata da quella che è la realtà. E poi anche l'altro aspetto che è quello della formazione degli operatori e dei responsabili diocesani, perché a loro volta si facciano portatori di questa sensibilità nella loro comunità locale e quindi animatori e promotori di una cultura che sia attenta alla persona, vista nella sua dimensione di globalità, non solo considerata come un destinatario di un intervento, (cioè io, la «Chiesa» che mi impegno e dò), ma anche come soggetto attivo portatore di valori (sempre per sottolineare questa dimensione di reciprocità). Bisogna un po' superare la visione volontaristica del dare all'altro, ma renderci partecipi gli uni del cammino dell'altro e anche fare maturare questa sensibilità all'interno delle nostre comunità ecclesiali. La catechesi si basa sull'annuncio di un messaggio che non è fatto solo di parole. Infatti il Vangelo dice l'incontro con una Persona che è Gesù, il Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza, per vivere la sua vita insieme a noi e per farci partecipi della sua vita divina. Questo sta ad 8

esprimere una dimensione globale di vita che è appunto una dimensione di relazioni, di scambio, di dono e accoglienza di questo dono stesso. Perciò, pensare anche alla catechesi dei disabili non significa pensare a qualcosa di distaccato o inventare chissà quali tecniche; a volte, c'è anche un po' il timore o la prevenzione. Si pensa che sia una cosa talmente «specialistica» e allora si fa fatica ad affrontare. È vero che occorre anche la conoscenza e la specializzazione, però è importante soprattutto pensare a come vivere un'esperienza di incontro con il Signore; quindi a fare emergere le verità fondamentali della salvezza e a cercare poi di riflettere su di esse per trarre delle linee vive e essenziali per la vita e far passare tutto questo nella catechesi, nell'incontro con l'altro. La dimensione di Chiesa che viviamo quotidianamente non solo negli incontri formativi, ma anche nella liturgia, nella preghiera e nella vita di fraternità. Quindi vogliamo porre la nostra attenzione alla catechesi come l'annuncio di gioia per un incontro da celebrare nella dimensione comunitaria. Infatti la salvezza che si riceve individualmente, perché ciascun battezzato è inserito individualmente nella Chiesa, si vive in una dimensione comunitaria, perché il Signore ha donato la sua vita per tutti. E allora è importante la cura della vita di ogni persona nella sua dimensione globale, perché possa inserirsi e sperimentare questa dimensione comunitaria. A questo proposito, come Ufficio Nazionale stiamo anche elaborando la stesura di un documento che vuol essere una Nota pastorale su «La comunità cristiana e l'accoglienza dei cristiani in situazione di handicap». Come spesse volte viene segnalato anche dalle famiglie, i maggiori problemi che riguardano i disabili, oltre alla difficoltà di accoglienza nella comunità, riguarda a volte anche oggi la celebrazione dei sacramenti. Vengono segnalati diversi motivi: o la scarsa preparazione dei catechisti per affrontare questi percorsi o anche la svalutazione delle capacità di comprensione della persona disabile; ci si chiede, magari, se il disabile è veramente consapevole dell'importanza e della dignità del sacramento. È un discorso molto delicato, ma non dobbiamo dimenticare che la comprensione non è solo una realtà razionale, di logica, di intelligenza a livello teorico, ma la comprensione implica anche tutto un aspetto di interiorità, di sensibilità della persona, la dimensione di un rapporto che ciascuno personalmente ha con Dio e che magari non sempre è quantificabile. Perciò, la comunità deve farsi carico della crescita nella fede di tutti, anche di quelli che magari a prima vista non ne sarebbero degni o vengono ritenuti in uno stato inferiore e dare proprio a tutti quei doni di grazia che il Signore ha lasciato gratuitamente perché possa crescere nella propria vita spirituale. Ecco, allora, che con l'impegno di questo documento vogliamo dare un aiuto anche alla comunità, e una guida a chi è responsabile della pastorale, perché cresca la consapevolezza su questa realtà della disabilità; vengono date delle indicazioni anche su diverse modalità di approccio a questa realtà e sottolineato il percorso dell'iniziazione cristiana, come un dono da vivere in pienezza, quindi con tutta la ricchezza dei sacramenti. Il lavoro di questi giorni, come è stato annunciato nel programma e del Corso e come verrà naturalmente esplicitato dai nostri conduttori che ci accompagneranno in questo cammino, vuole portarci a maturare una maggiore conoscenza di alcune disabilità dal punto di vista tecnico, ma tenendo sempre presente la globalità della persona, e a progettare alcune iniziative catechistiche sul tema dell'accoglienza nella vita comunitaria. La finalità è proprio pratica: dobbiamo impegnarci ad investire le nostre risorse per poter realizzare anche questo compito, un contributo da portare poi nel nostro bagaglio personale e da comunicare agli altri, in modo tale che tutta l'esperienza della catechesi e della vita ecclesiale ne venga arricchita. Rinnovo ancora i ringraziamenti per tutti voi e per quello che fate negli ambiti in cui operate. Quello che auguro a ciascuno di noi è che in questo duplice percorso di strada e di bottega, in cui ci sentiremo accompagnati dalla presenza del Signore che cammina con noi e che anche ci manda, riusciamo a renderci sempre più consapevoli che il dono della fede non è di nostra proprietà, ma proprio perché «dono» richiede di essere accolto e fatto fruttificare per noi e per gli altri.
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Disabilità e handicap Dott. Corrado Dastoli Psichiatra presso l'Istituto S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Roma
Mi sembra che le parole dette da don Walter e cioè «trovare il passo, fare un pezzo di strada insieme» possono un po' riassumere il senso di queste parole che vado a dire. Mi pare che sia utile condividere brevemente quello che io vedo e che già è il nostro modo di vedere questi aspetti, queste tematiche. Condividere vuol dire anche utilizzare in modo condiviso dei concetti. I concetti hanno dietro un cammino, un'elaborazione. Allora, anche la scelta dei termini e delle parole che hanno trovato nella redazione del programma la loro collocazione sono il frutto di un cammino. Noi ci interessiamo di comprendere meglio qualche cosa su quella che chiamiamo la disabilità. Ora, in particolare, il mio mestiere mi fa interessare delle disabilità mentali. Faccio parte del Gruppo di lavoro nazionale presso l'Ufficio Catechistico, nel portare l'approfondimento della tematica della disabilità mentale. Noi usiamo la parola disabilità come una scelta rispetto ad altri termini che sono stati ormai - diciamo così - definiti formalmente in modo condiviso anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, che distingue l'infermità, la disabilità e l'handicap. È infermità una mancanza, una perdita di strutture o funzioni corporee; quindi siamo nel campo di tematiche di ordine medico, laddove rispetto a una salute fisica si riscontra una qualche insufficienza e anormalità. Ora, quando questa infermità produce una difficoltà o una inadeguatezza nella capacità di svolgere una certa attività, noi parliamo di una disabilità. La disabilità diventa handicap quando una persona che ha una difficoltà a svolgere una attività resta indietro rispetto allo stare insieme, rispetto alla vita comune, alla vita sociale; resta indietro riguardo all'autonomia, riguardo alla possibilità di stare con gli altri, di avere un ruolo, di essere protagonista insieme con gli altri. Allora, questo ambito e questo stare indietro è un qualcosa di secondario, è il portato di una organizzazione sociale che esclude. Allora, direi che noi riconosciamo che il termine portatore di handicap è in qualche modo un torto, addirittura un paradosso, perché tutt'al più chi ha una disabilità è un trovatore di handicap, cioè uno che trova una serie di svantaggi e questi svantaggi gli sono in qualche modo caricati addosso. Vorrei aggiungere una cosa: noi sappiamo che spesso scatta una dinamica, per cui quando l'organizzazione sociale prevede che qualcuno, in qualche modo è atteso di essere inadeguato, questa profezia poi si auto-avvera. Quando, in qualche modo nella scuola si scrive di qualcuno: «Questo non andrà bene», per una forma di pregiudizio questa attesa, questa aspettativa negativa si auto-avvera. Queste dinamiche di esclusione sono le dinamiche dell'handicap. È chiaro che occuparsi di disabilità vuol dire, in qualche modo, superare l'attesa. Uso le parole di una canzone, perché mi piacciono, le trovo simpatiche. Diceva Giorgio Gaber in una canzone che «Libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un'opinione. Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Questo ritornello sta a dire che l'autonomia, la capacità di essere se stessi è in funzione di un poter fare una strada assieme. Allora, il nostro compito è quello di riflettere e riconoscere anche in noi dei pregiudizi che possiamo avere e trovare delle modalità utili di convivenza e di vita comune. A questo punto, due brevi riflessioni. È chiaro che abbiamo avuto consapevolezza di tanti pregiudizi che ci sono stati. Io leggevo una nota, che scriveva qui, tanti anni fa, a proposito anche del tono un po' mesto di tutti i discorsi che riguardano i disabili... Mi sembra una bella scoperta l'aver inventato il termine diversabili. È una novità, una parola che forse è più una provocazione. Diversabili per significare la ricchezza della diversità. E questo credo che sia importante. Però, a fianco di questo, dico l'ultimo concetto. Mi è capitato un fatto che mi ha portato a riflettere. Io lavoro come consulente in un Consultorio dell'Università Cattolica di Napoli. Ho 10

seguito per un po' di tempo una coppia e poi una famiglia. In questa coppia c'erano dei disaccordi coniugali grossi. Questi due coniugi avevano due figlioli. La cosa particolare era questa: il papà, il marito si presentava con una anormalità delle mani. Era assente delle dita e aveva una conformazione con la quale poteva avere una funzione prensile, ma senza la presenza delle dita. Questa condizione era stata trasmessa a tutti e due i figli maschi. Questi ragazzi erano identici, con questa situazione. Era una cosa vistosa nella sua presentazione. Solo che la coppia non parlava di questo problema. C'erano grossi problemi di conflitto coniugale e di educazione dei ragazzi. All'inizio, io posi questo discorso, anche per cercare di conoscerci, anche perché noi avevamo una bravissima consulente genetista che si occupava in particolare di questi problemi. Per tutta risposta la mamma mi dette delle fotografie dei suoi bambini, quando erano piccoli, in cui le mani non si vedevano: «Faccia vedere queste fotografie alla dottoressa, così conosce i bambini». Io, quasi mi vergognai di aver posto questo discorso. Mi dissi: Se non è un problema per loro non devo essere io a imporgli una riflessione su questo. Siamo andati avanti e a un certo momento, quando venne fuori il problema che uno di questi due ragazzi si era fidanzato, il padre mi disse: «Io devo fare un colloquio personale, perché ho un grosso problema». «Venga da solo», risposi. Venne da solo per dirmi che questo figliolo si era fidanzato con una ragazza la quale aveva una malattia dermatologica e lui si chiedeva se questa malattia dermatologica fosse trasmissibile. Dietro questa cosa così angosciosa mi è sembrato di rendermi conto che c'era tutto un rimosso. In questo lungo dialogo che abbiamo avuto che è andato avanti un anno, un anno e mezzo non eravamo riusciti a parlarci francamente. Mi sembra di poter dire che a volte c'è una scotomizzazione di alcuni problemi. La scotomizzazione vuol dire che non si vede qualche cosa che deve essere visto. In termini psicologici diciamo: una rimozione, cioè certe cose che ci sono uno fa finta di non vederle, ma da qualche altra parte invece vengono fuori. In qualche modo, questa è una forma di rifiuto riguardo a quella che invece è una vera accoglienza che vuol dire riconoscere le realtà. Allora, in questo senso anche la scelta di focalizzarci su alcuni temi specifici che saranno la condizione di non udente (la sordità), e una condizione molto particolare che è di gran moda che è il cosiddetto deficit di attenzione con iperattività (una condizione molto frequente), vuol dire scegliere dei temi specifici, dei temi connotati in un bisogno di essere riconosciuti nella loro particolarità, perché ci sembra che questa sia una necessità per accoglierci veramente, cioè scendere nella natura concreta delle diverse condizioni. Tutto questo assolutamente nello spirito di conoscerci bisognosi gli uni degli altri, capaci di essere pienamente noi stessi solo se riusciamo ad aiutarci l'un l'altro, in una dimensione di scambio e di reciprocità. Questo spirito è quello che vuole animare il doppio livello del nostro lavoro di questi quattro giorni. Mi fermo qui. Io presenterò dopo domani i confini e i contenuti della condizione che chiamiamo disturbo con deficit dell'attenzione e iperattività. Invece Padre Di Blasio sarà l'esperto e ci dirà qualcosa, presentandosi, della giornata di domani sulla sordità.
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La sordità: suggerimenti metodologici Padre Vincenzo Di Blasio Insegnante specializzato presso l'Istituto G. Gualandi di Bologna
Della sordità, Don Morante ha preparato già una relazione piuttosto vasta. Io mi collegherei alla sua relazione per scendere un po' più sul pratico di chi vive con i sordi e quindi può dare delle indicazioni su come non spaventarsi incontrando un sordomuto. Una cosa è parlare di un sordo e un'altra è di un sordomuto, ma ci sono varie sfumature che poi sfumature non sono, perché ogni tipo di sordità comporta un atteggiamento differente. Mi fermerei soprattutto a dare qualche indicazione su come comportarsi, quando si ha davanti un sordo cosiddetto preverbale, che nei termini più antichi si chiamava sordomuto, cioè quel sordo che ha avuto questo deficit di udito prima dell'acquisizione del linguaggio. Non avendo l'udito, evidentemente ha trovato molta difficoltà a sviluppare il linguaggio orale o verbale, quello usato da noi. Ho raccolto alcuni suggerimenti. Dico che in genere per consentire ai cosiddetti sordomuti (altri li chiamano audiolesi, ci sono tanti termini), di comunicare con noi che non siamo sordi, e a noi che siamo udenti di comunicare con i sordi è necessario avere prima di tutto la coscienza di avere davanti una persona, identica a noi, una persona che è capace di comunicare e partecipare alla nostra vita, specialmente se lo trattiamo in una maniera fraterna. Il sordo si accorge subito se è accettato o se è rifiutato. Giustamente, è stato ricordato che bisogna mettersi accanto alla persona in difficoltà e camminare con lei. Con il sordo bisogna fare qualche cosa di più: non mettersi al lato, ma metterglisi di fronte. Pensate di camminare con una persona non essendo a lato suo, ma di fronte a lui, camminare un pochettino a ritroso: che difficoltà c'è! In effetti, la comunicazione con il sordo grave è molto difficile, ma non impossibile. Ricordiamo che c'è una multiforme varietà di sordità. La sordità è un difetto o una mancanza di udito, ma che non si manifesta apertamente, tanto è vero che spesse volte si chiama l'handicap invisibile. La persona sorda non è riconoscibile facilmente. Lo riconosciamo soltanto al momento in cui lui tenta di comunicare con noi o in cui noi tentiamo di comunicare con lui. Il sordo però lo incontriamo molto facilmente nella nostra vita, tenendo presente che i sordi gravi sono nella percentuale dell'1 ; le persone che hanno difficoltà di udito grave possono essere sui 400.000. Ma le persone, come molti anziani, che hanno dei difetti, dei fastidi di udito in Italia arrivano anche oltre i 4 milioni. Il sordo evidentemente non sente, non ode e allora psicologicamente, spesso se non sempre, ha la sensazione di rimanere al margine, di camminare con gli altri, ma di non essere preso in considerazione. Difficilmente lui stesso si manifesta, tenta di rimanere nel suo isolamento, nel suo silenzio. Pensate, che mentre noi possiamo ascoltare contemporaneamente i rumori di sottofondo, la musica, il canto, la voce di più persone, stabilendo con facilità nel contempo la direzione e la provenienza di ogni suono, il sordo invece è completamente isolato e cerca di capire cosa avviene attorno a lui guardando il comportamento - è importante questa osservazione - e specialmente le espressioni facciali degli altri. Mi ricordo che negli anni del mio insegnamento, specialmente quando erano in vigore i Corsi di specializzazione monovalenti si davano delle direttive ben precise: dicevamo che il bambino sordo, nel momento in cui c'è stato l'inserimento nelle scuole normali, non doveva essere messo nel primo banco, ma nel secondo, perché altrimenti il sordo sarebbe stato completamente isolato da tutta la classe. Stando invece nel secondo o terzo banco lui si può rendere conto, dalla reazione di tutti i suoi compagni che stanno davanti, di come più o meno rispondere alle situazioni che chiaramente variano nell'ambito della giornata, nella classe. La stessa cosa vale quando si è in 12

una chiesa o in una riunione. Molte volte c'è il rischio di prendere il sordo proprio davanti e non ci si rende conto che portandolo proprio davanti si isola da tutta l'assemblea. E allora l'inserimento non c'è più. Quando c'è una persona sorda nel gruppo dobbiamo dedicare del tempo espressamente a lei, ricordandoci che il sordo non sentendo, non sente nemmeno se stesso. Ecco perché, qualche volta, il sordo, evidentemente, può disturbare; in una riunione, in una chiesa, quando si prega si può sentire uno che parla forte: probabilmente è un sordo che non sa controllare il livello della sua voce.
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Comunità e diversità Don Giuseppe Morante Docente di Catechetica presso l'Università Salesiana di Roma
È solo una presentazione del problema. Adesso mi presento io, anche se qualcuno mi conosce e forse non sono molto «presentabile». Sono Don Giuseppe Morante. Perché sono qui? Perché all'Università Salesiana ho l'avventura di insegnare Pedagogia speciale e Catechesi speciale, dove la parola speciale non significa qualche cosa di straordinario, ma significa semplicemente un'attenzione diversa alle diverse esigenze delle persone. Il mio compito in questo incontro è quello di partire dalle esigenze psicologiche (Corrado Dastoli), dalle esigenze metodologiche (Vincenzo Di Blasio), per offrire delle prospettive di tipo pastorale e catechistico, sulla problematica specifica di queste due esigenze di accoglienza particolari: la mancanza di attenzione con reazione di iperattività (crea un po' di disagio nelle comunità) e della sordità. Ai numeri che ha detto P. Vincenzo sui diversi sordi io aggiungo che ce ne sono tantissimi altri, perché... non c'è più sordo di chi «non vuol sentire»! È questo forse uno dei problemi fondamentali della comunità come accoglienza. Siamo sordi agli altri, ma se siamo sordi agli altri non possiamo poi dire: io sento la Parola di Dio. Come facciamo a sentire la Parola di Dio, se siamo sordi agli altri che ci parlano con la persona, con i bisogni, con le esigenze? Ecco allora, perché sono qui. E non ho nessuna pretesa di insegnare niente a nessuno, perché esperienze dirette non ne ho, conoscenze di tipo psicologico ne ho poche, le devo prendere in prestito da coloro che hanno studiato, dai manuali, dalle varie classificazioni. Adesso spero di impararne di più, perché mi hanno consegnato oggi una Tesi di dottorato da esaminare proprio sulla diversità, quindi sulle varie classificazioni - ce ne sono diverse - delle varie disabilità, infermità, menomazioni, ecc. Però credo che la comunità cristiana è fatta di tutti i battezzati, senza differenza. Anzi, no, ciascuno con le sue differenze. Allora, questo è un po' il mio compito, dal punto di vista più pastorale e catechistico. Nella relazione che avete in cartella ho scritto delle cose: ma solo a livello di verbi. I verbi all'infinito che cosa indicano? Una operatività. Che si esprimerà nei lavori di gruppo su cui in buona parte è imperniato il nostro Corso e che tra poco il dott. Francesco Pieroni vi presenterà per procedere. Perché? Perché, a partire da alcuni stimoli nelle due giornate di domani e di dopodomani dobbiamo contribuire tutti, ciascuno con i propri limiti, senza nasconderli o rimuoverli; bisogna tirarli fuori per poter crescere insieme nella conoscenza e nello scambio. In questi giorni produrremo un'esperienza di accoglienza: siamo invitati a fare esperienza diretta di accoglienza, con i nostri limiti - difetti - pregi, per produrre un contributo diretto. La metafora che è stata presentata, fondamentalmente significa questo. Non possiamo accogliere quelli che sono diversi da noi, da ciascuno di noi nella comunità, se non ci sappiamo accogliere noi, ciascuno con la propria specifica identità. Il proprio contributo è la propria differenza. Noi facciamo un'esperienza visiva in questo contesto, perché la possiamo riproporre poi, applicata in modo particolare a queste due categorie di nostri fratelli.
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Lavori in corso... Dott. Francesco Pieroni Psicologo presso l'IGAR - Istituto Gruppo Analisi di Roma
Io non vi parlerò di contenuti, ma vi accennerò a qualcosa che riguarda il metodo. Voi capite benissimo che il metodo richiama proprio, anche etimologicamente la strada, una strada che percorreremo. Pensate un poco a queste strade di paese, non le strade di città intasate, dove non ci si può fermare; le strade di paese, anche un po' sonnolente, ma che la sera si animano, dove la gente scende dopo una giornata, si incontra, scambia due parole, due chiacchiere, si fanno accenni, si raccontano cose. È nelle strade dove per lo più si combinano gli affari, si combinano anche gli amori, perché è nelle strade dove la gente si incontra. È la strada il luogo principale della vita. Non è ottusa la strada, la strada è piena di sapere. E poi si va anche nella bottega, cioè nel luogo dove possiamo trovare e alimentare, proprio nel senso in cui ci diceva don Walter ... la bottega d'arte, dove si impara qualcosa, dove ci si cimenta, dove si fa addestramento, anche dove si trovano le cose più specializzate. Questo richiamerà anche due grandi filoni di lavoro che faremo durante il percorso di questi giorni, fino a domenica, momenti fondanti che sono quelli nei quali ci sarà lo scambio dell'esperienza, uno scambio di esperienza che ci permetta di tirar fuori una sapienza che abbiamo dentro. Don Walter diceva che lui è analfabeta. Caro don Walter, sono analfabeta anch'io. A voi sembra di aver parole chiare da dire, di fronte a situazioni di sofferenza grosse? Che cosa possiamo dire? Delle parole che abbiamo imparato? Abbiamo da trovare delle parole nuove. Siamo analfabeti nel senso che possiamo essere infanti, cioè persone che non hanno ancora la parola, che stanno cercando delle parole, una sapienza, un affetto da poter riuscire a dare corpo e voce e poterlo poi comunicare. Credo che un momento di percorso formativo per l'annuncio catechetico non possa che far riferimento a questo sapere che viene dalle radici, per cui "lavori in corso" o "la strada" significa: Togliamoci la giacca e mettiamoci nella strada, cioè mettendo a nudo il nostro limite di consapevolezza, limite del sapere. Vi pongo una domanda e poi un brevissimo aneddoto. La domanda è questa. Il Signore si mise al passo dei due: metterci al passo. Qual è il passo di coloro che, in questo mondo, nella nostra società portano i segni di una sofferenza, di una disabilità, di una infermità? È un passo più veloce o più lento del nostro? È un passo che apre verso qualche orizzonte o che lo chiude? A proposito del Mercatino dell'usato, di cui vedete le insegne là in fondo e che sarà un'esercitazione che faremo strada facendo, prima un signore (non è uno del nostro gruppo) mi diceva: «Vengo anch'io a comprare, che ci vende, che mi vende?» Mi diceva così per scherzo. «Guardi, mi chieda, cos'è che vuol comprare?» «Gli sghei (i soldi)». «Va bene, vuole gli sghei e poi con gli sghei comprerà qualche cosa?» «Avrei tante cose che vorrei comprare con gli sghei» «...Ma cosa vorrebbe comprare?» «...» Se facciamo attenzione, questo signore ha chiuso il cerchio, ha chiuso la sua capacità di pensare, senza essere capace di porsi un perché. C'è un pensare un modo di vivere senza orizzonti, perché forse è così difficile, è così impegnativo, è così «da strada» poter scoprire e riconoscere il limite che non è qualcosa che riguarda soltanto qualcuno di noi, ma è qualcosa che ci riguarda tutti, in quanto uomini costituiti nel limite. Il nostro handicap è strutturale. Non vi dò altre indicazioni, perché i conduttori di gruppo avranno tutte le indicazioni operative per poter lavorare bene insieme. Vi lascio solo questo aneddoto che è un regalo che mi ha 15

fatto una signora di anni 55-56 che si era fatta 24 anni di manicomio al S. Maria della Pietà, quindi era un'handicappata di quelle difficili proprio. Queste persone vengono scansate, perché il male della mente fa paura. Mentre lavoravo con alcuni psichiatri, mi ha chiamato da parte e mi ha detto: «Dotto', vieni qua, ti voglio dare una poesia». E mi ha scritto questa poesia, di cui vi dico solo i versi iniziali: «Se sei troppo triste, prendi la strada più lunga, oltre il tramonto». Che cosa volesse dire Concetta, con queste parole, ancora non lo so, nel senso che ancora non ho percorso strada sufficiente per poterla comprendere. Forse non sono ancora arrivato al mio tramonto. Auguro a tutti un buon lavoro.
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Alcune sintesi dei gruppi esperienziali e applicativi «Il mercatino dell'usato»: Esercitazione-lavori di gruppo
Gruppo «Arcobaleno» (Casarin Elda - Don Vito Palmisano)
Nel nostro gruppo il Coordinatore, Dott. Francesco Pieroni, ci ha invitato ad usare una metodologia spontanea: ci siamo divisi in coppie e abbiamo cercato di conoscerci manifestando le motivazioni del cammino personale che hanno portato ognuno di noi a partecipare al Corso. Poi ci siamo presentati reciprocamente. Questo metodo ha favorito la semplicità e la spontaneità di relazione e di dialogo. Abbiamo poi cercato di rispondere a questa domanda:
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Quali sono i limiti personali, culturali e sociali che rendono difficile un rapporto di accoglienza verso le persone disabili? Tra i limiti personali abbiamo individuato: La fretta: abbiamo troppe cose da fare in un tempo limitato, non ci accorgiamo degli altri e delle loro attese. I disabili poi hanno bisogno di troppo tempo e noi non l'abbiamo. Lo stress: situazioni familiari particolari a volte ci impediscono di trovare la tranquillità e la serenità necessarie per occuparci degli altri come si vorrebbe. L'ansia eccessiva nell'affrontare le relazioni con gli altri: cerchiamo la serenità con noi stessi programmando tutto e mancando così di spontaneità. Il timore di scoprire le esigenze degli altri. La paura di doverci impegnare troppo. Sentirsi incapaci di aiutare gli altri per poca fiducia in noi stessi e per mancanza di competenza. Tra i limiti sociali e istituzionali abbiamo evidenziato: Il proporre insistentemente i miti dell'efficienza, del successo e della bellezza. Il favorire un clima di competizione nel fare, nell'avere e non certo nell'essere se stessi. Avere paura di investire in umanità. Alcuni di questi limiti sono stati scelti per «metterli in vendita» al «Mercatino dell'usato», cioè
sono stati esposti all'intero gruppo affinché altri li acquistassero trasformandoli da limiti ad investimenti di risorse ed energie. Essi sono stati:
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La fretta che impedisce l'ascolto: è stata espressa con un segnale di «divieto» di correre. L'ansia - la paura - il timore dell'altro: espresse con un «muro» da abbattere. L'incapacità di «investire» in umanità: espressa con alcune immagini raffiguranti banconote e fotografie di bambini.
Abbiamo concluso con una riflessione sulla sofferenza: essa è una realtà che ci accomuna, che rivela i nostri limiti e richiede solidarietà. Per questo la persona disabile è un segno profetico, ci rivela per quello che siamo e ci proietta nel futuro in una progettualità liberante. In un successivo momento di riflessione in cui eravamo chiamati ad approfondire la tematica della sordità in rapporto all'accoglienza, sono emerse le seguenti considerazioni: ogni disabilità è diversa e unica e non possiamo considerare la persona nella sua profondità senza vederla come un essere in relazione. La relazione nasce fondamentalmente come risposta al limite di cui prendiamo coscienza. 17

In essa siamo stimolati dai vari canali percettivi, alcuni dei quali sono anche maggiormente sviluppati per una sorta di legge del compenso. Si è preso consapevolezza che nel rapporto con il sordo occorre una conoscenza che è possibile nella misura in cui si è capaci di entrare nella logica dell'incarnazione (sto con loro, mi metto al loro passo, intuisco le loro esigenze, evidenzio e valorizza i loro doni). Nel parlare con loro devo evitare il linguaggio astratto. Dalla conoscenza a una sola direzione (da noi verso il sordo) si deve fare il passaggio della reciprocità perché la comunicazione sia più profonda. Non basta la logica dell'incarnazione, bisogna avere anche la competenza. Ci deve essere una vivacità circolare tra amore e competenza, o una umanizzazione della competenza anche quando rimangono le distanze o la comunità dei sordi viene vista come un ghetto. Abbiamo evidenziato queste provocazioni per la comunità. Come nel passato la Chiesa ha utilizzato il linguaggio degli affreschi (la Bibbia dei poveri) così oggi deve continuare con il linguaggio visivo e simbolico. Anche l'altezza degli altoparlanti in chiesa può aiutare chi ha difficoltà nell'udito. Si è sottolineata l'importanza di leggere bene la Parola di Dio, di porgere l'omelia in maniera più comprensiva. Si è parlato anche del coinvolgimento delle famiglie dei sordi sia nella conoscenza delle difficoltà che del linguaggio.
Gruppo «Duc in altum» (Annamaria Molinari) Il Dott. Corrado Dattilo, coordinatore del gruppo, ci ha invitato a presentarci reciprocamente e ad evidenziare i problemi - disagi connessi con la nostra attività, negli aspetti personali, comunitari, culturali, che rendono più difficile l'accoglienza nel rapporto con la disabilità. Dal successivo confronto sono emerse le seguenti riflessioni:
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Una prima difficoltà riguarda se stessi e il riconoscere il proprio limite. Accettare ciò che è diverso da me (siamo subito tentati di emarginarlo, di apostrofarlo o di stigmatizzarlo con giudizi pesanti). La difficoltà sta nello stare di fronte; il problema è sempre l'alterità e si è sempre pienamente consapevoli che non si può amare una persona senza uscire da se stessi. A volte «prendere il largo» da soli è più facile, c'è la difficoltà della condivisione. Il problema del «tecnicismo» (c'è bisogno di maggiore spontaneità). La difficoltà di riconoscere anche nel disabile il diritto di «fare il contrario» perché anch'egli ha le comuni difficoltà di tutti (personali e familiari). Il timore, la paura di rapportarsi con le difficoltà, la paura dell'ignoto. Il problema delle barriere architettoniche. La difficoltà di trovare il «tempo per». Sono stati scelti per il «Mercatino dell'usato»: La paura dell'ignoto: espressa da una vignetta ( dice la necessità di conoscere, fare, operare). L'inadeguatezza dei mezzi: espressi da un bullone ed un cacciavite di misure diverse (quindi la necessità di attrezzarsi con i mezzi adeguati). La crisi del sentirsi impotenti: espressa da una scatola anonima, senza valore.
Gruppo «Il gabbiano Jonathan» (Rosa Foti Buzzi) Il gruppo si è dato questo nome proprio perché del gabbiano Jonathan vuole imitare la voglia di andare oltre i limiti del pensiero di massa. Durante questo Corso è emerso con forza che la persona 18

disabile è HANDICAPPATA dai molti pregiudizi e luoghi comuni che rendono difficile alla comunità l'andare oltre il deficit per incontrare la persona, che come ogni altra è SOGGETTO. Dopo aver scelto un portavoce il gruppo ha iniziato a discutere sulla consegna: Mettere in vendita in «bottega» dei prodotti che rappresentassero metaforicamente i limiti delle nostre comunità locali nell'accoglienza di persone diversabili. Prima parte del compito è stata dunque la scelta dei limiti che volevamo rappresentare. Il nostro conduttore, don Giuseppe Morante, per permetterci uno scambio di idee più sereno ci ha invitato a liberare l'esperienza del limite da colpe e responsabilità. E i limiti ci sono «piovuti» in testa in tutta la loro gravità per il loro essere in contraddizione con la certezza che la Chiesa è Corpo Mistico in cui «quelle membra che sono le più deboli sono le più necessarie». È emersa da più persone la sensazione dell'essere inadeguati. Alcuni di noi si sono trovati a doversi confrontare con persone in situazione di handicap senza una adeguata preparazione. Altri pur cercando in ogni modo di coinvolgere le varie componenti del popolo di Dio hanno accumulato frustrazioni su frustrazioni. D'altro canto è stato sottolineato l'estremo limite opposto: cioè il rischio che la professionalità finisca per trasformare l'incontro con la persona in un incontro con un «caso». Un altro limite emerso è quello della frammentazione degli interventi che in tutti, ma in maniera particolare nelle persone disabili, finiscono per creare una «frammentazione» della persona e in essa stimolano più il FARE che l'ESSERE. Abbiamo in seguito affrontato l'arduo compito di confezionare in «prodotti da vendere»: i nostri limiti. Il limite della inadeguatezza lo abbiamo confezionato in una drammatizzazione nella quale si sottolineava il grosso pregiudizio del credere le persone disabili «non cresciute». Il limite della professionalità lo abbiamo rappresentato con un fresco e coloratissimo fiore di campo «ingabbiato» in una bella scatola, ma squadrata e liscia. Il limite della frammentazione lo abbiamo rappresentato con un puzzle che una volta composto finiva per rappresentare un uomo con la testa al posto del cuore, con le gambe al posto della testa e così via. Alla fine del laboratorio che ci aveva visti impegnati nella elaborazione del puzzle, qualcuno di noi ha pensato di avere delle doti artistiche sommerse ma qualcun altro che durante la notte aveva avuto gli incubi!
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LA SORDITA' Introduzione pastorale-catechetica Don Giuseppe Morante Procediamo in questo modo. Siamo in due a parlare e dividiamo un po' i compiti in una doppia strada. La strada a questo punto è unica, ma ha due corsie: una corsia più di tipo generale, che è onnicomprensiva, della capacità della comunità cristiana di accogliere le persone con handicap (e, oggi, in particolare dei sordi, che dobbiamo imparare a conoscere). Più dal punto di vista poi metodologico-pratico del linguaggio e della comunicazione, Padre Vincenzo ci dirà la sua esperienza nel settore. Io vorrei fare una premessa. Ieri, come battuta, ho detto: alla classificazione aggiungiamo anche quella che «non c'è più sordo di chi non vuol sentire». Da un punto di vista esperienziale, in genere, ciascuno di noi, quando parla di un argomento con un altro ha già una sua pre-comprensione dell'argomento, per cui quando ascolta l'altro, forse non ascolta l'altro, ma confronta quello che l'altro dice con quello che lui già ha, quindi ascolta se stesso. Io ieri, nella mia presentazione breve ho detto: insistiamo in modo particolare sulla comunità cristiana che deve farsi carico dell'accoglienza di ogni tipo di handicap e quindi anche dei sordi. In questo particolare momento parliamo di ciò. È chiaro che nella storia della Chiesa e nel passato, questa opera di accoglienza quasi totalmente è stata affidata a delle istituzioni benemerite, che continuano ancora. Però mi domando: non può essere questo un compito di delega, per cui ci pensano loro e noi stiamo tranquilli? Questo è il problema. Non ho detto, per esempio che dobbiamo chiudere le istituzioni e i carismi. Questo non ha senso. Però, uno può partire da un presupposto e dire: io lavoro già in quella istituzione e allora altro non mi interessa. Questa è sordità di tipo ecclesiale. Era questo il senso di una riflessione, per cui si dice: la Chiesa è mistero di comunione. Ma, nella Chiesa mistero di comunione sono presenti tutti i ruoli e tutti i battezzati e ogni diversità. I carismi servono per dare vitalità a questa comunità che deve essere visibile. Se questo non avviene ... certo, le persone raccolte, servite, educate da istituzioni e da carismi diversi sono certamente avvantaggiate, però non sono il segno di una comunità che raccoglie tutte le diversità. Ci sono ancora separazioni. Allora, c'è una visione teologica che spesso impedisce la visibilità della comunione concreta. Era questo un po' il senso ed è il senso del mio discorso e della mia riflessione. Nella cartella avete ricevuto questo libro che io ho scritto: Una presenza accanto, che è un titolo un po' simbolico. Presenza accanto significa vivere insieme. Nella comunità vivere insieme che cosa? La vita comunitaria, senza separazioni, almeno in quella mediazioni fondamentali della comunità che sono la celebrazione, la testimonianza e la catechesi. Orientamenti e indicazioni per queste dimensioni, per le persone in situazione di handicap in parrocchia. Quando parliamo di Chiesa, parliamo di una entità istituzionale che ha le sue strutture, storicamente anche fondate, anche molto benemerite (ma le istituzioni sono legate ai tempi e possono essere anche cambiate), quando parliamo di Chiesa penso ci dimentichiamo che la visibilità e l'ascolto della Chiesa sono lì dove la vediamo agire nel concreto. E per me la Chiesa visibile e concreta è la comunità che si trova in un determinato territorio, che chiamiamo parrocchia, anche se non dobbiamo intendere in senso strettamente territoriale e limitato. Questa è la premessa di tipo teologico-pastorale. Dopodiché, trovate nella cartella un contributo, con alcune indicazioni. Vorrei dare i criteri di lettura, entrando più direttamente dentro la problematica della sordità. 20

Parto da alcune rilevazioni, diciamo di tipo psicologico - ma forse la parola è un po' troppo pretenziosa - e descrivo i comportamenti delle persone. È stato detto che ci vogliono anche competenze per stabilire rapporti con gli altri. Nella esperienza comune, quando, per esempio, due che parlano lingue diverse si incontrano non si capiscono e ognuno manda «benedizioni» all'altro: Ma insomma, perché non mi capisci? Come se un cinese dovesse parlare nel dialetto napoletano! È chiaro che non ci si incontra mai con le parole, ci si potrà capire con i gesti. Oggi c'è molta mobilità e non è che tutti coloro che girano nel mondo conoscono le lingue delle persone. Quando ci si accorge che in un contesto, in un ambiente la propria lingua non è compresa, ci si rimane male. Ci si dice: io sono limitato nel comunicare, non posso esprimere il mio pensiero, non posso chiedere delle informazioni, a meno che non si trovi qualcuno che conosce qualche parola, oppure un interprete, oppure un traduttore. Allora, ci sono degli effetti psicologici sulla persona che non sente, quando un altro gli parla. Il discorso è: se io entro in un contesto, in un ambiente, in una parrocchia, in un gruppo e sono sordo e l'altro parla e ignora del tutto che io sono sordo che faccio? O chiedo aiuto e dico: guarda, che tu devi cambiare linguaggio. Oppure, se io non ho il coraggio di chiedere aiuto, che faccio? Non ho capito niente, non ho sentito niente, me ne vado, non ci vengo più. Allora, caratteristica principale dei sordi (per questo, diceva ieri sera Padre Vincenzo, il sordo è legato anche alla carenza di linguaggio di parola), sono degli effetti che derivano esattamente da questo limite. Non è una colpa, è un limite, come tutti noi abbiamo dei limiti. Spesso, invece siamo un po' come quei discepoli del Vangelo che chiedono a Gesù: Se questo è nato storpio di chi è la colpa? Perché siamo abituati a ragionare razionalmente, secondo Cartesio, per causa ed effetti. Non è colpa di nessuno, ma «è perché si riveli la potenza di Dio». Se partiamo da questo presupposto che abbiamo visto ieri, è chiaro che incominciamo a stabilire un rapporto con gli altri che parte esattamente dal capire qual è il bisogno e l'esigenza dell'altro, perché io ho capito qual è il bisogno e l'esigenza mia, del mio limite. A partire da questo, è necessario stabilire un dialogo. Ma per stabilire un dialogo bisogna trovare il linguaggio adatto. Io non sono competente del linguaggio, ma ho teorizzato il principio. Competenti del linguaggio sono coloro che lavorano direttamente con i sordi. Ci sono tra di voi alcuni insegnanti che insegnano nella scuola a sordi e ci possono dare un loro contributo, anche a livello di mediazione del linguaggio. Però, è importante mettere il punto, la premessa fondamentale. Il principio, allora è che nella comunità cristiana hanno diritto di essere presenti anche i sordi. Io capisco e so, per esempio, che non tutte le parrocchie hanno la mediazione necessaria per operare questa integrazione, che di integrazione si tratta. So, per esempio, che in alcune città esistono, per merito di quelle associazioni come il MAC (Movimento Apostolico Ciechi), oppure il MAS (Movimento Apostolico Sordi) che si sono date da fare almeno per individuare alcune chiese, dove la domenica si possono trovare quelli che non ci sentono, perché ci sono delle mediazioni di linguaggio che sono messe in atto nella parrocchia e così a Messa non fanno la parte dell'isolato (Messa è partecipazione alla comunione con gli altri e con Dio, in Cristo), non si sentono dei pesci fuor d'acqua. Capisco allora che ci sono queste istituzioni che si interessano di questo servizio. Va bene, però credo che non bisogna costringere sempre tutti i battezzati a fare un lungo percorso, se uno ha una chiesa vicina, mentre con qualche accorgimento particolare è possibile integrare il sordo anche nella parrocchia, nella catechesi, nel gruppo, ecc. Però, se è possibile organizzare la liturgia in questo modo, facendo un po' di esperienza, anche se con grosso sacrificio, la catechesi dove si fa, chi la fa, come viene fatta? Integrare il sordo nella comunità suppone un clima di accoglienza, favorire un po' di comprensione, il linguaggio necessario per stabilire un minimo di dialogo. È la prima cosa. Integrare significa creare l'ambiente. L'ambiente è fatto da persone, allora ci vuole almeno qualche persona che si metta a fianco, una presenza accanto, per dire: anch'io sono sordo con te e insieme 21

vogliamo metterci a dialogare, così da fare anche da mediazione. Ciò va bene, se però c'è la sensibilità anche della comunità. Tutto questo discorso di pastorale e di catechesi non può essere delegato a uno solo o a due persone, anche se uno o due sono gli artefici di questo raccordo. In uno degli ultimi Convegni dell'Ufficio si disse: cerchiamo di operare in modo che in ogni parrocchia ci sia almeno un catechista che sia sensibile all'handicap. Non molte diocesi hanno questa possibilità (circa un terzo). Allora, vuol dire che non c'è sensibilità ad accogliere, per creare questa presenza accanto. Poi io dirò, concretamente: quali sono le caratteristiche pastorali per incominciare ad avviare questo cammino di tendenza inversa, cioè di dare più visibilità nella diversità alle nostre comunità? Vorrei dirvi una serie di iniziative pastorali (la seconda parte). Queste iniziative pastorali sono organizzate attorno a dei verbi: realizzare, preparare, predisporre, aiutare a superare, fare in modo che, favorire, stimolare, organizzare, segnalare, coinvolgere. Se andate a trovare nel vocabolario italiano questi verbi che sono all'infinito, vedrete che la maggior parte di questi verbi richiedono il complemento oggetto. Il complemento oggetto è l'oggetto del nostro attivarci pastoralmente e catechisticamente. Le dovete leggere queste cose, le dovete meditare e dovete dire: siamo stati invitati a prendere qualcuno dei limiti (individuati durante l'esercitazione) e a comperarli. Chi può comperare anche qualcuno di questi verbi e incominciare a dire: come lo realizzo? Il verbo all'infinito che cosa descrive? Descrive una cosa da fare, però conoscendola nel significato dell'insieme. Da un punto di vista più specificatamente catechistico trovate anche una serie di proposte. Per ciò che è specifico della catechesi ai sordi, faccio una premessa: la catechesi è parola di Dio. La parola si ascolta, ma non semplicemente con l'udito. L'ascolto non è solo il sentire, perché se uno non sente può ascoltare con un altro strumento di mediazione (quello che ci dovrà essere detto, per competenze specifiche), con linguaggi diversi. Alcune volte noi, quando viviamo qualche problema grosso che non abbiamo manifestato a nessuno, traspare sul nostro volto. Infatti, quando guardiamo in faccia una persona che ci appare triste, cosa diciamo? Ma che hai? Allora, l'ascolto è fatto anche da una lettura dei gesti, dei segni, dei linguaggi, delle parole, delle modalità, segni del corpo, del viso, gesti, ecc., cioè, il parlare con una molteplicità di linguaggi, che va benissimo applicata nel dialogo con chi non ci sente, quindi il sordo. Però, attenzione, è generale per la catechesi, perché Dio, quando parla a noi usa una serie di linguaggi, che non sono legati semplicemente ad un rapporto diretto (... Lui mi telefona ed io gli rispondo!) Nella Rivelazione, nella catechesi il linguaggio dei segni è nel senso globale, cioè Dio si manifesta all'uomo attraverso una serie di segni che esprimono la sua volontà di comunicare la salvezza. Il segno più grande è Gesù Cristo, ma anche la storia, la vita, le situazioni umane, le mediazioni, la Chiesa, le persone. E poi diciamo che ciascuno di noi è immagine di Dio. Che cos'è l'immagine? È un segno visibile di una realtà trascendente. Il concetto di parola di Dio: non è una parola detta semplicemente con le labbra e non una parola semplicemente ascoltata con le orecchie, ma una comunicazione interpersonale che pone e deve aprire in tanti modi. Allora, quando un sordo si trova in un contesto in cui si sente accolto, ha possibilità di essere compreso, di comunicare e di ricevere una comunicazione mediata con linguaggi diversi, questo diventa - grazie a Dio, speriamo presto - un piccolo, primo segno visibile di una comunità che è Chiesa e che vive storicamente la salvezza dentro quel determinato ambiente e contesto.
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Comunicare con i sordi P. Vincenzo Di Blasio 0
Cerco di fare una sintesi e poi, nei gruppi, sarà possibile approfondire l'argomento a partire da una serie di domande predisposte. Giustamente, come dice Don Morante, le istituzioni sono legate ai tempi storici e ormai è tempo di aprirsi al territorio. A mio parere non si può seguire in maniera drastica la politica dei cosiddetti «ponti tagliati» alle spalle. Vedi l'integrazione, o meglio l'inserimento dei sordi nelle scuole normali. Spesso tale inserimento difficilmente si trasforma in integrazione, per cui il sordo invece di guadagnarci, ci rimette; così avviene anche nella Chiesa. È vero che sono finiti i tempi delle deleghe. Molte deleghe erano nel passato date alle istituzioni religiose, oggi è la Chiesa tutta che si deve far carico di tante cose, attraverso le sue istituzioni (diocesi, parrocchie...). Il principio dell'inserimento è validissimo, la pratica è tutt'altra cosa (anche la scarsa presenza delle diocesi a questo Corso ce lo dimostra). Nel frattempo le istituzioni tradizionali che si occupavano dei sordi si sono aperte all'esterno e stanno lavorando per dare una mano dove è necessario al di fuori delle istituzioni stesse. Purtroppo però molti sordi se non sono aiutati dai «loro missionari» e dai gruppi specializzati, raramente trovano accoglienza nelle parrocchie. Sarebbe bello che ogni parrocchia potesse accogliere i non udenti che sono nel suo territorio. Io tuttavia mi accontenterei che ogni città avesse un punto di riferimento. Attualmente sono pochissime le diocesi che hanno questi punti di riferimento. Ciò che si sta facendo come UCN va potenziato e migliorato. Non ci siamo accorti noi cattolici che stiamo perdendo terreno e che i Testimoni di Geova stanno arrivando nel mondo dei sordi. Un gran numero di sordomuti infatti è passato ai Testimoni di Geova. Perché? Perché nella Chiesa Cattolica essi non si sentono accolti e curati. E molte volte sono addirittura scoraggiati ad andare nelle istituzioni specifiche. Evidentemente dobbiamo riflettere. Le diocesi si devono attrezzare, si devono aprire e rendere conto che la Chiesa non è fatta soltanto di persone che stanno bene e sono sane, ma anche di tante altre persone (quegli "ultimi", prediletti dal Signore). Un altro punto che vorrei sottolineare è questo: non è sufficiente accogliere i cosiddetti sordi, specialmente i sordi gravi nelle parrocchie, se prima o contemporaneamente non sono istruiti, non sono messi in grado di conoscere Cristo, di amare Cristo, anche attraverso un percorso di catechesi. Io che spesso vado nelle comunità ecclesiali vedo sempre più sordi anziani e sempre meno giovani che frequentano gli incontri di spiritualità. La maggior parte dei giovani sordi che frequentano le scuole normali rimangono senza la conoscenza del Vangelo e quindi lontani da Gesù, dalla Chiesa e dalle nostre comunità. Quindi dobbiamo dare maggior visibilità a questa nostra attenzione e visibilità anche alla catechesi rivolta alle persone disabili. Uno dei punti essenziali è questo: poiché c'è scarsa partecipazione di diocesi - parrocchie a questi Corsi nazionali, dobbiamo andare noi da loro. Ad esempio, io vado per alcuni giorni a fare formazione sulla sordità nei seminari: Dapprima parlo della sordità e di tutte le sue complicazioni e conseguenze. Porto un gruppo di persone sorde, facendo prendere contato ai seminaristi con la realtà della sordità. Facciamo esperienza della celebrazione eucaristica comune (sordi e udenti) con la modalità bilingue. I seminaristi, una volta ordinati, quando tornano in parrocchia hanno l'idea di che cos'è la sordità e come possono fare qualche cosa anche per l'accoglienza di un non udente.
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Questo è molto importante perché, quando io vado ad incontrare i sordi, magari a confessarli, essi in genere mi dicono: «Io non vado a Messa, cosa vado a fare se non capisco nulla? Il prete canta, parla, non finisce più e io che sto a fare?» Evidentemente qualcosa di più bisognerà fare per favorire la partecipazione dei sordi alla vita della comunità ecclesiale. Il fides ex auditu di S. Paolo è ancora duro ad essere rettamente interpretato. Come nel passato, il sordo non ha possibilità di un accesso pratico alla fede: non ascolta la predica, non può sentire (il Talmud diceva: «Se ne stia a casa sua perché non venga a dar fastidio nelle riunioni ebraiche»). Ma oggi dovremmo capire che l'ascolto è soprattutto quello che viene dal cuore. In tanti modi possiamo supplire alla mancanza di udito. Ecco alcune indicazioni essenziali per comunicare con i sordi. Parlo di quelli gravi, perché la comunicazione con gli audiolesi che sfruttano una efficiente protesi acustica è più semplice. Con quelli invece che nonostante le protesi acustiche non recuperano, occorrono alcuni accorgimenti. Intanto bisogna ricordare che il sordo non sente noi e non sente nemmeno se stesso. Molti sordi ti possono capire leggendo il movimento delle tue labbra, però tu non gli devi parlare se lui non ti guarda. Se necessario, devi attirare la sua attenzione con un gesto prima di cominciare a parlare. In una riunione, una conferenza, in Chiesa, fa' in modo che il sordo sia messo in un posto adatto, ben collocato in una posizione giusta per lui. Messo nelle prime file ma non nella «primissima» fila, per non isolarlo dalla comunità, dalla classe. Cerca di metterti di fronte a lui in modo da presentare il tuo viso in piena luce. Se mi metto con le spalle alla luce della finestra il sordo non mi vede bene e non mi capisce. Se invece il mio viso è bene illuminato, lui vede tranquillamente la faccia, mi vede le labbra e la lingua e riesce a capire. Chiaramente, se parlo a una sordo, non debbo tenere in bocca la sigaretta o altro, né coprire la bocca con la mano. Se parli con un bambino cerca di metterti alla sua stessa altezza, perché lui possa vedere meglio la tua bocca. Cerca di articolare bene le parole, senza esagerare, senza gridare, parla un po' più lentamente. Il sordo che porta la protesi non è come un udente, non è come noi. La protesi non fa i miracoli promessi dalla propaganda. La comprensione del linguaggio esige una lunga e difficile educazione. La protesi acustica aiuta il sordo fornendogli dei buoni riferimenti, ma la lettura labiale resta un complemento necessario. Protesi acustica, lettura labiale e quei segni che noi conosciamo (quel nostro gestire «mediterraneo» un poco enfatizzato). Seguire una conversazione per il sordo rappresenta sempre un grosso sforzo, una grande difficoltà. Allora, se parli con lui, cerca di inquadrare bene l'oggetto del discorso. Nelle Chiese è molto bello quando viene esposto il poster - sintesi del Vangelo della domenica. Il sordo, entrando in Chiesa, «delle vacanze», «del tuo lavoro»... Per un sordo è ancora più difficile seguire una conversazione di gruppo: si stanca facilmente e può aver bisogno dell'interprete. Il sordo che capisce attraverso la lettura labiale può stare attento per mezz'ora, un'ora al massimo, poi ha un calo di attenzione. Talvolta può accadere che il sordo non abbia la comprensione di tutto il vocabolario, che non conosca tutti i modi di dire e perciò non riconosce tutte le parole e il significato di una frase, perché la sordità comporta la mancanza dello sviluppo del linguaggio. Molte volte ho notato che ci sono persone che parlano tantissimo (dicono «molte» parole) con i sordi, ma senza comunicare il messaggio che vogliono trasmettere. Spesso il sordo non ha il coraggio di dire a chi parla a lui che «non ha capito». Chi ha parlato crede di aver trasmesso chissà quante cose (ad esempio, nella preparazione ai sacramenti) ed invece non ha comunicato proprio niente. Ecco allora la necessità di verificare se quello che abbiamo trasmesso è giunto alla comprensione del destinatario o no. Sarà opportuno, parlando ai sordi, usare frasi brevi e frequenti punti. Se si parla con l'espressione complicata della lettera di S. Paolo delle Lodi di questa mattina (Ef 2,13-16), il sordo non potrà mai capire.
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Tante volte i testi vanno riveduti, corretti e semplificati per quanto è possibile, comunità parrocchiale permettendo. Anche la CEI sta predisponendo nuove traduzioni della Bibbia in lingua corrente. Non parlare in modo confuso e soprattutto non parlare in dialetto. Il sordo a scuola ha imparato l'italiano e se nel suo parlare ci sono inflessioni dialettali vuol dire che ha buoni residui uditivi, non è un vero sordo. Se non ti capisce cerca di ripetere, ripetere senza stancarti e, se necessario, devi cercare un'altra parola, un altro sinonimo, magari un altro giro di frase per poterti fare capire. Se necessario, devi aiutare la conversazione con i gesti e, quando non c'è alternativa, prendi carta e penna e scrivi. Concludendo, ricordo che la persona sorda si trova facilmente isolata tra gli udenti e può avere l'impressione di essere rifiutata. Dimostriamole il contrario e facciamo posto anche a lei nelle nostre comunità. Ricordiamoci che il bene e l'amore sono cose che anche i ciechi vedono e i sordi capiscono.
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Piste di riflessione per i gruppi
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La sordità è sinonimo di limitata intelligenza? Analisi dei pregiudizi. Analizzare la sordità della comunità nei confronti della pastorale e della catechesi con i sordi e i disabili in genere. Difficoltà che incontrano i responsabili, mentalità stratificate da smascherare. Comunicare con i sordi: mentalità, linguaggi, strategie.
Gruppo «Jonathan» Un brevissimo excursus sui pregiudizi, quali possono essere i pregiudizi in fatto di sordità. Abbiamo scoperto che, per esempio, in tribunale, le persone sorde hanno bisogno di un interprete, perché loro non possono rappresentarsi da sé e quindi devono necessariamente rifarsi a un interprete che però non è un esperto in campo giuridico. Il pregiudizio provoca una chiusura da parte della comunità e la chiusura non permette al sordo di poter fare quelle esperienze che sono necessarie per dare contenuto e visibilità alla propria intelligenza. Quindi, la nostra chiusura fa sì che, in qualche modo, l'intelligenza del sordo, che c'è naturalmente, a volte abbia difficoltà a essere visibile, proprio perché non fa esperienze di relazione. E quindi, quella persona, il più delle volte, ha un'intelligenza che ha bisogno di essere sviluppata. La sordità della comunità, di riflesso, perché avviene? Perché non ci si riconosce di fronte a un sordo, come di fronte ad una persona. In qualche modo, noi consideriamo realmente persona, la persona alla quale riconosciamo un'intelligenza visibile. Quindi, la sordità viene da questo. La difficoltà del coinvolgimento della comunità. È importante che questo coinvolgimento sia fatto proprio dalle persone disabili stesse. Certamente è una maniera più efficace per coinvolgere la comunità. Bisogna avere il coraggio di tentare nuovi percorsi e fare nuove strade e non rifarsi alla routine, perché, tutto sommato, le nostre comunità ecclesiali si rifugiavano dietro alla routine. Abbiamo difficoltà a fare nuovi percorsi e a scommetterci in questo, perché a volte ci mettono in discussione. E poi emersa, in relazione alle strategie e alla metodologia da adottare, la famosa diatriba tra oralismo e LIS (linguaggio dei segni), quindi, linguaggio labiale e linguaggio dei segni. Ci ha sorpreso che la persona sorda sogna e pensa in LIS. Per la persona sorda imparare il labiale è come imparare una seconda lingua, quindi non si ha la naturalezza di quando si parla la propria lingua. E quindi si è parlato come possibilità di percorso una integrazione nel linguaggio bimodale. Per quanto riguarda i vari momenti da integrare, i momenti in comune, i momenti specifici e i momenti personalizzati all'interno della comunità si è suggerito di personalizzare l'incontro con la persona sorda. Gruppo «Prendere il largo» La prima questione era se la mancanza di udito portava anche a un deficit di intelligenza. Ci sembrava che, certamente, l'intelligenza va provocata e quindi la mancanza di uno stimolo orale poteva inficiare anche lo sviluppo dell'intelligenza. Di fatto, poi abbiamo concluso che l'intelligenza non va inficiata, anche se gli stimoli devono essere diversi, rispetto a quelli orali. Quello che, semmai, può essere diverso e che va guardato con attenzione è la capacità di esprimere la propria intelligenza anche se non solo sul piano orale. Parlando dei percorsi linguistici e della costruzione della frase bisogna sottolineare che la
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LIS ha di per sé la costruzione della frase differente dall'italiano, anche se non sempre, perché segue appunto il canale di relazione di una persona sorda, che è la vista. Per esempio, se noi vediamo una palla sopra un tavolo, come costruiamo la frase? «La palla è sopra il tavolo». Invece loro dicono: «Palla-tavolo-sopra». La costruzione della frase deriva proprio dalla mediazione che c'è, deriva dalla parte visiva. La cosa principale che notano, qual è? La palla. Poi che cosa notano? Il tavolo. E poi notano che la palla è posizionata sopra. Quindi: palla-tavolo-sopra. Questa è una regola abbastanza generale, però tante cose si costruiscono anche secondo la lingua italiana e come la lingua italiana ha una parola che indica diversi significati - per esempio: pésca e pèsca, bótte e bòtte - così nella lingua dei segni c'è un segno che può indicare due cose differenti. Ci sono anche dei libri fatti proprio bene e aggiornatissimi, pubblicati dall' Ente Nazionale dei Sordi, in occasione dei Convegni nazionali, dove ci sono gli apporti dei ricercatori nei vari settori, non da ultimo il CNR che ha proprio un ufficio, dove si fanno proprio le ricerche sulla lingua dei segni, a cui partecipano sia udenti che sordi. Come secondo punto abbiamo approfondito il tema della comunicazione proficua. Per una comunicazione proficua dobbiamo fare tesoro di quello che abbiamo già, di quello che le istituzioni precedenti ci hanno lasciato quale patrimonio, perché il problema del sordo è un problema veramente grosso. C'è il rischio di restare senza comunicazione: bene all'inserimento ma che affianchi l'integrazione. C'è pericolo di una reazione del sordo, quella di una reazione orgogliosa: noi ci chiudiamo nell'ambito della nostra sicurezza, della nostra identità. Quasi, addirittura si arriva a dire anche che il sordo si identifica in una comunità. Il rischio è quello che accade realmente, il sordo si identifica in una sua comunità. Alcuni sordomuti addirittura arrivano a considerare se stessi come una comunità chiusa. C'è questo pericolo: che il sordo si crei e viva nel suo mondo, un isolamento, una nicchia, un gruppo di sicurezza, di protezione. L'integrazione deve essere autentica, deve essere rigorosa, cioè un'integrazione praticamente che veda una condivisione delle stesse responsabilità, dello stesso codice etico. Quindi, si tratta di promuovere l'integrazione proficua, un'integrazione autentica, anche se poi quale corollario ci dilungavamo un poco su una forma di assistenzialismo che chiaramente inficia un poco questa integrazione proficua e autentica. Comunque, giustamente si è concluso dicendo: è un problema quello dell'integrazione, non è molto sereno, è parecchio difficile, è parecchio complicato, ma non è impossibile. Nell'analizzare la sordità nella comunità abbiamo visto come la comunità spesso tenta di dare un'etichetta, di chiudere dentro a un luogo la persona sorda o la persona disabile in generale. Quindi, gli chiude gli orizzonti, non gli dà degli spazi propositivi, degli spazi soggettivi, ma è un oggetto di assistenza e quindi come tale viene trattato. Di conseguenza, essendo l'essere umano un animale sociale e vivendo di socialità, anche la costruzione della personalità e del carattere ci viene dal nostro relazionarci con gli altri, per cui, se gli altri, fin da bambini ci trattano come un oggetto di carità, ci limitano, per forza di cose la costruzione della persona sorda, della persona disabile avrà più problemi, creerà più difficoltà, perché questo dipendere dal giudizio degli altri è limitante. Tra l'altro, in alcune comunità c'è anche il problema di interventi che sono disorganici, magari portati avanti solo da alcuni, c'è il problema di fare tante attività e magari non vengono seguite. Si diceva di creare una rete e di far si che in ogni diocesi ci sia un punto di riferimento per le persone sorde. Inoltre, si è anche detto che il problema fondamentale è che continuiamo a pensare il diverso, la persona sorda, come una persona da integrare, quindi comunque come un oggetto di assistenza. Invece, Dio ci ha creato comunità, ci ha creato popolo di Dio; non ha creato la Chiesa, popolo di Dio e i sordi, gli spastici, ecc., ma siamo tutti una comunità, apparteniamo gli uni agli 27

altri e in questo contesto di comunità, di popolo insieme dobbiamo fare le cose e non la comunità dei normali dall'alto deve integrare i sordi.
Gruppo «Arcobaleno» C'è anche una diversità con cui noi abbiamo affrontato le tre domande, rispetto al gruppo Jonathan. Possiamo dire che è venuta in mente questa immagine. Il nostro gruppo le tre domande, più che averle davanti come segnali stradali che ci guidavano un po' nella discussione, oppure nella condivisione di quello che ognuno voleva dire, sono stati come terreno su cui ci siamo mossi, in cui abbiamo cercato di coltivare quello che veniva fuori dalla condivisione comune. Per cui, quello che adesso diremo non ha un ordine secondo le domande, anche se siamo partiti dalla prima domanda che noi abbiamo dribblato, nel senso che non ci siamo interrogati sulle caratteristiche dell'intelligenza, né ci siamo impelagati sulla sua quantificazione. Non ci siamo nemmeno soffermati sul detto, sul paragone fra il cieco e il sordo; si dice che il cieco non si vergogna della sua cecità, mentre il sordo sì, per il pregiudizio che è «scemo». Non ci siamo nemmeno soffermati su questo. Ciò che ci sembra importante è che ognuno di noi, come ogni disabilità è diversa, è unico, e che non possiamo considerare la persona nel suo DNA più profondo, senza vederla come un essere in relazione. Quindi, l'essere umano è, nella sua essenza più profonda, appunto un essere in relazione. La relazione nasce fondamentalmente come risposta al limite, limite di cui prendiamo coscienza. Quindi: c'è un limite, prendiamo coscienza, siamo spinti alla relazione. Ora, nella relazione siamo stimolati e un po' tutti i canali percettivi sono incentivati e alcuni anche maggiormente sviluppati. Sono stati fatti degli studi negli Stati Uniti, dove è stato scientificamente osservato che il cervello dei sordi sviluppa una parte che sopperisce a quella del linguaggio, che non è sviluppata. Ed è proprio la parte che sfrutta il canale visivo: cioè c'è proprio una zona del cervello dove esso, con tutti questi stimoli visivi ha potuto sopperire al poco sviluppo della parte preposta all'udito con un'altra zona che compensa benissimo, per quanto riguarda la comunicazione, lo sviluppo del linguaggio gestuale e della comunicazione visiva. Si è preso anche consapevolezza che nel rapporto con la persona sorda occorre una conoscenza che è possibile realizzare nella misura in cui entro nella logica dell'incarnazione - uso questo linguaggio che è teologico - nel senso che il Cristo si è incarnato, cioè si è fatto uomo. Qualcuno diceva: bisogna stare con loro. Quello "stare" nel senso di perdere del tempo, mettersi al loro passo, essere più attenti in modo tale da non parlare in modo astratto. Ma nello stesso tempo occorre anche evidenziare, valorizzare i doni delle persone sorde. Ci sono state riportate alcune testimonianze. di un bidello sordo che nella sua scuola intuiva i bisogni degli alunni, per cui faceva delle sorprese. I ragazzi stavano giocando e lui è andato alla sorgente a prendere dell'acqua e l'ha portata, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Oppure, di un chierichetto sordomuto che testimoniava col sorriso la sua partecipazione all'Eucarestia. Ci sono anche delle persone che oltre ad essere sordomute sono anche cieche, quindi sono pluriminorati. Come parlare di Dio? C'è la possibilità di percepire da parte di queste persone la presenza di Dio, quando si sta insieme, soprattutto, nel nome del Signore, quindi in un momento particolare di spiritualità o di preghiera. Ma non basta una conoscenza in una direzione, cioè noi verso il sordo. È necessario che si permetta a un sordo anche di conoscerci e nello stesso tempo favorire una comunicazione più profonda. La comunione è permettere che ognuno doni se stesso nel rapporto di reciprocità. Poi, ci si è chiesti: basta la logica dell'incarnazione, cioè lo stare con loro? oppure occorre
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qualcos'altro? Qualcuno, giustamente, ha detto: occorre anche competenza, cioè non basta quello che noi potremmo dire essere spinti da una grande passione, da un grande amore, occorre anche conoscere bene la patologia, ecc. Si è parlato di questo termine: umanizzazione della competenza. Oppure: una vivacità circolare tra amore e competenza. E questo anche quando rimangano le distanze o la comunità dei sordi viene vista come un ghetto. Quindi, è necessario insistere proprio con questa modalità. Infine, ci sono stati altri interventi riguardanti la comunità, soprattutto la comunità ecclesiale. La situazione del sordo ci ricorda che la fede nasce dall'ascolto. Noi, nel nostro cammino di fede non siamo chiamati qui a vedere Dio, ma siamo chiamati ad ascoltarlo. Quindi, la difficoltà del sordo ad ascoltare ci sprona a metterci anche noi in attento ascolto della Parola di Dio. Nel passato la Chiesa ha utilizzato la Bibbia dei poveri, cioè le illustrazioni dei grandi artisti nelle chiese, questo per sopperire a una mancanza di stampa e di capacità di lettura (non tutti potevano studiare). Anche oggi la Chiesa deve continuare in questa logica con un linguaggio visivo, anche più simbolico. Come è già stato detto, quando presentiamo il simbolo del Vangelo, già diamo un aiuto alla comprensione della Parola di Dio. Qualcuno ha anche detto che per chi ha un udito un po' più fragile, bisogna stare attenti a come mettere gli altoparlanti nella chiesa, quindi anche sistemarli in maniera tale che qualcuno possa proprio avvicinarsi all'altoparlante, in modo da sentire meglio. Sono piccole cose, ma importanti. La comunità, proprio perché viene provocata, in modo anche profetico, dai sordi deve curare bene, per esempio, la lettura della Parola di Dio. Facciamoci un po' l'esame di coscienza se nelle nostre comunità la domenica si leggono bene le letture, se anche i sacerdoti sono capaci di una felice comunicazione nell'omelia. Si è parlato anche del coinvolgimento delle famiglie, sia nella conoscenza della storia della persona sorda o anche delle difficoltà o anche del linguaggio, cioè come persone che ci possono aiutare in questa mediazione, in questa amicizia, come anche all'interno della comunità parrocchiale si possono trovare delle persone che siano capaci di fare questo ponte tra loro e tutta la comunità.
P. Vincenzo Di Blasio Vi propongo una Poesia dal titolo: «Amico tu» (Viene da Varsavia) Tu senti il bambino che piange, io vedo le lacrime che solcano il suo viso. Tu senti il canto dell'uccello, io lo vedo immobile sul ramo. Tu senti la brezza del vento, io sento la sua carezza sul mio viso. Tu senti il rumore del tuono, io vedo il cielo nero e minaccioso. Tu senti le onde che si frangono contro la roccia, io vedo l'acqua mossa che copre la roccia. Tu senti il rombo del motore, io vedo il bolide che passa veloce sotto il mio naso. Tu senti il tic tac dell'orologio, io vedo le lancette avanzare lentamente. Tu senti la mia voce, io leggo sulle tue labbra. Amico, tu senti, tu ascolti la mia parola, io, io sono sordo, io fisso il tuo volto. 29

Quanto stiamo dicendo certamente non è per formare specialisti, insegnanti, dottori, psichiatri per i non udenti, ma dei cristiani che vivano nell'ambito della parrocchia, della diocesi che devono condividere la fede, l'amore di Dio e del prossimo con tutti, soprattutto con gli ultimi, con quelli che si trovano più in difficoltà. Probabilmente, dopo l'incontro di questa mattina, dopo i nostri gruppi di lavoro, le risonanze che abbiamo ascoltato qui in sala sappiamo qualche cosa di più, riguardo alla disabilità della minorazione dell'udito. Ora, dovremmo raccogliere alcuni elementi che ci possono servire, perché, dopo che saranno fissati su un foglio ci possono essere di aiuto, nel momento in cui ci veniamo a trovare nella situazione di incontrare un sordo. Penso che la prima cosa da fare sia quella di non aver paura della disabilità. Allora, la prima cosa è la convinzione che dobbiamo condividere la gioia di essere seguaci di Cristo, di essere nella Chiesa. Più che organizzazione - ce lo ripete il Papa, ce lo ripetono i Vescovi - dobbiamo sottolineare la parola missione, evangelizzazione. E se con tutti, specialmente con i sordi, valgono meno le parole che i fatti. La fede per i sordi si deve trasmettere soprattutto con una specie di osmosi, perché come è già stato detto, il bene, l'amore i ciechi lo vedono e i sordi lo percepiscono. Quindi, prima di tutto, un atteggiamento mentale, una voglia di trasmettere e quindi di mettere a suo agio il sordo che ci incontra, il quale si rende conto immediatamente se è accolto o se è rifiutato. Non c'è bisogno che noi parliamo, si vede dal nostro viso, dal nostro modo di comportarci. Una volta che abbiamo rotto il ghiaccio in questa maniera, allora tentiamo tutte le vie per comunicare con lui, iniziando certamente con la parola parlata: se lui risponde, allora vuol dire che non è sordo grave, ma che la sua protesi gli permette di risponderci. Se invece fa difficoltà, ci avviciniamo e cerchiamo di parlare più lentamente, di modo che ci guardi sulle labbra; e riuscirà probabilmente a capirci, un po' sfruttando la protesi, un po' leggendo dalle labbra. Se non basta nemmeno questo, allora iniziamo un discorso che sia fatto dei primi due elementi, più quello dei movimenti dei segni, che possono essere tranquillamente quelli che abitualmente noi facciamo nella vita pratica, quando ci troviamo in allegria fra di noi. Chi è più fortunato può imparare anche la cosiddetta LIS (la lingua italiana dei segni) che non è così ben chiara come si vorrebbe dire. Non tutti i sordi conoscono bene la LIS, perché la comunicazione non verbale può essere fatta dalla lingua dei segni e dal sistema mimico-gestuale. Il mimico gestuale è quello che in genere utilizziamo quando facciamo degli sketch, del teatro e cerchiamo di comunicarci, senza la parola cerchiamo di comunicare qualche cosa all'altro, con i movimenti del corpo e atteggiamenti vari. Questa, credo sia la prima cosa da fare per avvicinare i sordi. Evidentemente, specialmente se si tratta di catechesi ai bambini, non possiamo dimenticare la necessità di accostare la famiglia, i genitori. Saranno loro che ci potranno dire alcune modalità di comunicazione con il proprio figlio e lo stesso bambino, vedendo il catechista, il cristiano avere confidenza con i propri genitori, già accoglie il catechista come un amico, come uno del quale si può fidare. Successivamente, si possono trovare anche degli strumenti, come i libri. Generalmente, noi utilizziamo non il libro, ma matita e penna o diapositive, perché il libro lo facciamo rifare ai bambini. E ho visto che anche i bambini normali, spesse volte il catechismo se lo fanno. Evidentemente, in questa maniera il bambino ha qualche cosa da dire lui, ha una partecipazione attiva e probabilmente si coinvolge di più, altrimenti si correrebbe il rischio che il bambino sordo, in mezzo al gruppo normale si possa anche stancare. Fatto tutto questo, io credo che tutti quanti mi insegnate che il catechismo non è soltanto una lezione, ma è un accompagnamento. E questo è più difficile. L'accompagnamento: il far vivere al bambino quello che lui piano piano sta imparando, accompagnamento soprattutto nei momenti in cui la comunità cristiana si ritrova insieme, nella liturgia soprattutto della santa messa e lì cercare, in qualche maniera, di far capire il significato della messa. E se non riesce a capire proprio il 30

significato, leggere dal viso della gente la gioia di stare insieme, perché dove sono due o tre lì c'è anche Cristo, soprattutto nell'eucarestia. E se il sordo si trova bene, evidentemente non fugge. Ci può essere anche la necessità, per quelli più gravi, di avere dei momenti in cui tenerli un po' da una parte per avere degli interventi più diretti, più mirati. E questo si può benissimo anche fare.
Don Giuseppe Morante Possiamo catalogare questa nostra riflessione sulla differenza specifica, cioè lo specifico della sordità, nella dimensione dei soggetti sordi e della comunità sorda. Adesso io vorrei provocarvi un poco al genere prossimo. Non so se capite: genere prossimo e differenza specifica. La differenza specifica comporta delle specificazioni e delle competenze specifiche. Ma se non ci sta il genere prossimo le differenze specifiche non funzionano. A chi le dirigo e come le metto in pratica le differenze specifiche nel genere prossimo? Chi è il genere prossimo? È la comunità. Esiste la comunità, esistono delle persone. Nella comunità, la sensibilità alle differenze c'è? Abbiamo visto che dobbiamo crearla. Noi abbiamo approfondito la differenza, adesso cerchiamo di scoprire la sostanza comune. Allora, vorrei chiedervi: avete adesso voi la sensibilità degli approfondimenti e delle differenze per cominciare a provocare la realtà comune? Perché se nelle nostre parrocchie non ci sono catechisti che si preoccupano delle disabilità e tantomeno dei sordi, se il problema dei disabili o dei sordi è in qualche modo delegato a qualcuno, beh... in questo Corso qualcuno si è arricchito per conto proprio, ma come poi stimola, provoca, fa reagire la situazione locale? Questa è un po' la mia preoccupazione. Abbiamo anche nei nostri Centri specializzati per i diversi tipi di handicap, tanti collaboratori laici bravi, ma sono laici tendenti al laicismo. Questo che cosa significa? Significa che non vedono il processo di una educazione globale, in ordine anche alla vita di fede. Si fermano al passaggio intermedio e la personalità non è completa, anche per quelli che vengono riabilitati. Potremmo dire li riabilitiamo alla catechesi e alla pastorale, però dentro la vita della comunità. Questa era un po' una cosa da completare. È chiaro, non l'accettano lo stesso, se non sono loro mentalizzati a capire. Questa è una prima cosa. Una seconda cosa. Viene prima la persona e poi il resto. La comunità, secondo la teologia della Chiesa che cos'è? È una madre che genera figli. Bene, è nel grembo della comunità che i figli crescono e ciascuno con quello di cui ha bisogno. Spesso, invece, siamo dei funzionari come catechisti. E per questo non andiamo ad accogliere. Allora, la madre accoglie tutti i figli, ma per accogliere ha bisogno di creare le condizioni anche dal punto di vista delle differenze per una visione comune. Questo è un principio teologico-comunionale. Allora, non vi do' ricette, non ne ho. Avete in cartella il mio libro «Una presenza accanto». Perché l'ho fatto? Ho messo nella dedica: «Ai pastori e ai catechisti che nella mia trentennale professione catechistica mi hanno chiesto come trattare gli altri, i diversi a livello catechistico e pastorale». Nel capitolo della pastorale, il penultimo, tratto di che cosa fa la parrocchia per l'accoglienza degli altri, degli handicappati, in questo caso dei sordi, ma è aperto a tutta la prospettiva. Che cosa fa? E dice una serie di verbi all'infinito. Io sono patito per i verbi all'infinito, perché i verbi esprimono un'azione. Se parliamo semplicemente e non facciamo è inutile che parliamo. Allora, andate a leggere quei cinque o sei verbi. Dove li ho presi? (Li ho sviluppati un po' a livello più operativo, metodologicamente). Da un foglietto del MAC (Movimento Apostolico Ciechi) che dice: Chi manca oggi in chiesa, chi manca oggi al catechismo? Fra l'altro, io ho una videocassetta francese sul cieco di Gerico che parte esattamente da questo presupposto: l'attenzione della comunità, perché c'è un posto vuoto. Allora, che cosa dobbiamo fare? Lì ci sono sette linee di azione. Chi le deve fare? Non lo so, chi è più sensibile, chi incomincia per primo, chi dice: Ma io sono solo. Benissimo, probabilmente in un ambiente ostile da solo sono emarginato pure io, anch'io 31

sono handicappato; però, se mi faccio alleato con un altro, uno o due, in due possiamo fare qualche cosa di più. Il problema è, si tratta di rompere. Rompere significa provocare, perché la gente è addormentata sensibilmente. Allora: rompere certe forme di staticità, perché è molto comodo fare le cose per routine, ma nella routine non c'è vita, non c'è vitalità. Inviterei a leggere quelle sette parole, sette verbi e ciascuno di voi, poi a fare un piccolo proposito: ne sceglie uno, dove si sente più sensibile e dice: In quei sette verbi, che cosa io posso fare per la comunità, allargando un po' il cerchio dell'interesse per l'accoglienza. Certo che la catechesi ai diversi deve avere delle caratteristiche. Lo dice anche la Chiesa, non lo dico solo io. Ho cercato di mettermi nelle cose, teorizzandole. Perché? La teoria e la prassi non sono due realtà staccate. Noi non siamo mente e corpo divisi, siamo persone. La prassi senza la teoria è vuota, la teoria senza la prassi è cieca. Allora, riflettere e agire. Da dove partiamo? Possiamo partire dal riflettere: che cosa fare? o dall'agire: vediamo che cosa c'è e come dovrebbe essere. In questo senso, operativamente, vi invito ad esprimere qualche proposta concreta, da parte di tutti voi, insieme a quelle che sono da mettere dentro il Mercatino dell'usato, perché questo, poi, raccolto può incominciare a sensibilizzare, noi per agire e un po' allargare il cerchio per gli altri. Ora terminiamo di chiacchierare, di riflettere. Domani riprenderemo il cammino sotto un'altra angolazione, ma senza perdere di vista il genere prossimo, perché altrimenti la differenza specifica ci mette fuori da un contesto e quindi ci emargina ancora una volta e ci sentiremo più frustrati che incoraggiati.
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Il disturbo con deficit di attenzione e iperattività Dott. Francesco Pieroni Siamo ormai dall'altra parte del crinale, abbiamo «scollinato» e stiamo andando verso la conclusione. Diciamo che abbiamo superato la metà del percorso; a questo punto, un buon viaggiatore prende la mappa e dice: «dove siamo», si riorienta un momento, in modo che sia ben chiaro anche il tracciato, il percorso fatto, il senso del cammino che si sta facendo e della meta da raggiungere. È il momento di fare un po' il punto di questo nostro procedere, di questo nostro camminare. Io lo sintetizzo in alcune parole che, a mio parere, sono parole chiave, ma che lascio anche alla vostra riflessione. Voi avete notato che, quando è stato possibile (quando non è stato possibile è perché non ne siamo stati capaci), il lavoro viene sempre fatto in partecipazione, il più possibile attraverso una comunicazione che sia circolare e di scambio. Una parola: partecipare. Non è solo una questione di metodo, è una questione di sostanza. Se noi partecipiamo significa che noi siamo una parte e che la presenza dell'altro che ci sta accanto è fondante, è essenziale. La partecipazione significa che ognuno di noi non è completo in se stesso. Non siamo mai perfetti, compiuti, abbiamo strutturalmente bisogno che qualcun altro si ponga di fronte al nostro limite, al nostro difetto, perché questa ferita nel cerchio, in realtà è la nostra apertura. È da questa mancanza che nascono i progetti, è da questa mancanza che nasce e che avvertiamo la parola dell'altro. La chiusura è la tomba; è la chiusura narcisistica o è la chiusura da senso di difficoltà, di impotenza, da difesa, è l'individualismo esasperato. Questo porta a dire anche che allora la ferita, il limite, l'incompletezza, il non farcela da soli è un dato fondante, strutturale di ognuno di noi e ha dato anche il fondamento antropologico - ma forse anche filosofico, anche cristiano - alla modalità di poter vivere insieme. Da questo derivano alcuni passi. Allora, noi non possiamo pensare di essere qui per le persone che soffrono, come se loro avessero bisogno di noi, per i portatori di handicap, come se loro avessero bisogno di noi. Una sana, giusta, autentica partecipazione significa un bisogno reciproco. Parliamo, per esempio, di integrazione nella comunità delle persone che soffrono, di coloro che sono portatori evidenti di una ferita, ma sono le persone che sono portatrici di una ferita che hanno bisogno della comunità? Certo, ma è la comunità che ha anche bisogno di questa presenza. Che significa? Da questo punto di vista, mi permetto di dire che qui non siamo un settore della catechesi, siamo una dimensione della catechesi, perché il settore seziona, delimita. Noi non siamo un settore della catechesi, siamo una dimensione, nel senso che indichiamo qualcosa che appartiene a tutti. Da questa partecipazione prendiamo coscienza anche del nostro limite, della nostra ferita, della nostra creaturalità. Questo ci sembra che sia un elemento portante, come se fosse il substrato, la base, il fondamento su cui poter costruire dopo anche un nostro sapere, un nostro saper essere, un nostro saper fare per poter entrare in comunione, in partecipazione con tutti e quindi anche poter entrare in partecipazione con persone che nella comunità possono avere qualche loro specificità di sofferenza, di limite, di ferita. Direi che una prima parte l'abbiamo più esplicitamente recitata attraverso questo gioco del «Mercatino», che poi, come capite, non è risultato più un gioco; è un gioco creativo, che dice qualcosa. Ci sono poi momenti di approfondimento della disponibilità dei nostri strumenti, dei nostri mezzi per poter realizzare una effettiva partecipazione, riconoscimento ed esercizio della capacità di apertura del nostro limite, perché lì dove c'è la ferita possa nascere la solidarietà, dove c'è la solitudine e la mancanza possa nascere la compagnia, dove nasce anche l'amore, dove nasce
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la vita comune. Questo elemento, che potrei dire dell'elogio del limite o di antropologia della limitazione, del difetto, è un elemento fondamentale, su cui si innesta poi anche quello che ci dà la motivazione a poter apprendere, a poter studiare, a poter affinare, ricercare, sostenere anche l'impotenza, la difficoltà, il cammino faticoso di apprendere il linguaggio di chi non sa parlare o di chi ha difficoltà a farsi presente in qualsiasi modo in mezzo a noi.
Dott. Corrado Dastoli Oggi parliamo di un disturbo che si chiama disturbo con deficit di attenzione e iperattività. Però, se mi consentite, io metto un'altra «i» e poi vi spiego queste iniziali, viene fuori DDAI-I. Questa sigla DDAI molti la conoscono, ne hanno sentito parlare, ma ne sentirete parlare molto, perché è di moda. Ne sentiremo parlare, ma io credo che possiamo tenere questa parola DDAI, perché ci potrà forse anche suggerire, quasi come una specie di provocazione, una linea di pensiero e di proposta. Allora, disturbo con deficit di attenzione e iperattività, ma c'è un'altra «i», che non è nella denominazione e - vi dico subito - sta per impulsività. È un quadro che ha a che fare con un comportamento frequente. Questo è importante dirlo. Voi potrete leggere che negli Stati Uniti si considera frequente l'incidenza di questa condizione, pari almeno al 5% dei bambini, dal 2 al 5%; c'è chi parla del 20 % dei bambini. Ora, gli americani hanno queste grandi infatuazioni e quindi esagerano, lo diciamo chiaramente. Chiaramente gli americani esagerano. In Inghilterra, l'incidenza è stimata intorno all'1-2%, che è comunque moltissimo. Noi parliamo, innanzitutto dell' età evolutiva, cioè di un quadro che si riscontra nei bambini e negli adolescenti. Però questa condizione poi ha un suo decorso, condiziona la situazione psicologica, mentale, comportamentale anche della persona che diventa adulta e quindi è una condizione con cui si ha continuamente a che fare. E quindi, se uno si interroga la ritrova, cioè non è un quadro che scopriamo adesso. Pensate che in letteratura, questa condizione è stata già presentata fin dai primissimi anni del 1900. C'è un autore, Still, che già nel 1902 parlava di questo tipo di disturbo, un disturbo che ha avuto vari nomi nel tempo. Grosso modo, voi l'avete sempre sentito indicare con il termine sindrome iperattiva. A un certo punto, negli anni'60 sono stati associati questi comportamenti, ipotizzando un deficit celebrale minimo, con la convinzione che ci fosse un danno celebrale che però non riusciamo a vedere che c'era. Ecco questo concetto del danno celebrale minimo, cioè una qualche sofferenza encefalica perinatale che motivava questo. In questo vi dico che c'è una condizione disturbata e disturbante nell'età evolutiva e poi, vedremo, andando avanti nel tempo. Questa condizione non è tanto chiara, tanto è vero che si è continuato a cambiar opinione. Allora, adesso, io potrei fissare ad oggi, 2001 quelle che sono le convinzioni scientifiche. Vi dico, però chiaramente: primo, che a noi interessa relativamente poco e secondo che tanto cambiano. Tanto è vero che quello che è riportato nel Trattato di psichiatria dei disturbi del comportamento di Harold Kaplan, fa riferimento a criteri diagnostici di un famoso manuale che si chiama DSM-IV (questo è un manuale americano: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), oppure di un manuale di classificazione diagnostica che si chiama CD10 (questo è più inglese), è quello che accoglie un po' le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma quello che io voglio sottolineare che uno è il DSM-IV, e un altro è il CD10: vuol dire che ogni tanto ne fanno uno nuovo. E allora, nella nuova edizione si cambia, si mette a punto, si prende atto delle nuove conoscenze. Tutto questo sta a significare che ci continuiamo a interrogare su una condizione che siamo riusciti a mettere insieme alcune cose e a capire che queste cose vanno insieme.
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Allora, noi abbiamo un disturbo in cui insieme ci sono aspetti di deficit attentivo, aspetti di iperattività e aspetti di impulsività. In terminologia clinica, questo si chiama una sindrome; in greco vuol dire che ci sono diverse cose che camminano assieme: «sindrome», che corrono insieme, che vanno insieme. Tutto questo ipotizza che ci sia una qualche ragione di questo insieme di sintomi o di comportamenti. E di questo noi veniamo a parlare. Prima, però, fermiamoci brevemente a descrivere questi sintomi. Oggi è stata data più importanza al cosiddetto deficit di attenzione. È un disturbo caratterizzato da deficit di attenzione, iperattività e impulsività. Voi mi direte: se uno ha un difetto di attenzione, forse non è un grave disturbo. In effetti, il deficit di attenzione è una condizione disturbata, ma anche molto disturbante. Questo io credo che lo possiamo oggi capire meglio, in relazione al lavoro che abbiamo fatto ieri, in relazione al lavoro che ci ha fatto trovare qui assieme. Mi spiego meglio. Il deficit di attenzione vuol dire innanzitutto una incapacità di mantenere focalizzata la concentrazione, l'impegno per portare avanti un compito. C'è una stanchezza. Ma, deficit di attenzione è in termini anche relazionali. Allora, io credo che tutti quanti abbiamo capito quanto è importante l'attenzione. Se io parlassi e voi non mi ascoltaste, io credo che questo mi umilierebbe. Se c'è una cosa che ci fa male, è il non avere attenzione. Allora, voi vedete che questo difetto di attenzione è un comportamento disturbato per il soggetto, per il bambino, ma è anche un comportamento fortemente disturbante. Questo lo voglio sottolineare. Questo ci introduce a quel pensiero di fondo che portavamo avanti anche ieri e cioè che la comunicazione umana è necessariamente, sempre, pura comunicazione reciproca. Reciproca, vuol dire che contemporaneamente ci si relaziona in modo dialogato dalle due parti. La comunicazione umana è sempre reciproca e trasformativa, in cui il trasformativo non vuol dire necessariamente che le cose cambiano in meglio. Sempre, il processo comunicazionale è reciproco e cambia, trasforma qualche cosa. Io ho fatto una ricerca, in particolare su una condizione un po' a margine, in cui c'è deficit di attenzione e iperattività, ma c'è anche un dato genetico. Si chiama: la Sindrome del cromosoma X fragile. È una condizione molto frequente, che dà un certo ritardo mentale. Ma soprattutto hanno capito che questi bambini, con difetto dell'attenzione e iperattivi frustrano le mamme. Una delle cose essenziali è l'ingaggio comunicazionale; l'ingaggio vuol dire che ci si acchiappa, ci si intende. Se non c'è un rinforzo per la mamma, per il genitore uno si fa «cadere le braccia» e lascia perdere. Questo che all'inizio posso sostenere come un difetto del bambino è un disturbo relazionale, interattivo. Questa difficoltà di ingaggiare un'attenzione, di essere o no di fronte a un altro per fare insieme qualche cosa di costruttivo è un grosso problema, perché l'incontro successivo sarà stato trasformato da questa delusione attentiva. Io ho parlato di «mamma», ma è chiaramente un nostro interesse considerare dei contesti, come quello scolastico, come quello della catechesi, in cui c'è un gruppo e c'è il solito ragazzino disattento, che non segue e ci dà fastidio, è un disturbo. Credo sia inutile che io vi legga tutti i sintomi in cui si concretizza il difetto di attenzione. L'unica cosa che però vi dico è che il difetto di attenzione non è soltanto l'incapacità di concentrarsi su un compito, ma è l'incapacità anche di mantenere una continuità ed efficacia di impegno, per esempio, nel conservare gli strumenti, le attrezzature, nell'essere predisposto per una certa attività. È un bambino che perde tutto, che non ritrova le cose, che nel momento in cui occorre fare qualche attività non ha gli strumenti. Questo tipo di disattenzione, dunque, diventa estremamente distruttiva per ciò che riguarda il percorso evolutivo e di apprendimento. Mi fermo qui: disturbo con deficit di attenzione e iperattività. Si accompagna questo difetto dell'attenzione con questo aspetto che è ipercinetico, cioè il fatto di non riuscire a regolare la propria motricità, quindi a stare fermo. Ognuno può avere in mente e negli occhi, il fastidio, il disturbo che reca in casa, che reca a scuola uno che non sta buono. Questo non vuol dire che è cattivo, però noi diciamo: Non sta buono. 35

A questo punto aggiungo l'altra «i» che è importante. Insieme al deficit di attenzione e all'iperattività c'è l'impulsività, cioè una frettolosa espulsione delle proprie tensioni, cioè si tratta di uno che parla prima di essere interrogato, che interviene fuori tempo. Impulsività - questo è importante - non vuol dire che gli impulsi sono malvagi, non vuol dire che è un bambino aggressivo, è un bambino che esprime sempre con tempestività, subito, quello che ha dentro. Perché dico che non è aggressività distruttiva? Perché si è visto che un quadro di partenza di questo genere è estremamente distruttivo, perché produce conseguenze almeno a tre livelli. Produce: in primo luogo, una conseguenza dal punto di vista del successo sociale e dell'apprendimento. Voi potete immaginare perché; sono bambini che rimangono indietro, che possono diventare francamente ritardati, perché non riescono a rendere efficace la loro attività. Il secondo tipo di conseguenza è un enorme deficit di autostima. Sono bambini depressi, ansiosi, insicuri. Immaginiamo di continuare a fallire una volta dopo l'altra, prendere brutti voti, tutti che ci giudicano negativamente... È chiaro che il senso di autostima del bambino e della famiglia cade. Nel DDAI non c'è un'aggressività distruttiva, non c'è un quadro depressivo iniziale, ma: primo, abbiamo la conseguenza di insuccesso, fallimento scolastico, sociale, ritardo, restare indietro; due, abbiamo una prevedibile mancanza di autostima e tre, molto frequentemente questi ragazzini diventeranno ragazzi con disturbi della condotta. Cosa si intende per disturbi della condotta? Si intende che, a un certo punto, cominceranno a diventare antisociali, a esprimere rabbia e allora quella che era semplice impulsività diventa un'impulsività distruttiva. Noi sappiamo oggi quanto ci dobbiamo occupare di comportamenti che diventano delinquenziali, criminali di giovani, giovanissimi, anzi. Questo è un tema di grande attualità. Infermità se c'è (e non abbiamo capito qual è) non ci interessa in questo momento, disabilità sì, può diventare veramente un handicap nel percorso sociale. Questo è un po' il quadro diagnostico. Io mi vorrei fermare qui sulla descrizione dei sintomi, dicendo quindi che è importante tener conto che una condizione iniziale è a rischio di una moltiplicazione nell'età. Ecco che noi torniamo a quel concetto che dicevamo anche ieri, quel concetto che in qualche modo abbiamo elaborato a Fiuggi, cioè che l'identità personale è legata all'interazione con la comunità, col gruppo. Noi avevamo quel concetto: gruppo e identità. Non esiste un'identità sospesa in una condizione singolare. Quale sarà l'identità, la persona del bambino che diventa ragazzo, che diventa adulto in questo quadro? È determinato da un percorso che avviene in modo relazionato nella comunità. Quindi, gruppo e identità. Qual è l'identità di questa condizione iniziale? Può essere un'identità che moltiplica gli aspetti difficili, gli aspetti disturbanti e disturbati oppure no. Allora, ecco che questo DDAI, io lo potrei prendere come un incoraggiamento, cioè prendere coraggio, perché questa condizione (poco visibile, strisciante e liquidata così: certo, sempre in un gruppo c'è un bambino che non sta fermo, che non sta buono, disattento) possa essere affrontata, in che modo? Poche cose io dico, perché? Perché tante certezze non ci sono. Probabilmente, anche qui può essere un lavoro di gruppo che ci fa in qualche modo riconoscere ciò che è più utile e costruire nuovi modi. Che cosa abbiamo capito? Due cose abbiamo capito. Una prima cosa è questa, che dare un nome e un cognome, a volte non è un'etichetta che oggettiva una persona. In questo caso, io vi dico questo: che «DDAI», aver inventato questa cosa, sarà un'utile finzione, però serve. Quando voi immaginate che c'è un bambino che non sta attento, dietro c'è una famiglia che è frustrata. E se voi fate delle ricerche, come anche noi abbiamo fatto per vedere come sono le famiglie, come sono i genitori dei bambini DDAI, voi trovate che si tratta di genitori con dei comportamenti certamente giudicati poco positivi. Allora, voi mi direte: Ecco la prova che il DDAI è la conseguenza di un comportamento genitoriale sbagliato. E io vi dico che questo noi non lo possiamo dire. Io mi ricordo di aver tradotto un libro inglese bellissimo: Anormalità nei genitori degli 36

schizofrenici. Questo libro dimostrava chiaramente che i genitori degli schizofrenici hanno delle anormalità. Ma poi c'era tutta una bellissima parte ed è scientificamente di grande pregio, che diceva: A questo punto non sappiamo che cosa dire. Perché, A: potrebbe essere che esiste un dato genetico e c'è la dimostrazione, quindi, che come ce l'hanno i genitori ce l'hanno figli. L'interpretazione A: dato genetico. Interpretazione B: ci sono i genitori schizofrenogeni, cioè è il comportamento dei genitori anormali che produce l'anormalità del figlio. Ma c'è anche il comportamento C: pensate di avere in famiglia uno psicotico. A questo punto, tutta la famiglia impazzisce. Allora, il fatto di aver riscontrato che questi poveri genitori hanno delle anormalità è un osservazione importante, ma non vuol dire che è colpa loro. Il fatto che vengono gli americani e rispetto a una cosa che resta in qualche modo inesistente, ma nella sua inesistenza è un mistero pieno di brutture (abbiamo un bambino cattivo, siamo noi cattivi, siamo inadeguati, siamo inefficaci), finalmente ci sono alcuni che dicono: Guardate, voi avete il problema del DDAI. Non significa niente di particolare, ma aiuta la famiglia a riacquistare competenza. La cosa che sta come fondamento a questo aiuto ai genitori è l'aver detto, dando un nome: c'è un problema, questo problema non è una tara ereditaria, non è la cattiveria innata del bambino, ma lo chiamiamo DDAI. E il DDAI, se ci impegniamo, questo problema - come sempre fanno gli americani - possiamo risolverlo. Allora, io direi questo, che aver dato questo nome, all'inizio, chiaramente, può essere faticoso per i genitori, però è solo dall'aver individuato che esiste un problema che può scaturire un progetto, un progetto perfettibile. Questo era un tema che avevamo dibattuto a Fiuggi, avevamo capito l'importanza di questo discorso: limite e progetto. Questo dibattito - discutibile, discutibilissimo, perché tante cose potranno cambiare - ha questa premessa importante, cioè la riacquisizione di una competenza. Competenza, vuol dire: possiamo insieme metterci a lavorare sulla questione, avendo la prospettiva di far bene. Questo è rasserenante per i genitori, è rasserenante per il bambino stesso che sente che finalmente c'è una strada. Questo è, secondo me, il senso positivo di un modo concreto, di buon senso di affrontare le cose. Adesso io ho parlato dei sintomi e sto riassumendo gli interventi che possono essere importanti. Quali sono gli interventi? Innanzitutto la concretezza di dire: esiste un problema, abbiamo inquadrato questo problema; non l'abbiamo inscatolato, ma gli abbiamo dato una visibilità. Intorno a questo problema mettiamo a punto dei modi di poter migliorare le cose. Esiste tutta una discussione sull'approccio farmacologico. Adesso va di moda, vi posso dire anche che cos'è, nel senso che è importante capire che c'è il rischio che più gli dai i tranquillanti e peggio stanno. Paradossalmente, così come abbiamo visto che nei disturbi di panico fanno bene gli antidepressivi, hanno rilevato che in questo tipo di condizione può essere utile un tipo di stimolante. In America usano le anfetamine che in Italia non si possono usare. In Italia si è fatta una sperimentazione con un antidepressivo, cioè è un farmaco che potenzia l'azione dei neurotrasmettitori, quindi in questo senso ha un'azione antidepressiva. E effettivamente c'è una rilevazione di buoni risultati con l'approccio farmacologico. C'è poi l'approccio relazionato. Al di sopra di questa convinzione di base che è l'importanza di riacquisire un sentimento di competenza, io mi permetto di dire che ho tre linee importanti che poi rimetto alla discussione. Il primo aspetto è l'impegno nell'ingaggio comunicazionale. Vuol dire che dobbiamo andare nella direzione opposta a quella istintiva. Questo è un discorso veramente importante con le mamme. Quando una mamma non ha il rinforzo comunicazionale (vede che al bambino le cose entrano in un orecchio e escono dall'altro), lascia perdere, tanto è come raccogliere l'acqua con un cucchiaino. Invece, è necessario, quando tu ti accorgi che c'è qualcosa che non arriva, aumentare la 37

spinta. Questo è importante, quindi richiedere l'ingaggio comunicazionale. Senza questo ingaggio relazionale, richiedere l'attenzione il resto non passa. Allora, questo va in qualche in modo incoraggiato. Una caratteristica di questo bambino: ha bisogno di essere chiamato a una continuità del contatto, alla continuità della comunicazione. Il primo aspetto è questo maggior impegno nell'ingaggio comunicazionale, relazionale del rapporto. Il secondo punto è quello che si chiama il vantaggio di un ambiente prevedibile. Vuol dire che in questo vagare di qua, di là, è necessario che il ragazzino abbia una cornice chiara, abbia dei tempi, delle scansioni, qualche cosa che continuamente lo definisce. Questo è impegnativo, implica un maggior impegno personale. Se si deve cenare tutte le sere alle otto ci vuole qualcuno che alla sera prepara la cena, invece chi torna a casa va nel frigorifero e mangia quello che trova è più comodo per tutti. Una certa scansione dei tempi ha una utilità nella struttura interna della persona. Questo lo dico, perché a volte può essere fatto con dispiacere, come se uno forzasse l'autentica espressione del bambino, invece il vantaggio dell'ambiente prevedibile è veramente riconosciuto. Ma per vantaggio dell'ambiente prevedibile, io parlo di una regolarità, di una scansione dei tempi, delle attività, dei confini, ma parlo anche di un altro aspetto, legato a quello che dicevo prima. È chiaro che a questo ragazzino, quando va a scuola manca la penna, manca la matita, non ha portato il libro di storia... Allora, si inizia un'attività: metodo. Per prima cosa, apriamo il banco, controlliamo quello che abbiamo e quello che manca, si fa una riserva, nel cassetto ... Voglio dire: fornire quello che manca, certezza, quella stabilità ambientale. Questi discorsi, riguardano il caso clinico, ma se noi ci pensiamo riguardano la persona. La terza cosa è questa: reazioni adeguate ai comportamenti gravemente negativi. I comportamenti, il modo di interagire di un bambino, di un ragazzino con questa condizione possono essere disturbanti, creare qualche danno, possono essere anche a volte gravemente negativi. Allora, è chiaro che i comportamenti hanno delle diverse conseguenze, dei diversi gradi di gravità. Allora, che il comportamento resta privo di riscontro, questo è estremamente negativo. Se c'è un comportamento gravemente negativo deve essere non solo segnalato, ma deve produrre una reazione adeguata. Allora, reazioni adeguate ai comportamenti gravemente negativi. Non è tanto l'aspetto della scelta concreta, ma è il principio che è importante. In queste reazioni ci sono sempre due aspetti, cioè c'è l'aspetto che segnala che questo comportamento è un comportamento che porta a brutte conseguenze, a brutti risultati, che è male. Contemporaneamente devono esserci segnali di rinforzo dei comportamenti positivi. Questi segnali devono essere molto chiari e molto costanti, perché si proceda e perché non si vada verso una direzione involuta, si vada invece, così come è possibile, perché queste premesse che sono poco chiare della sostanza che c'è dietro, sono una condizione sulla quale plasticamente si può lavorare. Per concludere vorrei sottolineare ancora questo. Questa è una premessa, è una direzione in cui dobbiamo essere portati a guardare per trovare delle strade efficaci, su un quadro frequente, che tutti possiamo riscontrare nella nostra esperienza, per avere più fiducia nella nostra competenza. Se dovessimo tornare a problemi diagnostici, si definisce DDAI puro questa condizione che per definizione è passibile di una evoluzione positiva, perché in quel caso avremo la prova provata che non c'è una lesione celebrale: ci sono una serie di condizioni che sono secondarie. Il DDAI puro si diagnostica durante il periodo della prima scolarizzazione, a differenza, invece, di comportamenti con deficit di attenzione e iperattività in altri quadri, come il ritardo mentale e X Fragile che noi vediamo fin da subito, fin dalla prima interazione. Sono più gravi. Il DDAI puro emerge, si configura nella prima scolarizzazione. E come sempre negli aspetti evolutivi ciò che si fa precocemente diventa più importante e più fondamentale. Questo comportamento con deficit di attenzione e iperattività però noi lo riscontriamo nell'X fragile, in cui sicuramente c'è un ritardo mentale, ed anche nei cosiddetti problemi autistici, a volte, non sempre. È chiaro, che questi sono problemi più difficili. Ma io dico ugualmente che lo stesso metodo di gestione familiare e comunitaria di un comportamento DDAI puro può essere utile - non 38

dico, guarire - anche in un DDAI di tipo secondario. Vedo che quanto noi dobbiamo riscontrare come uno schema di personalizzazione, acquista poi un valore pedagogico assoluto. Questo è utile, aiuta anche a rivedere certi modelli educativi o pseudoeducativi che sono andati per la maggiore negli ultimi decenni. Allora, rispondo positivamente, dicendo che effettivamente le prospettive di questi bambini sono buone. Perché in America ce ne sono tanti? Perché la sostanza dell'impegno educativo nordamericano fa acqua da tanti altri punti di vista. Ci sono delle domande aperte. Non vorrei che sia solo l'esperto a dire: «Fate così e tutti guariranno» perché sarebbe una risposta pretenziosa e sostanzialmente falsa.
Don Giuseppe Morante Vi do alcune chiavi di lettura delle cose che ho scritto (relazione allegata). La prima cosa è che ci sono questi ragazzi con deficit di attenzione. Io credo che oggi siamo in una società con deficit di attenzione. La conseguenza del deficit di attenzione è che mentre uno si trova in un contesto per fare una cosa ne fa diecimila altre, allora si diventa frenetici e si diventa frustrati. Questa è la nostra società e noi ci stiamo dentro. Facciamo diecimila cose, c'è questa ipercinesicità. Gli antidoti credo che sorgono prima di tutto dalle energie della natura. Ieri , qualcuno ha messo in evidenza con documentazioni scientifiche, che c'è una forma di compensazione nella vita, a qualsiasi livello: se a uno manca una cosa, la natura gli offre altro. Noi non acquisteremo mai la coscienza della nostra realtà personale o comunitaria. Allora, su questo non dico niente, siamo tutti adulti con riserva. Se non moderiamo, prima di tutto questa dispersività nelle cose che ci toccano per identità cristiana, per competenza professionale, per capacità di testimonianza della nostra fede non possiamo pretendere di trovare delle ricette o degli antidoti o delle medicine. Parlando ai catechisti, una volta una catechista mi ha detto: «Io, nell'ora di religione passo il tempo a dire: Tu, stai fermo! Tu, non ti muovere! Tu prendi questo, tu fai quest'altro». «E questa è la tua comunicazione catechistica?» «Questo, devo fare per tenerli buoni, mi dà un aiuto, un consiglio?» «Sì, te lo do subito, cambia mestiere». Il bambino non riesce a regolarsi, ha difficoltà di autoregolazione. L'iperattività da carenza di attenzione, certamente si vede nel comportamento. Difficoltà di autoregolarsi. (Anche molti adulti hanno questa difficoltà). Quali sono i motivi? Le nostre competenze ci dicono: per affrontare pedagogicamente un rapporto educativo e per aiutare a fare un percorso di fede nella comunità o nella catechesi, dobbiamo partire da queste situazioni. Le incapacità del bambino vanno considerate prima di ogni progetto educativo, prima di un incontro, prima di un inserimento dentro la comunità, prima di stabilire un rapporto con gli altri. Questo è il primo compito che vi do. Secondo. Qual è il contrario di movimento? Fermarsi. Fermati. Non è un ordine, è un movimento di tipo pedagogico e di tipo anche educativo-religioso. Per ascoltare, bisogna essere attenti a chi ti parla, ma se io cammino... Ho perso un ragazzo dell'oratorio, perché mentre mi diceva una cosa che per lui era importante, io avevo da fare un'altra cosa e correvo. Mi ha detto: «Se tu non ti fermi non mi ascolti». «No, io ti ascolto». «Non è vero, non ti parlo più». E se n'è andato. Aveva ragione. Un altro ragazzo che era strabico: «Ma tu non mi ascolti, non stai attento a me». «Perché?» «Non mi guardi in faccia». Mi sono dovuto spostare ... Capite che ci sono segnali nella comunicazione. In fondo, è poi questo il problema: come comunicare con queste persone. Parole come queste: Fermati. Osserva. Ascolta. Ricorda. Rifletti. Decidi. Ci possono essere momenti in cui, nel rapporto con l'altro e quindi soprattutto con qualcuno di questi soggetti, diciamo ipercinetici dobbiamo parlare. «Ma possibile che ti devo correre appresso per farmi sentire?» Cioè, usare quegli stimoli correttivi che in qualche modo possono aiutare a recuperare un modo di controllo, autoregolazione, controllo di queste forze che scappano.
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Dal punto di vista educativo, dobbiamo creare atteggiamenti legati un po' a queste parole. Cos'è l'atteggiamento dal punto di vista psicologico? È un modo di essere, è una mentalità acquisita. Stamattina, per esempio, sono andato sulla scogliera e mi sono fermato sette minuti in estasi. Mi sono fermato a guardare. E il guardare non è un guardare inutile, era un riflettere. Noi, perché corriamo non siamo più capaci di fermarci per riflettere. Allora, un minimo di riflessione. Un altro esempio di ipercinesicità: quando ero giovane, ho sostituito un maestro elementare. Un ragazzo dal fondo ha preso la penna, l'ha buttata in alto e andata a finire con la punta sul secondo banco. Quando sono intervenuto per correggere il comportamento: «Non sono stato io». «Come, non sei stato tu, ti ho visto io». «Volevo dire che non l'ho fatto apposta». Non sono stato io - non l'ho fatto apposta. È vero, non l'hai fatto apposta, ma una persona che non fa apposta usa o non usa il cervello? Richiamare appunto a quella correzione, con le capacità di riflettere sul gesto che hai fatto, che porti conseguenze, molte volte che ti sfuggono, allora non c'è responsabilità. Allora, capite che significa: Fermati, essere aiutato ad assumere atteggiamenti in ordine all'osservazione. Allora, far fare delle esercitazioni anche scritte: Che cosa ti dice questo panorama? Perché sei venuto qua? Perché ti trovi in chiesa? Perché vieni al catechismo? È un modo per creare atteggiamenti di osservazione, di ascolto, di ricordo, perché c'è una continuità nella nostra esperienza, anche a livello religioso. Non possiamo tagliare di netto nelle nostre esperienze. Allora, aiutare i ragazzi a recuperare anche un principio didattico di collegamento fra le varie esperienze. Uno costruisce già su una base che in qualche modo già vive o ha già vissuto. È su questa dimensione che si crea anche il concetto di memoria liturgica, altrimenti diventano riti staccati l'uno dall'altro. Che memoria facciamo? Ricordiamo una realtà che oggi vogliamo rendere presente. Questo è la memoria. Riflettere e poi decidere, piccoli passi, ma sono i verbi che aiutano a recuperare una tendenza inversa a questa dispersione, a questa fuga, ecc. Quali sono le caratteristiche pastorali e catechistiche con cui in qualche modo creare questi atteggiamenti della persona, come punti fermi; saranno piccolissimi, ma sono delle inversioni di tendenza. Quanto diciamo è legato a ciò che è stato detto precedentemente e orienta ad una prassi educativa e operativa, magari anche con altre persone, con i genitori, con altri della comunità, ecc. Ci sono delle attenzioni pastorali per chi non ha capacità di attenzione (non è un gioco di parole): predisporre esperienze educative comunitarie semplici, avere obiettivi minimi nella riflessione catechistica, perché se uno non ha capacità di attenzione non posso mettere un obiettivo lungo un chilometro, devo mettere un obiettivo breve di un centimetro, perché quando uno poi riesce a superare quel piccolo limite e a recuperare, a integrarsi si sente anche lui rinforzato, capace di avere più forza di attenzione; fissare, appunto, obiettivi molto brevi. Terzo, stabilire una particolare comunicazione-relazione, personalizzata. Ho fatto da padrino di cresima ad un mio ex allievo che per forza voleva che io facessi il padrino di cresima. In quella celebrazione il parroco mi disse: C'è un ragazzo che non riesce a stare fermo. Lo vorrei conoscere. Mi ha detto il nome, mi sono avvicinato e gli ho detto: «Ehi, Marco, come stai?» Questo l'ha interessato, perché si è sentito chiamare per nome. Dico: «So che devi ricevere la cresima, è vero?» «Sì, sì». «Allora, io faccio il padrino di questo tuo compagno, vuoi stare vicino a me?» «Ma non ti conosco nemmeno!» «Non ti preoccupare, stiamo insieme». La celebrazione è andata avanti: ogni tanto gli mettevo la mano sulla spalla, ogni tanto gli davo una carezza, ogni tanto gli dicevo: «Guarda che qui hanno detto questo». Non ha disturbato. Allora, vuol dire che ci sono delle possibilità di relazione che aiutano a recuperare l'attenzione, anche se è minima. Questo è stato un miracolo dello Spirito Santo, ha detto il parroco. Meno male che lo Spirito Santo sa fare anche questi miracoli; si serve però delle mediazioni umane. Infine, programmare un accompagnamento personale. Che tipo di capacità di attenzione ha? 40

Poca. Io mi accontento di quel poco che mi può dare e poi gli faccio capire che lui è stato capace di fare questo.
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Presentazione di esperienze e associazioni PROGETTO «BEATI NOI» - BOLOGNA (Stefano Toschi) I «Beati Noi» sono un gruppo diocesano che partecipa alla nuova evangelizzazione partendo dall'esperienza concreta di alcune situazioni di disabilità. «Beati Noi»...Ma che cosa c'è di «beato» in una persona con difficoltà? Non dicono forse tutti che «l'handicap» è una sfortuna, una disgrazia, una tragedia? Noi non vogliamo assecondare quest'opinione generale, perché la fede in Cristo ci mostra che il deficit può diventare un'ottima occasione per conoscere la buona notizia del Signore morto per noi e risorto. Il punto di vista dell'handicap può aiutare a comprendere più chiaramente la diversità di Gesù rispetto a questo mondo e l'emarginazione che il suo spirito normalmente subisce. L'esperienza cristiana invece mostra che Dio ha scelto come fondamento della sua opera proprio la pietra scartata dai costruttori. Gesù proclama, nel discorso della montagna, che i poveri, gli afflitti, i perseguitati a causa del suo nome sono beati, cioè felici. Ispirandoci a questo discorso abbiamo deciso di denominare il nostro gruppo «Beati Noi», perché il fatto che il Signore ci ha chiamati felici ci ha resi felici. E diffondiamo questa buona notizia incontrando i gruppi parrocchiali, scrivendo articoli e libri e guidando ritiri spirituali per i giovani. La disabilità rimane una prova cruciale, e resterà una situazione tragica finchè sarà considerata e vissuta in termini unicamente individualistici, secondo la mentalità oggi diffusa che tende a scaricare tutto il peso sulle persone e le famiglie direttamente colpite dall'handicap (come di qualsiasi altro problema). Si tratta invece di una prova che riguarda tutta la comunità. Quando S. Paolo dice: «Dio è fedele e non vi permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13) non sta forse parlando a una comunità intera? Il Cardinale Giacomo Biffi, nella presentazione fatta al testo della ricerca sulla realtà ecclesiale bolognese, pubblicato nel 1987, così sintetizza l'obiettivo del nostro Progetto: «I portatori di handicap non vanno confinati al ruolo di oggetti delle attenzioni e delle cure dei più fortunati, ma possono e devono diventare dei soggetti attivi, insieme a tutta la comunità civile e cristiana di sollecitudine verso l'intera realtà umana, i suoi problemi, le sue sofferenze». Nel 1981 con l'Anno Internazionale della Persona handicappata nasce il Centro di Documentazione sull'handicap dell'AIAS di Bologna e, al suo interno, si sviluppa l'interesse per la tematica relativa alle problematiche del rapporto tra la Chiesa e il mondo della disabilità. Così dalla iniziativa di alcune persone nasce il Progetto «Beati Noi». Negli anni 1984-86 il Progetto svolge una ricerca su «Handicap e Chiesa», condotta da Claudio Imprudente e dai suoi collaboratori, nella realtà ecclesiale bolognese, pubblicata sul mensile Rassegna Stampa Handicap. Il lavoro dei «Beati Noi» continua negli anni successivi (1987-1990) con una serie di articoli su queste tematiche e un dossier curato dal Dott. Andrea Tinti e dal Dott. Marco Tibaldi su come la stampa tratta il tema «miracoli». Nel 1990 il Dott. Stefano Toschi diventa responsabile del Progetto «Beati Noi» e cura l'omonima rubrica prima su Rassegna Stampa Handicap e poi sul mensile HP. Tra il 1993 e il 1996 il Progetto continua a organizzare e partecipare agli incontri, pubblica alcuni articoli, in particolare sull'Avvenire, e fa una raccolta di pubblicazioni che viene edita come «Quaderno del Centro di Documentazione Handicap n° 10» intitolato La spiritualità, la catechesi, la vocazione dei disabili: la Chiesa di fronte all'handicap, a cura di Massimiliano Odorici e Stefano Toschi. Questo fascicolo raccoglie una serie di articoli pubblicati sulle riviste del Centro di documentazione AIAS e su altri giornali. Il volume è diviso in due parti, la prima comprende una serie di articoli generali sull'argomento, nella seconda vengono presentati alcuni commenti e passi evangelici che dimostrano come le nostre fatiche siano insite in tutto il Vangelo. L'esigenza di radunare il
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materiale in un piccolo volume è nata dalla richiesta di alcuni nostri interlocutori di approfondire i temi che vengono trattati durante gli incontri che teniamo presso i vari gruppi parrocchiali ed extraparrocchiali. L'anno dopo viene pubblicato presso la casa editrice ED INSIEME il libro di Stefano Toschi «La Meraviglia, il salmo 118 dal punto di vista dell'handicap», inoltre il Progetto «Beati Noi» viene invitato a partecipare al Convegno su «Iniziazione cristiana e partecipazione dei disabili alla vita liturgico - sacramentale della Chiesa» tenuto a Sacrofano (RM). In questi anni pur continuando la collaborazione con il CDH il Progetto diventa sempre più una realtà diocesana e autonoma e il suo referente diventa prima Don Giovanni Nicolini e in seguito Mons. Giovanni Catti. Nel 1998 il Progetto partecipa al III Convegno Nazionale dei Responsabili Diocesani del Settore Catechesi dei disabili (Sacrofano). Nello stesso anno viene pubblicato presso la casa editrice ED INSIEME il libro di Stefano Toschi «La Via Crucis». Nell'ottobre del 1999 i «Beati Noi» organizzano il Convegno intitolato: «Che cosa impedisce?» al Villaggio Senza Barriere a Tolè. Nel dicembre dello stesso anno il Progetto è invitato a partecipare al Convegno «La vita è bella nonostante...» organizzato dall'Arcidiocesi di Palermo. Partecipa anche nello stesso periodo agli incontri con i seminaristi di: Palermo, Agrigento e Monreale. Nel maggio del 2000 i «Beati Noi» tornano a Palermo per la Giornata Giubilare delle Persone Disabili organizzato dall'Ufficio Pastorale delle Persone Disabili coordinato da Rosa Buzzi Foti. Dal 3 all'8 agosto il Progetto è presente all'Incontro Interdiocesano denominato «Campo di Luce» tenuto a Lanzo Torinese, al quale partecipano rappresentanti di otto diocesi italiane. Per il 2 e 3 dicembre è prevista la presenza del Progetto «Beati Noi» al Giubileo delle Persone Disabili a Roma. Suo obiettivo principale è quello di coinvolgere gruppi parrocchiali, associazioni e singole persone nel dialogo che riguarda alcuni argomenti come ad esempio: la spiritualità delle persone con deficit e una catechesi che sia in grado di trasmettere la «buona notizia» ai soggetti disabili. Per questo motivo i «Beati Noi» sono sempre aperti ad ogni collaborazione e non si identificano solo in un gruppo di persone precostituite. Attualmente a Bologna il Progetto è portato avanti da Stefano Toschi che è il responsabile, Mario Mansuelli, Marek Labedzki, Anna Passaniti, Mons. Giovanni Catti che è il responsabile diocesano. Accanto a questi collaborano alcuni catechisti della Parrocchia di S. Giovanni Battista di Castenaso e altri amici e in particolare Don Roberto Briolotti, sacerdote milanese disabile ordinato nel 1998 nella diocesi di Gubbio. Ultimamente attraverso Internet il gruppo di Bologna è entrato in contatto con altri gruppi e associazioni, con i quali si stanno instaurando nuovi proficui rapporti.
LA LEGA DEL FILO D'ORO - OSIMO (Rosina Giuseppetti) Il Filo d'Oro è un'associazione che è nata per andare incontro alla problematica della sordocecità, cioè le due minorazioni combinate insieme. All'interno dell'associazione è nata una delle attività di catechesi. L'associazione è nata, per volontà di una persona non vedente della provincia di Pescara, , sordo-cieca, con l'aiuto di un sacerdote di Osimo. Però l'associazione ora è totalmente laica. Ci sono operatori che vengono assunti. Su richiesta dei genitori offriamo anche questo servizio della educazione religiosa. Quasi tutti lo chiedono, perché nel proprio paese di provenienza hanno avuto tantissime difficoltà; i parroci non ammettevano ai sacramenti i propri figli, perché sono estremamente gravi. E il ritardo mentale è gravissimo, quindi c'è questa difficoltà di portare questi ragazzi ai sacramenti. Noi abbiamo iniziato a fare questo tipo di esperienza più di dieci anni fa e abbiamo iniziato con soggetti meno gravi: erano un gruppo di ritardati mentali non vedenti, dove però c'era un limite contenuto. Siamo passati ai pluriminorati sordi, non vedenti, con ritardo mentale. Abbiamo studiato sempre i più gravi, abbiamo tentato di dare un'educazione religiosa anche a questi gravissimi.
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Ovviamente sono pluriminorati. Il cammino che abbiamo fatto è molto semplice, a seconda dei vari livelli, delle varie possibilità che siamo partiti. Qualcuno ha avuto un cammino lineare. Con i gravissimi abbiamo iniziato da semplici concetti: c'è qualcuno che ti vuole bene, tanto bene, ti vuole bene come papà, come mamma. Si lavora in gruppo, però il rapporto è uno a uno, chi sta con loro comunica con loro in modo personalizzato. Questo rapporto è dapprima tra loro e poi, come si avvicina il momento del sacramento, vengono inseriti nei gruppi di catechismo dei bambini della parrocchia. Devo dire che questa attività di gruppo che fanno tra loro è sempre in parrocchia, non è mai all'interno del centro, proprio per la difficoltà che hanno di capire la diversità. Portandoli fuori dal proprio ambiente riescono a percepire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa di più che noi diamo. Il Centro è ad Osimo, in provincia di Ancona. Ora si sta costruendo a Lesmo, vicino a Monza, un centro residenziale per sordo-ciechi adulti, pensato come piccole famiglie. Poi c'è un Centro a Roma, con la presenza di un assistente sociale, e un circolo per sordo-ciechi. Un altro Centro è nato a Napoli, con lo stesso scopo e si sta tentando in Sicilia. La difficoltà più grande è la comunicazione con questi ragazzi, riuscire a capire. Tanti mi chiedono: Secondo te, quand'è che sono pronti per ricevere i sacramenti. Distinguono il pane eucaristico dal pane comune? Io dico che li ritengo pronti quando vedo che riconoscono l'ambiente, quando vedo che vivono la situazione che propongo con estrema serenità e quando io anticipo loro: Adesso andiamo al catechismo e ho subito una reazione di gioia e quando io comincio a dire: Gesù ti vuol bene e ti fa questo regalo, ti regala il suo pane. E loro mi aprono la bocca. Ad Osimo, la comunità parrocchiale ci ha subito accolto, senza problemi. I nostri ragazzi di problemi ne creano, perché le prime volte che vanno, prima di riconoscere l'ambiente, potrebbero avere difficoltà di comportamento, per l'ansia di un ambiente nuovo, di persone nuove, di situazioni nuove; però nessuno fa problemi, a tal punto che ora, come noi arriviamo, carrozzine o non carrozzine, per chi sente, i ragazzi del coro fanno subito posto ai loro amici. Ormai è diventata una cosa familiare, quindi avere anche prime comunioni e cresime dei nostri ragazzi come loro è una normalità.
FEDE E LUCE (Don Vito Palmisano) Fede e Luce è un Movimento ecclesiale internazionale, presente anche in Italia, fondato nel 1971 a Lourdes, come reazione a un rifiuto. Nel 1968 una famiglia di Parigi a Lourdes chiede ospitalità in un albergo, c'è il rifiuto, perché figlioli handicappati devono stare nell'ospizio, nell'ospedale. E i genitori ritengono inutile questo, perché non sono malati ed hanno bisogno dell'affetto dei loro genitori. C'era questo pregiudizio. Allora, Jean Vanier, insieme a Marie Helene Mathieu, che era un'insegnante specializzata, organizzano questo pellegrinaggio. Jean Vanier, già agli inizi degli anni `60 aveva fatto un po' una conversione della sua vita, perché figlio del governatore del Canada, era destinato alla carriera militare; poi, professore di filosofia ha lasciato tutto e ha accolto nella sua casa a Parigi due ragazzi che erano stati dimessi da un manicomio. E da lì è nata la sua passione, la sua alleanza, perché lui ama anche questo termine biblico per dire la sua amicizia con una persona disabile, con problemi e difficoltà, con quelli che lui chiama anche «i piccoli» del Vangelo. Dopo il 1971, dove erano presenti insieme ai disabili anche le loro famiglie, Jean Vanier lancia l'idea di formare queste comunità, che sono comunità d'incontro, legate alle parrocchie o dove anche in una struttura religiosa, qualche istituto, possono trovare l'accoglienza. La comunità si incontra periodicamente (di solito, una volta al mese o due volte al mese) per vivere momenti di scambio, di festa e di preghiera.
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Apro una parentesi: per il Giubileo ci si è associati al cammino che la Chiesa universale ha fatto: l'anno del Padre, l'anno del Figlio, l'anno dello Spirito. Quindi, è un camminare insieme alla Chiesa universale. C'è lo scambio in cui è possibile - in base anche alla diversità di linguaggio, quindi la drammatizzazione o il disegno o il mimo - è possibile che tutti, genitori, ragazzi con difficoltà, amici possano aprire il loro cuore e dire, esprimersi. Lo scambio come possibilità di esprimere quello che la Parola di Dio ha detto a ciascuno. Le comunità sono formate da tre componenti: i genitori, i loro figlioli disabili e gli amici, di solito giovani. Ma anche famiglie giovani, famiglie con i loro figlioli, anche non handicappati, anche i nonni, anche gli zii, le zie, quindi una comunità dove c'è anche questa varietà dell'età e dove ognuno cerca di vivere questa amicizia con il piccolo, dove non è soltanto la persona disabile a sentirsi piccola, ma nella misura in cui si vive un po' la parola evangelica, ognuno scopre il suo limite, ma anche il bisogno di superarlo, proprio in questo scambio, in questa realtà di vita insieme. Oltre allo scambio, c'è il momento della festa, il momento del gioco, il momento in cui si tirano fuori anche quelli che possono essere i propri sentimenti o la gioia di stare insieme. E momenti di celebrazione. Di solito, si partecipa a una messa domenicale e poi ci si sofferma per tutto il pomeriggio, oppure dalla domenica mattina fino alla domenica sera, per vivere questi momenti. C'è poi un quarto momento: il gioco e lo scambio, la festa, la celebrazione e l'impegno che soprattutto gli amici dedicano, durante il loro tempo libero da un incontro all'altro, quindi da un mese all'altro, proprio per stare vicino, in alcuni momenti della loro settimana o degli altri weekend, con alcune famiglie, in modo tale che la relazione che nel gruppo è con più persone, poi può essere particolarmente privilegiata, quella più a piccolo gruppo o più personale. C'è anche un quinto momento che si è sviluppato ultimamente, quello di cercare di vivere un po' lo spirito evangelico, sotto questa spiritualità di Fede e Luce nel mondo, quindi il discorso dell'accoglienza, il discorso di attenzione ad ogni persona che incontriamo, di vivere il dono che c'è in qualunque persona che incontriamo. Le comunità nel mondo sono anche ecumeniche, perché in alcune nazioni, in Russia, per esempio, ci sono delle comunità ortodosse, oppure comunità di cattolici e ortodossi, o cattolici e protestanti, come in Inghilterra e in Scozia. Ci sono delle comunità, come nel Libano, dove ci sono anche dei musulmani, quindi islamici e cattolici. Anche questa è una realtà che Fede e Luce ha scoperto, dove il fondatore Jean Vanier ha intuito come il dono che queste persone possono fare è quello di creare unità, unità nonostante la diversità. In Italia, Fede e Luce è presente con una sessantina di comunità. Sono presenti quasi in tutte le regioni, nel Piemonte, in Lombardia, in Emilia, in Veneto, in Toscana, a S. Benedetto del Tronto, a Roma, a Napoli, in Puglia e in Sicilia. Ogni dieci anni facciamo il pellegrinaggio a Lourdes per ricordare come è nata questa comunità. Di solito i libri di Jean Vanier sono molto diffusi e sono un po' anche il punto di riferimento per il carisma, per il clima che si cerca di vivere. Voglio dire che insieme a Fede e Luce, Jean Vanier ha fondato l' Arche, l'Arca, che è una comunità residenziale, dove vi sono dei volontari che temporaneamente, oppure per tutta la vita, decidono di condividere la vita di ogni giorno con persone disabili che di solito, come aveva fatto Jean Vanier, o sono dimesse dai manicomi, oppure non hanno una famiglia. E quindi vivono di una spiritualità che nasce da questa alleanza, di cui lui parla, col piccolo.
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GRUPPO INTERDIOCESANO «LA PIETRA DI SCARTO» (Rosa Foti Buzzi) È nato proprio a Fiuggi, durante il Corso dell'UCN 2000, quando ci siamo ritrovati con Silvia Stefanutti della diocesi di Vicenza e Albino Consoli della diocesi di Torino, rivedendo quello che avevamo appreso durante il Corso. Devo dire che nel momento in cui partecipavamo ai giochi di gruppo avevamo la sensazione, appunto, di giocare. Non ci rendevamo conto di quello che stavamo apprendendo e che poi ha lavorato in noi e che ci ha aiutato a portare avanti anche questo gruppo. Questo gruppo vuol essere nella Chiesa un modo di portare a conoscere e aiutare tutte quelle persone, tutti i battezzati che sono «pietre scartate». Ci siamo accorti che nelle nostre celebrazioni domenicali le persone disabili, le persone che sono pietre scartate, sono persone che vivono una situazione di emarginazione, nelle celebrazioni non ci sono. E questa è una cosa che ci ha un po' interpellato e vorremmo che queste persone prendessero consapevolezza che possono essere pietre angolari, che sono pietre vive. Si è unito a noi anche fratel Marco Rizzonato del Cottolengo di Torino, che ha una comunità di sordo-ciechi. La particolarità dei lavori che facciamo è questa: che in genere sentiamo che dobbiamo essere in quel posto, riunirci e mettere insieme l'esperienza, ma non sappiamo bene dove questo lavoro poi ci porterà. Devo dire che è un po' strano come lavoro, cioè l'obiettivo generale è questo e non comprende nello specifico la persona disabile, ma ci sono anche i carcerati. Fratel Marco fa un'esperienza all'interno della realtà di volontariato con i carcerati. L'esperienza è molta bella, perché sono persone disabili che vanno a fare i volontari presso i carcerati e ne è nata una ricchezza reciproca. Lo specifico sono le persone disabili, ma poi sono appunto altre pietre scartate.
L'ORDINE CAMILLIANO (P. Antonio Berardinelli) Noi siamo un Ordine, siamo l'Ordine Camilliano, un Ordine ospedaliero e ci dedichiamo tecnicamente ai malati. Abbiamo disabili, abbiamo sordomuti, abbiamo ciechi, abbiamo malati di AIDS, abbiamo tante realtà. Non sto a specificare tutte queste cose; sono ormai da quattro secoli che viviamo in queste realtà. Quando sento queste associazioni, mi fa molto piacere vedere che la Chiesa rende vive, specialmente nel mondo laico, e nella loro sensibilità, contribuiscono nella Chiesa a dare un segno significativo. Per noi, lo specifico è il Villaggio «Eugenio Litta» che si trova a Grottaferrata, una ventina di chilometri da Roma. È una realtà dove, entrando, si vede un ambiente molto bello, molto attraente e invitante. Nel Villaggio ci sono cinque casette e in ogni casetta ci sono queste realtà: abbiamo dei bambini neuropsichiatrici, con i loro problemi, con la loro patologia particolare. Quarantacinque sono interni e sono quelli gravi e una novantina fanno il day hospital, poi ci sono gli ambulatoriali. Abbiamo anche una sezione per la specializzazione in neuropsichiatria a Tor Vergata. È una realtà molto forte, specialmente per i bambini che sono interni, perché alcuni sono rifiutati dai genitori, abbandonati qualcuno negli ospedali, qualcuno per strada, perché disabile, perché porta dei gravi deficit. Ci sono anche delle richieste da parte di centri gestiti dalla Regione che desiderano che accogliamo anche altri, ma l'ambiente è quello che è. Certamente, questi ragazzi vengono assistiti. Abbiamo l'assistente, abbiamo gli educatori, abbiamo dei medici, ecc. Però molte volte non sono neanche sufficienti. Grazie a Dio, abbiamo intorno a noi delle associazioni di volontariato. Questa è una bella ricchezza che abbiamo, giovani che sono provenienti sia da
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Frascati, che da varie altre scuole e zone. Abbiamo un buon rapporto anche con i Fatebenefratelli e con loro c'è anche una buona collaborazione. Abbiamo anche una nostra associazione di volontariato col nome di Associazione di Volontariato di S. Camillo, di cui fa parte anche Francesca. E abbiamo altre realtà nella diocesi. Ci sono anche delle realtà di disabili che sono Crescere Insieme, Vivere Insieme tenute da laici. Certamente abbiamo premuto per realizzare anche in questa diocesi una pastorale della salute, per poter animare pastoralmente e nel campo ecclesiale ogni realtà. Troviamo molta difficoltà, quando vogliamo realizzare un poco la pastorale della salute. Ho trovato difficoltà anche qui in Abruzzo, in Molise, quando abbiamo cercato di fare una pastorale della salute e fare uno Statuto e sollecitare i vescovi e anche i parroci. C'è una difficoltà anche ad andare a trovare i malati nelle case. Diverse famiglie, almeno dei Colli Albani sono restie a presentare un figlio che ha problemi. Poi vedendo ragazzi, giovani che vanno, vengono, si accompagnano, si fanno vivi, si portano nei campeggi, si portano in gita, allora piano piano vediamo che si aprono e vengono. È stato aperto anche un ambulatorio grande, dovrebbe entrare in funzione nel mese di ottobre, organizzato e messo a disposizione dal Policlinico di Tor Vergata, dove ha responsabilità anche una nostra dottoressa.
MOVIMENTO APOSTOLICO SORDI (P. Vincenzo Di Blasio) Da parte mia, potrei presentare l'istituto Gualandi, la Piccola Missione per i Sordomuti, il Movimento Apostolico Sordi. Preferisco fermarmi sull'ultimo, facendo uno schema di questo tipo: come è nato, dove si trova, che cos'è, cosa fa. Nel 1850 è nato l'Istituto Gualandi, una istituzione che è nata soprattutto per l'istruzione dei bambini sordi. Nel 1872, insieme all'Istituto Gualandi è nata la Piccola Missione per i Sordomuti, una congregazione nata per garantire la continuità di questi istituti. E la Piccola Missione, piano piano si è allargata, oltre agli Istituti Gualandi; oggi la troviamo in Italia, in Brasile e Filippine. Il suo scopo è quello di promuovere l'evangelizzazione tra i non udenti. Una volta che sono venuti a diminuire gli alunni, abbiamo dedicato più tempo agli ex alunni e tra questi ex alunni, negli anni `80 abbiamo sentito l'esigenza di coinvolgerli nella pastorale degli stessi sordi. Nel 1982 abbiamo proposto la nascita del Movimento Apostolico Sordi. La prima approvazione si ottenne dall'Arcivescovo di Firenze, Mons. Piovanelli, nel 1985. Poi sono venute le altre approvazioni dai vescovi vari delle diocesi. L'anno scorso, proprio durante l'anno del Giubileo abbiamo ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della CEI. Oggi troviamo il Movimento Apostolico Sordi in diverse diocesi: Roma, Ascoli Piceno, Teramo, soprattutto il gruppo di Giulianova, diocesi di Novara, diocesi di Pordenone; poi, abbiamo anche piccoli gruppi verso Bari e un grosso gruppo anche a Catania. Ha varcato anche le soglie dell'Italia, perché abbiamo un gruppo abbastanza efficiente anche nelle Filippine. Cosa fa il Movimento Apostolico Sordi? Prima di tutto fa la sua formazione spirituale, con incontri, almeno mensili, più o meno strutturati in questa maniera: un momento di condivisione, spesse volte in locali messi a disposizione dalle diocesi o dall'Ente Nazionale Sordomuti o, evidentemente dall'Istituto Gualandi e dalla Piccola Missione per i Sordomuti o anche dalle suore di Filippo Smaldone. Le persone sorde si radunano, stanno bene insieme, perché loro vivono spesso la solitudine, in mezzo a un mondo di chiasso loro vivono nel silenzio. Il raduno, generalmente comincia, man mano che arrivano con l'avvicinare il sacerdote per un colloquio, per la confessione. Poi c'è la lettura di un brano di Vangelo, con tutto quello che ne viene appresso di spiegazioni, condivisioni varie di pensieri. Se c'è del tempo - perché in genere fanno tutta la giornata -
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troveranno lo spazio anche per un Rosario, poi preparano la celebrazione della S. Messa. Dico: preparano, perché gli attori principali, al di là del sacerdote, sono loro. Sono loro che preparano le letture, sono loro che preparano tutta la celebrazione e naturalmente danno molto spazio a tutto quello che è visibile, come la processione offertoriale. Fanno addirittura anche dei canti, in una maniera semplice, ma cantano anche loro. Quando è finito tutto, tutto può servire per fare una festicciola, perché c'è il compleanno di uno, il compleanno dell'altro, festa di uno, festa dell'altro e si sta insieme tutta la giornata. Questo un po' per la loro formazione, che poi può continuare con degli incontri annuali, gli esercizi spirituali, nel vero senso della parola. Quest'anno ne ho tenuti due, uno a Verbania, uno in provincia di Prato. Poi, evidentemente, il loro compito è quello di formarsi e di essere di stimolo agli altri sordi, perché possano continuare a vivere quell'insegnamento che hanno avuto nella loro formazione iniziale, per ritrovare la strada della Chiesa. Questo viene fatto soprattutto con incontri vari. Gli incontri principali che vengono fatti, in accordo, insieme, in sintonia tra Istituto Gualandi, Piccola Missione, suore di Filippo Smaldone, suore di Modena, ecc. sono quattro punti ben precisi durante l'anno. Questi incontri, in genere si tengono per S. Francesco di Sales a gennaio, poi per la preparazione della Pasqua, ancora, in questi giorni stanno celebrando la giornata dell'Effata, cioè il ricordo nel Vangelo di S. Marco; l'altro è la preparazione al Natale. Hanno dei bollettini locali per diffondere poi notizie, delle pagine di catechesi, il catechismo semplificato. Da dieci anni a questa parte, una delle manifestazioni che si è imposta, anche a livello nazionale nella Chiesa, è stata la celebrazione della Domenica delle Palme, ogni anno in un santuario differente della zona che va dalle Marche, Abruzzo, Molise, Puglia e Lazio. L'anno scorso, per l'Anno Santo, abbiamo avuto il raduno a S. Vittorino: mille sordomuti presenti e chiaramente una decina e più di sacerdoti specializzati per l'accoglienza e poi per la Messa.
MOVIMENTO APOSTOLICO CIECHI (Don Sergio Manarolo) Il MAC, come è stato detto per i sordi, per Fede e Luce, è come tutti questi gruppi, è uno dei tanti. È un gruppo ecclesiale, che vuol dire riconosciuto dalla Chiesa, dai vescovi, con lo Statuto nuovo approvato l'anno scorso. È nato settant'anni fa, ad opera di una maestra non vedente di Lodi. Quindi, riconosciuto prima dal vescovo di Lodi, poi con altri vescovi, fino a papa Giovanni. Adesso con questo papa e con la CEI, attualmente. Il significato è questo: non di ottenere privilegi, vantaggi, ma soprattutto quello di dare formazione a quelli che non vogliono sconti per andare in paradiso, per essere cristiani, perché, solitamente, si sentono dire: Tu sei cieco, sei già buono, non hai bisogno di niente, non devi andare in chiesa, non hai da fare altro. E loro dicono: Non vogliamo sconti, vogliamo dare il meglio di noi e il meglio di noi vuol dire anche vivere la fede e aiutare altri a viverla. E quindi: Movimento Apostolico. Settant'anni da quando è nato e da trenta ha aperto anche un discorso missionario. Quindi, un'azione all'interno della Chiesa per sollecitare le comunità parrocchiali, ecclesiali a rendersi più attente alla presenza dei piccoli e dei poveri, specificamente dei non vedenti, ma non solo, tanto che la parola magica che Padre Vincenzo ha usato è la parola condivisione. Anche per loro questa è la parola programmatica: condivisione, che vuol dire la presenza di vedenti e non vedenti. A volte è la famiglia che ha all'interno un non vedente, un amico, la moglie, un figlio, a volte pluriminorati, ciechi-sordomuti o ciechi-sordi. E questo vuol dire una reciprocità, abbiamo tutti dei doni da scambiare e da mettere a disposizione. La sollecitazione di tutte le diocesi è di costituire dei gruppi diocesani. L'assistente è messo dal vescovo. Io sono l'assistente per la diocesi di Genova e inoltre
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per la regione della Liguria. Non in tutte le diocesi liguri è presente il MAC. Lo scopo è proprio di far nascere questi gruppi, perché siano all'interno della Chiesa una sollecitazione. E sono qui, non solo per il MAC, ma anche per la diocesi di Genova, l'Ufficio catechistico diocesano, proprio perché non abbiamo ancora il settore - possiamo dire così - per la catechesi ai disabili e il Movimento Apostolico Ciechi, in risposta al Centro Nazionale Catechistico, sta sollecitando il sorgere di questo settore. Allora, dalla diocesi, dall'Ufficio Catechistico mi è stato dato anche questo compito: essere presente per poi attivare questo servizio, all'interno del Centro Catechistico diocesano. L'azione si apre su tre fronti, quello ecclesiale, quello sociale e quello missionario. Ecclesiale: proprio perché nelle parrocchie si stia più attenti e non si pongano barriere, si faciliti l'accesso alla santità, alla catechesi, ai sacramenti da parte dei disabili. Per la parte sociale: anche il supporto alle famiglie con bambini pluriminorati che vengono aiutate ad incontrarsi tra loro, con l'apporto di psicologi, psichiatri, medici, proprio perché si abbia un aiuto .
FONDAZIONE DON GNOCCHI (Don Ivano Santilli) Volevo dire una parola sulla Fondazione che rappresento, la Fondazione don Gnocchi, che inizialmente era conosciuta come la Pro Juventute. Don Gnocchi è un sacerdote diocesano milanese, che ha fatto il cappellano degli alpini. Di ritorno dalla guerra, aveva promesso ai suoi alpini che si sarebbe occupato dei ragazzi, dei loro figli. E infatti così ha fatto. Ha iniziato la sua opera con i mutilatini. Allora, subito dopo la guerra, c'erano molte persone mutilate e lui ha iniziato proprio con questo gruppo di persone. Don Gnocchi è nato nel 1902 e l'anno prossimo celebreremo il centenario della sua nascita; è morto nel 1957, era abbastanza giovane. La Fondazione don Gnocchi, attualmente ha in Italia 19 case. La prima è il centro di Milano, dove sono da pochi mesi ed è un po' il centro pilota della Fondazione, in quanto questa Fondazione è anche sede di ricerca scientifica, per quanto riguarda diverse malattie. In questa Fondazione, attualmente ci sono un gruppo di ragazzi disabili che vivono interni al centro, circa una trentina. Io sto in particolare con loro. Oltre a questi ragazzi che vivono interni, ci sono i CSE (Centri Socioeducativi) della zona dove vengono, durante il giorno: portano i ragazzi la mattina verso le nove, le nove e mezzo e li riprendono la sera verso le quattro e mezzo. Oltre a questa realtà c'è anche una specie di reparto ospedaliero, dove vengono curate diverse malattie. Almeno tre in modo particolare: la sclerosi multipla, la neurologia e la cardiologia, non vengono però eseguiti interventi chirurgici, ma solo la riabilitazione Soprattutto per la sclerosi multipla vengono da tutta Italia, dalla Sicilia, dalla Calabria, perché è un centro molto specializzato. Oltre a questi ragazzi disabili che vivono interni e sono giovani di età, dai dodici, tredici anni ai venticinque, ventisei, ci sono due comunità, sempre legate alla nostra Fondazione, che vivono autonomamente. Sono due gruppi di tredici, quindici persone disabili. E questi si autogestiscono. C'è una persona disabile che è responsabile della comunità, certamente con il supporto della don Gnocchi, perché hanno bisogno di essere assistiti ventiquattro ore al giorno. Questa è un po' la realtà. Qualcuno critica un po', perché dice: Non è lo spirito di don Gnocchi, che aveva iniziato soprattutto con i disabili. Naturalmente, il nostro Presidente ci fa capire che don Gnocchi si è adeguato ai bisogni del tempo. Giustamente, all'inizio c'era bisogno di assistere i mutilatini e così ha fatto. Poi si è dedicato alla polio. Poi queste malattie sono state un po' sconfitte e quindi ci si dedica alle nuove povertà di oggi.
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DIOCESI DI MODENA (Sr. Maria Eugenia Giglioli) Noi facciamo parte del gruppo della catechesi dei disabili in diocesi di Modena. La catechesi generale ha un direttore e nel nostro gruppo invece c'è un altro sacerdote. Il gruppo è formato da mamme che hanno bambini in difficoltà, da me che sono suora, da un sacerdote, da genitori, da catechisti laici che hanno nei gruppi i bambini disabili e da un ragazzo disabile che fa catechesi e da un medico. Che cosa ci siamo proposti di fare e che cosa ci proponiamo di fare? Il gruppo si raduna abbastanza di frequente quasi una volta al mese, due volte al mese, dipende dalle possibilità e dal tempo. Cosa stiamo portando avanti? Stiamo portando avanti la sensibilizzazione nelle parrocchie. Che cosa abbiamo fatto? Ci siamo divise noi otto, siamo andati nei vicariati della diocesi, abbiamo presentato il progetto della catechesi, abbiamo fatto dei questionari, abbiamo dato delle risposte, siamo andati sul luogo, abbiamo aperto uno sportello. Non è per vantarci, è per dire che ci sono delle realtà che stanno camminando. Soprattutto noi cerchiamo di incrementare moltissimo il «Treno della grazia»: è un pellegrinaggio che va a Loreto è composto da bambini con disabilità e ragazzi fino all'adolescenza normali, diciamo così. Parte da Piacenza e raccoglie i ragazzi, gli educatori, i genitori e le famiglie fino a Rimini. Quest'anno erano 600. Si sta quattro giorni insieme, si fa una pastorale delle famiglie e momenti di preghiera.
DIOCESI DI CONVERSANO-MONOPOLI (Don Vito Palmisano) Nella nostra diocesi di Conversano Monopoli abbiamo avuto uno studente dell'Istituto di Scienze Religiose che ha una fatto tesi di diploma, proprio con questa finalità, di andare in tutte le parrocchie. Ha recensito un po' tutto e ha fatto un bel lavoro. Da una parte, ha parlato - era l'anno del Giubileo - riguardo al discorso del diversabile, una parte un po' teorica; però poi ha fatto tutto questo lavoro di recensione e anche di storia, perché nel questionario, chiedeva: quando è nato questo gruppo, questa associazione, ecc. E poi ha fatto un esame di quello che riscontrava, con un discorso anche di carattere statistico-sociologico. Nella nostra diocesi, nel `94, ci sono stati due anni in cui l'Ufficio Catechistico ha organizzato il raduno di tutte le associazioni laiche e cattoliche che lavoravano con le persone disabili in diocesi. Per cui è stata fatta una due giorni; un sabato pomeriggio è venuta una pedagogista che ci ha dato delle linee fondamentali sulla catechesi ai disabili. E poi, il giorno dopo, la domenica erano presenti un po' tutte le associazioni con le famiglie, nella struttura di una scuola e lì abbiamo vissuto un momento liturgico, la messa col vescovo e poi un momento ludico. Alcune associazioni si sono preparate. È stato fatto anche un altro corso di formazione per i catechisti. Abbiamo invitato un medico che ci ha parlato di alcune disabilità. E poi, ci siamo un po' bloccati. Nell'anno del Giubileo, abbiamo di nuovo fatto l'invito alle associazioni. Erano presenti 14 gruppi, 14 associazioni della diocesi e un mese e mezzo prima l'equipe della catechesi si è impegnata a chiedere a qualcuna delle varie associazioni di far parte dell'equipe preparatoria e è stato vissuto anche molto bene questo momento del Giubileo. In diocesi, stiamo privilegiando proprio quei gruppi che sono già presenti, sono già organizzati, laici oppure di tipo UNITALSI o altri, ma proprio per vivere questo momento comunionale insieme, tanto che alla fine del Giubileo venne spontaneo il dirci: Ci rincontreremo
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nuovamente. Adesso che iniziano tutte le attività dell'anno pastorale, riprenderemo in contatti e vedremo se sarà possibile fare un altro incontro, un incontro annuale di tutte le associazioni. Per il momento, stiamo "evangelizzando" questi gruppi che fanno attività materiali, laboratori. Noi abbiamo detto: Siamo disponibili per fare un cammino di fede insieme a voi. E poi può darsi che nelle parrocchie vengano fuori tante nuove realtà.
ASSOCIAZIONE «FIORIRE COMUNQUE» (Ivone Tonina) La nostra associazione si chiama «Fiorire comunque». Da quattro-cinque anni, alcuni seminaristi sono venuti prima al camposcuola a condividere con noi l'esperienza. Poi, da un camposcuola è nata l'esigenza per loro di voler fare un lavoro di catechesi. Il seminario regionale ci manda due seminaristi a fare esperienza di pastorale. Per loro è più ricca questa esperienza, perché non si tratta di pochi giorni, ma di due tre anni di cammino. Un anno abbiamo scelto le opere di misericordia corporale, un altro anno abbiamo scelto le parabole. All'inizio i ragazzi hanno avuto problemi di relazione con i disabili, poi i bambini invece erano talmente affezionati che per loro la separazione è stata difficile. Sono venuti gli educatori del seminario e probabilmente questa cosa durerà ufficialmente.
DIOCESI DI TRENTO (Liliana Paolazzi) Io vengo dalla diocesi di Trento. Volevo solo dire che anche nella diocesi di Trento c'è la commissione per i disabili, più o meno composta come il settore della diocesi di Modena. Mi premeva però sottolineare che questa commissione è nata proprio grazie a Giuseppe Melchionna, persona disabile, (non è presente in questo momento, non stava molto bene). È lui il responsabile, è lui che si è dato da fare per sensibilizzare le parrocchie, scrivendo a tutti i parroci. È lui che ha voluto due anni fa il convegno in diocesi, proprio sui problemi dei disabili. Questa commissione fa parte dell'Ufficio Catechistico diocesano, quindi ne fa parte anche il direttore, però la maggiore responsabilità è proprio in mano a Giuseppe.
DIOCESI DI GENOVA (Carla Gionta) Io sono dell'Ufficio Catechistico di Genova. Faccio catechesi in un istituto dove ci sono ragazze e donne con problemi psichici, non da molto tempo, circa da due tre anni; non ho competenze, però ci sono. Mentre venivamo qua in treno, ci siamo detti che una volta tornati a Genova, vogliamo andare dal nostro cardinale Tettamanzi e vogliamo istituire in una maniera veramente decisa un gruppo di lavoro, perché noi vediamo questa carenza che viene sollecitata anche quando leggiamo le proposte di formazione per catechisti del settore. Spesso vengono fuori questi domande: Ma per questi ragazzi - e ce ne sono parecchi - nelle parrocchie non c'è proprio niente? Allora, la nostra promessa è per l'anno prossimo speriamo di avere una commissione efficiente.
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DIOCESI DI PALERMO (Rosa Foti Buzzi)) Io sono la responsabile del Centro pastorale disabili per la diocesi di Palermo. Teoricamente, un Centro pastorale disabili potrebbe far immaginare una maggiore sottolineatura della disabilità, quindi come se i disabili non fossero parte del popolo di Dio. In effetti, l'obiettivo del nostro Centro - noi ce lo siamo sempre detti - è quello di sparire un domani, cioè non è un Centro che vuole continuare per chissà quanto tempo ad operare. Noi vogliamo solo stimolare gli altri Centri pastorali all'attenzione alle persone disabili, quindi abbiamo collaborato con il Centro di pastorale familiare, perché alle loro iniziative fossero presenti, sia le famiglie dei disabili che le persone disabili. Abbiamo stimolato il Centro di pastorale giovanile, partecipando anche alle loro iniziative e aiutando concretamente. Ovviamente, per esempio, al direttore del Centro di pastorale giovanile mancavano le informazioni per permettere a persone sorde, a persone non vedenti o a persone in carrozzina di partecipare alle celebrazioni o a momenti comuni diocesani. Allora, noi, in qualche modo abbiamo funzionato da sostegno, mettendo in moto le associazioni che ci sono nel territorio. Lo stesso abbiamo fatto, per esempio, attraverso la Caritas. Quando c'è la presenza di persone disabili, noi sosteniamo un aiuto che non sia assistenziale, ma che sia nell'ottica della partecipazione della persona. Ecco quindi, che teoricamente un Centro pastorale disabili, un po' stride con quello che abbiamo fatto finora, però di fatto io posso dire che è stata un'esperienza positiva e sta producendo dei frutti. Col Seminario abbiamo collaborato parecchio. Abbiamo un sacerdote che adesso sta studiando la LIS e quindi tra tre anni potrà finalmente confessare le persone sorde.
Dott. Francesco Pieroni Dai discorsi fatti emerge che c'è molto bisogno, richiesta e disponibilità al collegamento, al ritrovarsi, al far sentire la voce, a portare la propria esperienza. Allora, io volevo darvi un contributo, non tanto nel merito - alcune cose mi piacerebbe poter dire anche nel merito, ma non è il caso - ma nel metodo. Vorrei indicarvi lo schema della mano, che è fatta dal pollice, cioè da quel dito che è fatto apposta per lasciare il segno e che si è sviluppato nel corso dei secoli, proprio perché si usano gli utensili, che è fatto per fare. Qui ci sono idee di cose che hanno bisogno di essere fatte, non dette, fatte. Una cosa grandissima, perché tutti siamo poi capaci di critica, siamo cresciuti nella guerra, nel polemos, la polemica. Invece, l'indice ci dice che noi siamo in grado di indicare, dice cose positive da fare: desidero questo, ti do questa indicazione, ti dico questa cosa. Dare l'indicazione positiva. Ricordati che non sei solo - il medio - che in mezzo ci sono gli altri. C'è bisogno di rispetto - e questo ce lo siamo detto - anche del dissenso, della differenza. Teniamone conto, non lasciamoci tendere, però teniamo conto che ci sono anche gli altri e che hanno l'anulare, che sarebbe il segno della fedeltà a sé, a se stessi, a quello che abbiamo, a quello che facciamo, un qualche cosa che ci dovrebbe aiutare a fare ogni giorno un po' meglio. Quindi, fedeltà a se stessi, miglioriamoci nelle nostre cose e col mignolo ricordiamoci che si va avanti a piccoli passi. Fare una piccola cosa, magari indicare una piccola cosa da fare nel rispetto degli altri, migliorando noi stessi. Io, come provocazione direi: riusciamo a trovare due piccole cose che siamo in grado di fare, di indicare, di impegnarci nel rapporto con gli altri e di essere fedeli nel realizzarle? Sarebbe una gran cosa. Questo della mano è indicato come simbolo e sarebbe un po' una metafora del 52

cosiddetto pensiero positivo, quello che ci dice anche che ci si rinforza non soltanto correggendoci sulle cose sbagliate che facciamo, ma anche rinforzandoci riconoscendo le cose buone che riusciamo a fare.
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CONCLUSIONI Relazioni conclusive dei Gruppi di lavoro Gruppo «Arcobaleno» Nel gruppo di lavoro abbiamo cercato di riprendere il discorso sul deficit dell'attenzione, l'iperattività e l'impulsività. Dopo un discorso che ci ha visti tutti coinvolti nel portare le nostre esperienze, siamo stati quasi tutti d'accordo nel dire che uno dei modi per risolvere il problema di questo deficit dell'attenzione, iperattività, inserendo pure quell'altra «i» (l'impulsività), si è pensato che uno dei modi per risolvere questo comportamento è proprio quello dell'ingaggio comunicativo, che è fondamentale, in quanto è parte essenziale della struttura della persona, che richiede, per essere pienamente efficace, anche che ci sia dall'altra parte un sì alla comunicazione. Le due parti debbono saper interagire. L'ingaggio comunicazionale risulta essere costruttivo non solo per il DDAI, ma per tutte quelle persone che hanno altre forme di difficoltà attentiva. Si facevano alcuni esempi. Nelle casefamiglia, l'ingaggio comunicazionale viene recuperato, poiché c'erano stati già degli esempi, sulla negatività della struttura psichica, cioè quei casi con questa rigidità di struttura era negativa. Poi, è stata sperimentata la possibilità di inserirli in piccoli gruppi. Qui c'è stata una bella esperienza che ci ha comunicato Francesco. Lui ha lavorato con questi bambini e ha sperimentato il positivo, rafforzando il lavoro in piccolo gruppo. Lui ha lavorato con questi bambini in piccoli gruppi, facendoli giocare a calcio, con la musica, in silenzio. La consegna era il silenzio e quindi i bambini sono riusciti a fare questa partita, a giocare a calcio ascoltando la musica e in silenzio. Poi, validissime si sono ritenute le regole-strumento che devono essere date e fatte rispettare. Un altro ruolo importante si dava alla riscoperta della paternità, paternità come autorevolezza di comportamento. Si è un po' discusso su questo esercizio che parte non come autoritarismo, ma come autorevolezza che il ragazzo deve rispettare. Poi, c'è stata la comunicazione di un esempio portato avanti da don Vito con un bambino. Si è visto anche che piccole consegne aiutano il bambino, innanzitutto ad accettare gli altri e poi ad accettarsi nel ruolo, nel momento in cui vede nell'altro anche l'opportunità di un riscontro positivo per il suo comportamento. Per esempio, questo bambino invidiava tutti i compagni che andavano a scuola con la macchina, a un certo punto, è stato lui stesso accompagnato in macchina e dal Parroco....ciò ha rappresentato per il bambino stesso una forte motivazione a migliorarsi. (foto gruppo). Gruppo «Jonathan» Abbiamo fatto tante considerazioni e ognuno di noi ha raccontato le proprie esperienze. Diciamo: dare dei limiti ai ragazzi che avevano questi problemi di mancanza di attenzione e iperattività. Si è cominciato dai problemi delle classi normali, dove è una sindrome abbastanza frequente e si è passati poi ai ragazzi in situazione scolastica, ma particolare, di tipo differenziata. Siamo poi passati ai problemi dell'oratorio e dopo è sorto un dubbio in uno di noi: Che c'entra questa iperattività con i portatori di handicap? E quindi abbiamo discusso un poco. L'idea era che l'iperattività e la mancanza di concentrazione e di attenzione si può dare in tutta la gamma degli atteggiamenti delle persone, però - questo lo dicevo io - attira molto l'attenzione la mancanza di concentrazione, di attenzione e di un certo controllo nei ragazzi che consideriamo «normali» nella scuola e nella vita di tutti i giorni (foto gruppo).
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Gruppo «Prendere il largo» Abbiamo iniziato cercando di stabilire qual era il limite che ci portava a dire quando la disciplina è giusta e quando invece si può essere più elastici e lasciare perdere alcune regole. Il criterio era quello di rendere sempre ragione delle regole, in modo di non fare dei moralismi, ma cercare invece di creare un atteggiamento morale. Le regole devono essere poche, chiare, soprattutto a servizio della persona e quindi quando la regola va oltre, passa sopra la persona diventa sbagliata, soprattutto quando crea delle sofferenze alla persona. Però, quando invece un ragazzo, un bambino dice no a qualche regola e motiva questo suo andare contro la regola, diciamo che è comprensibile, che si afferma, anche in un processo di costruzione della persona, è un momento in cui egli si afferma e si distingue dagli altri. Invece, se indiscriminatamente, va sempre contro le regole, allora capiamo che non è un criterio, una selezione di regole giuste e ingiuste, ma è un andare contro le regole, perché o non si è capaci di rispettarle o si è contestatori per principio, ecc. Abbiamo anche discusso a lungo sull'influenza che l'ambito familiare può avere nella formazione dei ragazzi e dei bambini, soprattutto con questi deficit e abbiamo sviluppato una casistica notevole, finché si è detto che sì, è importantissimo il ruolo della famiglia, però anche la famiglia non va lasciata sola, va aiutata. Quindi, ci vuole anche un contesto di relazioni tra famiglie, un tessuto sociale con una rete sociale solidale e per questo si è parlato anche di pastorale familiare, di potenziare certi aspetti, perché non si può sempre porre l'attenzione solamente sull'iniziazione cristiana, quando poi, dopo i primi sacramenti, i ragazzi abbandonano la parrocchia, perché il contesto familiare non li aiuta o il contesto familiare non è aiutato a proseguire in un cammino (foto gruppo).
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Il «Mercatino dell'usato»: offerta PUBBLICA d'acquisto Di fronte ai vari oggetti esposti al «Mercatino» che rappresentavano i limiti all'accoglienza emersi nei gruppi, siamo stati invitati a considerare questi stessi limiti come risorse in cui investire potenzialità e idee. Perciò sono stati messi «in vendita». Ecco in sintesi alcune proposte di vendita e di acquisto riferite alla merce esposta (vedi la «concretizzazione» dei limiti attuata nei gruppi di lavoro):
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Vendo la fretta, la voglia di fare, di sostituirsi all'altro, a chiunque sa di fare e fare bene, per comprare calma, pazienza dell'attesa e potermi mettere sempre più in ascolto attivo dell'altro. Offro una discreta capacità di ascolto e un poco di esperienza personale come contributo a chi si sente inadeguato. Ma prima di tutto vorrei dirgli: 1. Esiste una persona completamente adeguata? 2. Pensi che il sentirsi adeguato aiuti ad offrire un servizio migliore? Compro la «scarpetta», che mi sembra abbia un significato e dia significato al Corso «La strada e la bottega», dove c'è il «Mercatino dell'usato» ma in particolare persone da incontrare e con le quali camminare e fare strada insieme. La mia proposta è quella «dei piccoli passi», ma costanti. Compro il «mettersi al passo», investendo in questo l'ascolto dell'altro. Non avendo attualmente la giusta quantità di ascolto la pagherò «a cambiali»! Vorrei comprare la fretta, il tempo «perso» da chi si sente oppresso. Il tempo ci è regalato da Dio, noi non ne siamo padroni. Nessuno di noi, per quanto si sforzi, può aggiungere un attimo alla sua vita. Dico questo perché penso che la questione della fretta sia una questione «di testa», di lavoro su se stessi, sulla propria formazione interiore. Ci può aiutare proprio la considerazione che siamo limitati e che Dio compensa la nostra limitazione, anche di tempo. E il tempo dell'attenzione all'altro non è mai perso. Meglio fare poco, ma farlo bene. Fare una scaletta di priorità valoriali pratiche nella propria vita e cercare di aderirvi il più possibile. Compro la forza di ordinare le varie «tessere» nel «mosaico della vita». Compro pazienza, umiltà, disponibilità. Compro capacità di coinvolgimento dei disabili e delle loro famiglie. Compro abilità a ricomporre il «puzzle». Compro sensibilità e apertura di cuore. Compro capacità di rendere responsabili in prima persona i disabili. Compro la «paura dell'incognito» e il coraggio di affrontare l'ignoto. Compro la «sordità della comunità» per far acquistare l'udito a qualcuno. Compro la fatica a sensibilizzare la comunità. Compro il coraggio di lottare contro coloro che ci emarginano.
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Come possiamo vedere, sono state tante le proposte di «presa in carico» dei limiti della comunità per farli diventare risorse al servizio di tutti.
Dott. Corrado Dastoli Inizierei a fare qualche breve riflessione: il nostro apporto, di noi che abbiamo avuto questo impegno di servizio del progetto e della conduzione di questo incontro in questo momento è una restituzione molto parziale, molto incompleta. È però il modo di non mettersi da parte in questo momento conclusivo, attenti ad esprimere una nostra linea che scegliamo direttiva. Io vorrei fare due considerazioni, una di carattere più generale e poi un'altra un po' più specifica su un aspetto per il quale mi sento di avere più responsabilità. La considerazione di carattere più generale io la faccio e non posso non farla tenendo conto anche del procedere di quest'anno, venendo dall'esperienza dell'anno scorso. Noi siamo impegnati da due anni e c'è stato l'incontro di Fiuggi, al quale alcuni hanno partecipato l'anno scorso. Logicamente c'è tutto un cammino precedente. La mia esperienza è questa, di Fiuggi e di quest'anno. Allora, io dico che il senso complessivo, generale dell'esperienza di quest'anno mi pare ben rappresentato dal titolo che è stato messo al Gruppo dove stavo io, cioè Duc in altum, che non significa andarsene in alto, ma prendere il largo. Io ho fatto questa considerazione: mi veniva in mente, quando una persona che seguivo mi ha raccontato questo sogno: doveva attraversare lo stretto di Gibilterra e aveva fatto l'esperienza che, passando lo stretto di Gibilterra si incontra l'onda oceanica. È tutta un'altra cosa rispetto al Mediterraneo. L'onda oceanica dà un senso difficile. Allora io dico che, rispetto all'anno scorso, la sento come un'esperienza di entusiasmo. Mi ricordo il pensiero che era venuto fuori e il progetto: «Se non appare impossibile è banale», questo entusiasmo che aveva fondato una fiducia che nasceva dalla consapevolezza di quanto stando insieme, partecipando in tanti si può moltiplicare. Prendere il largo vuol dire incontrare anche ruvidezze. Io dico questa parola: ruvidezze; le ruvidezze di quando non si fa più la «gitarella» da diporto, ma veramente si fa sul serio. Le ruvidezze sono gli aspetti della realtà, delle organizzazioni per quello che sono, di chi manca. Ruvidezze nel senso di quello che noi abbiamo qui fatto: l'esperienza di quando qualcuno (i portavoce del gruppo) che rappresenta me, singolo, mi rappresenta veramente? Questa complessità, queste complicazioni, la scelta di dover passare da un'esperienza che era intitolata: Sensibilizzazione alla tematica, alla dimensione della disabilità, (come era l'anno scorso), a dei discorsi che volevano essere per certi versi più concreti, perché se si è sempre generali, si diventa poi generici. Questo senso di fatica, direi che si è percepito. Ma io lo giudico però legato ad un'altra considerazione. Mi sembra che come gruppo abbiamo mantenuto una direzione, l'anima un po' del senso del nostro lavoro. L'anima è rappresentata da questa consapevolezza che si deve andare nella direzione della partecipazione. Quest'anima io credo che sia rimasta, insieme all'altro aspetto che è stato ripreso anche adesso, cioè il pensare positivo e il produrre concretezze. Questa è la considerazione di carattere generale: queste ruvidezze ci sono, ma perché si è deciso di incontrare la realtà per quello che è. La seconda considerazione che è più specifica è quella che riguarda certi aspetti di tecnicalità, io li chiamo così. È chiaro che quando abbiamo affrontato delle tematiche specifiche, a un certo punto ci siamo confrontati con l'informazione che esistono conoscenze specialistiche e specializzate, però io credo che il senso del nostro stare insieme non è quello di diventare super specializzati. È come se a un certo punto ci accorgessimo, come comunità ecclesiale che esiste l'AIDS. Ma dobbiamo diventare virologi, aprire dei laboratori? Dobbiamo però conoscere in modo vero, in modo profondo la questione, questo sì. Allora, il taglio che noi faticosamente ricerchiamo su questo aspetto è quello di una correttezza sulle tematiche, senza poi delegare alla soluzione 57

tecnica quello che è un compito di natura diversa. Adesso non è facile spiegare, anche perché è sempre incombente il rischio della delega alla tecnicalità. Il rischio è una sorta di rassicurazione o di pseudo-rassicurazione: la delega alla tecnicalità. Allora, riflettendo su alcune cose che hanno riguardato la condizione dei non udenti, che hanno riguardato questo disturbo, vedo che la direzione, anche in questo caso, noi l'abbiamo mantenuta. Non siamo diventati un corso di specializzazione, ma abbiamo mantenuto questa attenzione, prevalentemente antropologica.
Don Giuseppe Morante Alcune considerazioni di tipo teologico-pastorale e ecclesiale, perché se manca la base, probabilmente non si può costruire l'edificio. È un po' nell'ottica di cui ha parlato poco fa Corrado Dastoli, anche se lui ha parlato da un'altra dimensione. Questa riflessione non parte semplicemente dall'ascoltarci di questi tre giorni, ma anche dalla mia esperienza di conoscitore di questi problemi a livello di ricerca e di riflessione teologico-pastorale e metodologica, non tecnica, specifica dei diversi ambiti. Allora, dalla mia esperienza di un osservatorio universitario che guarda questa realtà per i compiti che gli competono, rilevo fondamentalmente una carenza di fondo nella realtà ecclesiale di oggi. L'Ufficio Catechistico che organizza questi incontri è una istituzione ecclesiale, che parte dai vescovi. E i vescovi hanno in genere programmazione di pastorale per la comunità cristiana. Allora, in breve, che cosa manca fondamentalmente in tanti che operano in questi settori, con lodevole impegno, non sminuisco nulla. Manca una coscienza di comunione ecclesiale. Ecco perché la tendenza, alcune volte, è quella di assolutizzare un' esperienza, perché uno ci dedica la vita in quella esperienza e crede che quella sia l'unica e la più importante di tutte. No, il fine è il Regno di Dio. È una parola biblica da capire anche in una certa dimensione. Il Regno di Dio, fondamentalmente è il progetto che Dio ha sull'umanità per creare una realtà di comunione come dice la Lumen Gentium. Allora, il Regno è visibile nella Chiesa che è «segno» del Regno: esso riguarda tutta l'umanità, con le sue diversità, le razze, i costumi, i singoli, i popoli. Tutti partiamo da questa antropologia cristiana che vede l'uomo creato da Dio. Se io lo affermo è perché ordinariamente mi fanno questa osservazione: Ma quando tu parli dell'uomo a quale uomo ti riferisci? Se io ogni volta devo giustificare che io parlo dell'uomo secondo il progetto di Dio ... credo che siano cristiani, credenti, e non lo devo sempre giustificare. Allora, molte volte mettono in crisi, appunto, l'identità di partenza, perché molti non la conoscono bene. Allora, se la Chiesa è visibile dovrà essere segno di questo cammino verso il Regno, in comunione. Che cos'è la Chiesa? Mistero di comunione. La parola comunione richiama la comunità, le comunità. Allora è chiaro che la comunione deve essere la tendenza a realizzare da ogni punto di partenza diverso questa presenza dell'essere Chiesa in comunione. Vivere questa comunione è segno che la Chiesa è fedele al progetto di Cristo, mistero di comunione con Dio, perché è Figlio di Dio, mistero di comunione con tutti gli uomini, perché è un uomo, fratello tra fratelli. La parola mistero significa segno storico e visibile di una realtà che è trascendente; per questo è misteriosa, perché è appena assaggiata, ma non completata. Ed è il cammino, il percorso da fare. Allora, nella Chiesa è la comunità che deve essere il punto di riferimento per vivere la comunione. E della comunità fanno parte tutti gli altri, movimenti, associazioni, gruppi, istituzioni, ecc., che non sono esclusi, ma nessuno può presumere di assolutizzare la Chiesa, perché allora siamo rinchiusi in settore e non in una dimensione. Non possiamo settorializzare. I carismi sono tutte dimensioni al servizio, ecc. Storia della salvezza: che significa? Che Cristo mi salva oggi, non ieri o l'altro ieri. Allora, può capitare che un carisma si perda. Per esempio, qualche anno fa la pastorale giovanile in Italia, è 58

stata assunta dalla Chiesa mentre prima era di alcune congregazioni (poi dicevano che i salesiani, siccome hanno la facoltà di pastorale giovanile, assolutizzano). I vescovi, dopo Loreto hanno detto: Sarebbe bene che ogni parrocchia avesse una pastorale giovanile. E per utilizzare questa pastorale giovanile sarebbe bene che ogni parrocchia avesse un oratorio. L'oratorio, storicamente è patrimonio della chiesa lombarda ed è nato con S. Carlo, però don Bosco lo ha universalizzato. Sarei contento se non ci fossero più salesiani, però l'oratorio fosse patrimonio di ogni parrocchia. Capite che cosa voglio dire? Significa che quel carisma si è totalmente ecclesializzato. Questo è il senso della dinamicità. Anche nelle diversità dei carismi specifici del servizio ai diversi handicap. Questa è la prima cosa, fondamentale. Se manca questo, accentuiamo la settorialità, presumiamo di avere il predominio del servizio settoriale e ci dimentichiamo degli altri. Andate poi a collaborare, a mettere insieme tante cose. Prevale l'individualismo. Ma questo anche per i normali, non solo per i diversi. La seconda cosa che volevo dire è questa. La prima era di tipo teologico, l'altra è di tipo pedagogico, però pedagogia applicata al fatto religioso cristiano, pedagogia cristiana. Cosa prendo dalle conquiste pedagogiche? Quello che è l'acquisizione culturale delle scienze umane oggi. Quando si parla dei diversi tipi di handicap si dice che dobbiamo tentare di avviare un processo che sia di integrazione. Che cosa ci occorre per l'integrazione? La giusta posizione, cioè mettiamo l'uno accanto all'altro, però ognuno ha una vita propria, separata. Questa è una vera integrazione. Non è solo istituzione, ma è rispettare lo specifico di ciascuno facendolo dialogare con tutti, perché interagiscano in un cammino comune e ciascuno raggiunga l'obiettivo di quel cammino secondo le proprie capacità. E rispettiamo sia gli uni che gli altri. Si dice ancora a livello di pedagogia: normalizzazione; non significa che uno deve diventare normale, cioè che tutti devono seguire la stessa norma, ma ciascuno è norma di se stesso, però in una visione comune, di servizio. Io non presumo, per esempio, che uno che abbia bisogno di una carrozzella debba poter diventare normale come me che cammino. Non so fare questi miracoli. Però, normali, significa che io devo rendere norma a chi ha questo tipo di problemi il poter accedere normalmente ai diversi servizi. Se io gli faccio la barriera architettonica, lui non può accedere. Ma è il minimo. Dovremmo essere in condizione di servirci di norma di tutti i servizi che la Chiesa fa. Questo è il senso di normalizzazione, non di chiudere tutti nella stessa forma, nella stessa norma. Non è possibile. Quando si usano le parole, bisogna usarle col loro significato concettuale chiaro, altrimenti non si capisce. Bisogna fare questa fatica del comprendere. Già gli scolastici, nella filosofia, dicevano che quando si vuole parlare di un argomento dobbiamo usare tutti lo stesso significato delle parole. Terza cosa. Integrazione, normalizzazione, personalizzazione. Significa che la persona è prima della struttura e dell'istituzione. È la Chiesa che accoglie le persone, come persone in quanto tali e cerca di dare a queste persone il massimo della sua capacità di crescita personale, in tutte le dimensioni della sua vita, fisica, sociale, morale e religiosa, rendendole, possibilmente, come persone in grado di essere autenticamente se stesse, quindi di avere una vocazione, esercitare un ministero, condividere un'esperienza con gli altri, a partire da se stessi. Allora, personalizzare significa che se io aiuto una persona disabile ad essere veramente se stessa, quella diventa persona presente in ogni momento per dare il suo ministero. Ieri sera, qualcuno aveva detto: Parliamo dei disabili, ma non li abbiamo, parliamo dei sordi, ma non sono qui presenti. Probabilmente, noi abbiamo una concezione di tipo personale che è dipendente, non autonoma. Dobbiamo rendere le persone capaci di essere se stesse e di dire la propria, educandole a questa maturazione personale. Il contrario di questo qual è? È la strumentalizzazione della persona, è la manipolazione occulta della persona. Questo è un meccanismo perverso che qualche volta ci condiziona e non ce ne rendiamo conto. Allora, ecco la pedagogia del distacco dalle cose, distaccarsi per dare all'altro la possibilità di essere se stesso. Ecco, allora, il senso di queste due considerazioni fondamentali che a mio avviso sono carenti nella comunità. 59

Dovremmo avere anche la forza e la capacità di dire: Dopo di me, questa persona è cresciuta? Dovremmo rendere la comunità più responsabile: i ministeri, i carismi ben vengano nella Chiesa, ma devono avere questa funzione comune, altrimenti sono settori e non dimensioni dell'unica comunità. In questo senso, noi rendiamo visibile la Chiesa comunione che cammina verso il bene. E noi siamo al servizio di questo, non i sostituti.
Annamaria Zaramella - UCN A nome dell'Ufficio Catechistico, del Direttore, Don Walter Ruspi, di tutti i collaboratori e di tutti quanti operano a servizio della Chiesa italiana voglio finire con tre grazie, anche per aiutarci ad uscire da questo Corso con animo positivo e incoraggiato. Innanzitutto un grazie ai conduttori, al loro intervento, a tutti gli apporti dati e alle linee importanti che possono dare una direzione alla nostra strada. Magari, non tutte le aspettative hanno avuto le risposte che ciascuno si aspettava, però io credo che ogni esperienza che facciamo, in qualche modo entra in noi e ci cambia. Questo è un prezioso apporto. Il secondo grazie è a tutti i partecipanti, soprattutto per l'impegno che hanno dimostrato nella ricerca, nell'approfondimento, nell'attenzione all'ascolto reciproco e per la disponibilità che hanno espresso poi nei confronti del servizio. Come Gesù che ha lasciato la bottega del falegname e poi ha iniziato la sua missione pubblica e il ministero tra gli uomini, così ciascuno di noi è chiamato all'investimento di quanto ha raccolto in questi giorni nel proprio territorio di appartenenza. Una terza riflessione riguarda l'inizio e la fine del corso, che è stato segnato dal momento della preghiera. Infatti, abbiamo cominciato con la celebrazione dei Vespri e oggi termineremo con la celebrazione eucaristica che tra poco andremo a vivere tutti insieme, accolti da questa comunità parrocchiale. Ho pensato appunto che la preghiera ha segnato da «inclusione» alla nostra esperienza. Il grazie maggiore va rivolto a Dio che è il principale artefice della nostra vita. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo. È Lui che ci chiama, ci attrezza e ci manda. E allora, voglio rivolgere a tutti noi un'esortazione a mantenere sempre viva la fiducia nella presenza dello Spirito del Signore. Dobbiamo tenere presente questo, che lo Spirito opera anche attraverso di noi, attraverso le nostre povere persone, attraverso i piccoli semi del nostro impegno e ci conduce sulla strada vera della vita che è quella che ci porta a Lui. A tutti voi, una buona e fruttuosa ripresa del cammino sulla strada.
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LA SORDITA' Relazione di Don G. Morante
1. Effetti psicologici Le caratteristiche principali dei sordi e dei muti, con gli effetti derivanti dalla mancanza dell'udito e della parola, sono costituite dalla assenza totale di linguaggio verbale, dalla scarsità di strumenti per la comunicazione, da modi di pensare diversi. Per quanto concerne l'educazione cristiana, bisogna tenere presente che l'esperienza vitale della parola è liberante, perché la parola di un'altra persona ha la capacità di far muovere, di spingere..., così come la Parola di Dio muove all'obbedienza della fede. Perciò la specifica proposta cristiana suppone il superamento di una difficoltà preliminare: integrare un minimo di patrimonio di parole nell'arco del processo evolutivo della persona per entrare in comunicazione con l'esperienza di fede. Senza questo presupposto, la possibilità di riuscita è fortemente limitata. La catechesi ai sordi perciò deve essere adeguata con delle modalità comunicative ed espressive adatte, perché essi spesso si caratterizzano per il loro pensiero piuttosto semplice e lineare, per la difficoltà di accedere al linguaggio orale e all'astrazione. Il problema di base consiste però nella pochissima conoscenza che generalmente si ha delle problematiche inerenti la situazione di sordità, quando pure non esistano a questo proposito atavici pregiudizi. È molto difficile che un non-udente, anche se catechista od operatore pastorale, si renda conto di che cosa significhi essere sordo! Chi ha responsabilità pastorale e avverte l'esigenza dell'educazione cristiana anche di «fedeli sordi», deve sviluppare un'azione che nei confronti delle istituzioni della Chiesa locale (Ufficio Catechistico Diocesano, Comunità parrocchiale, Consiglio pastorale, Gruppo dei catechisti) e della comunità civile del territorio (Servizi sanitari, Scuola, Famiglie) sia di sensibilità, promozione, mentalizzazione, organizzazione e sostegno alle iniziative di educazione dei sordi.
2. Caratteristiche pastorali - REALIZZARE anche la catechesi ai sordi dentro i gruppi catechistici parrocchiali, in una esperienza di un clima di fede. Al sordo ancor più degli altri, la fede si comunica non tanto con le parole quanto piuttosto attraverso una specie di osmosi. La comunità cristiana con l'accoglienza, l'accettazione e il calore umano e cristiano può far sentire un riflesso dell'amore di Dio, mentre la famiglia può fare scuola in atto dei valori evangelici. - PREPARARE catechisti per sordi con le specifiche capacità richieste, suscitando vocazioni ministeriali particolari. Competenza che richiede una conoscenza specifica dell'handicap e delle sue difficoltà, l'uso appropriato di metodi e strumenti di comunicazione integrativi ed alternativi, la capacità di rendere il soggetto attivo e protagonista nel cammino di fede, la competenza pedagogica di collaborazione con la famiglia e gli altri catechisti. - PREDISPORRE iniziative perché i bambini e i ragazzi sordi non restino ancora abbastanza nascosti; perché anche volendo aiutarli non si riesce a sapere dove sono e, quand'anche si sapesse, generalmente resta ancora difficile il contatto, perché, nella migliore delle ipotesi, la loro vita è interamente assorbita da scuola e logopedia. Se non si esce da queste limitazioni, insomma, essi non «vivono» una vera esperienza sociale al di fuori della scuola, né la vita comunitaria della comunità cristiana locale. - AIUTARE A SUPERARE il pregiudizio, quando non è totale ostracismo, nei confronti della «lingua dei segni» (LIS), anche se ci sono visioni diverse dal punto di vista delle ricerche. Su questo argomento però non bisogna cadere nell'eccesso di esigere sempre, come conditio sine qua non per la catechesi del sordo, l'adozione della «Lingua dei segni italiana». 61

- FARE IN MODO che i percorsi formativi e catechistici per questi soggetti possano essere, auspicabilmente, comuni ai «normali» di pari età, a condizione però che gli operatori abbiano una sufficiente conoscenza del problema della sordità e delle tecniche comunicative appropriate, che siano integrative nell'uso della parola verbale e scritta, o alternative, eventualmente, alla medesima. Iniziazione cristiana significa, anche e necessariamente, integrazione cristiana nel gruppo e nella comunità. - RITENERE che le persone sorde non solo devono essere destinatarie di evangelizzazione, ma occorre preventivare che le medesime possono esse stesse diventare soggetti attivi della stessa evangelizzazione. Da evangelizzati ad evangelizzatori, come ogni vero discepolo di Cristo, chiamati essi stessi a svolgere un ministero di evangelizzazione e di diaconia nella Chiesa, con particolare carisma al servizio dei fratelli sordi. A questo si deve aggiungere, con lo svincolarsi dagli schemi consueti, che anche la preparazione al matrimonio dei sordi va ritenuta «Iniziazione cristiana». Tale sacramento, quando vissuto nella pienezza e ricchezza dell'amore consacrato nella comunione di grazia, non solo opera la santificazione degli sposi, ma li rende ministri di evangelizzazione nella «chiesa domestica» e testimoni del Vangelo nella società. - FAVORIRE, attraverso iniziative appropriate, la partecipazione alla vita religiosa di una Chiesa nella liturgia, soprattutto della Messa. Nelle parrocchie raramente si riscontra il servizio di accoglienza e il coinvolgimento della persona sorda nelle celebrazioni. - STIMOLARE, in ogni Curia diocesana (o in luogo adatto a ciò deputato dal vescovo, su parere dell'UCD) l'istituzione di un «Centro di ascolto», con orari e giorni ben definiti e costanti, dove possano accedere genitori, catechisti e gli stessi sordi per esporre i problemi d'ordine religioso che li riguardano e per ricercare vie di soluzione adatte alle specifiche situazioni comunitarie, scolastiche, territoriali. - ORGANIZZARE la celebrazione dei sacramenti nella parrocchia a cui si appartiene, anche se la preparazione avviene presso le Scuole specializzate per sordi, dove ci sono e funzionano. È pastoralmente discutibile, comunque, se questa celebrazione debba essere fatta insieme ai coetanei (cosa che a prima vista apparirebbe la più logica e naturale) oppure adottando il criterio di un momento di attenzione specifica della comunità al sordo. Il problema è da demandarsi di volta in volta al saggio discernimento pastorale dei responsabili. - SEGNALARE all'UCD i sordi che, «inseriti» nelle classi scolastiche ordinarie del territorio, intendono prepararsi ai sacramenti dell'Iniziazione cristiana, onde ottenere i consigli e gli aiuti, in personale catechistico e sussidi specifici. - PREDISPORRE dei luoghi ove i sordi possano alimentare la vita cristiana. Un'iniziazione cristiana e la stessa pratica religiosa non poche volte si arrestano per mancanza di opportunità loro offerte. In molte parti oggi i sordi si dibattono nella ricerca di una chiesa o un santuario dove, a giorni e orari definiti, possano trovare un confessore preparato nei loro confronti; di un luogo di facile accesso dove, nei giorni festivi, in orario confacente, possano partecipare all'Eucaristia con modalità atte a comunicare anche a loro i contenuti del ministero della Parola e della Liturgia. - COINVOLGERE la famiglia del sordo nella catechesi, sia perché essa può fare da tramite privilegiato tra il figlio e gli operatori pastorali nei primi momenti dell'avvio interattivo della comunicazione, sia perché è necessario che la catechesi dell'iniziazione non resti come una tra le molte attività integrative a cui si sottopongono d'obbligo i «bambini», bensì diventi una esperienza di fede viva e gioiosa, trascendente e immanente. - FAVORIRE il coinvolgimento diretto sul territorio delle Congregazioni religiose fondate sul carisma del servizio ai sordi, facilitarne il coordinamento e la collaborazione, perché la Chiesa, comunità cristiana locale, possa trovare nuova spinta per la pastorale dei sordi. Se per tutti i battezzati la catechesi non è e non può essere una semplice trasmissione di verità e nozioni, a maggior ragione per questi soggetti essa deve diventare un vero cammino di Iniziazione cristiana attraverso il Battesimo, la Cresima, Eucaristia: un apprendimento a vivere la vita cristiana in una comunità di fratelli che vivono la fede, la speranza e la carità. 62

3. Proposte catechistiche
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PREDISPORRE tappe e contenuti dell'annuncio secondo le indicazioni del Catechismo per la vita cristiana della CEI. La proposta è sviluppata attraverso un progressivo itinerario che si ispira alla Liturgia, alla Bibbia e a Cristo. RICORDARE che i contenuti del messaggio salvifico, anche per i sordi, non devono essere necessariamente ridotti, ma possono essere essenzializzati e resi accessibili, enucleati e trasmessi con linguaggi appropriati, che bisogna preventivamente conoscere. ORGANIZZARE scelte metodologiche capaci di individuare il linguaggio che consente di superare la barriera comunicativa e di relazione. Sono codici efficaci: il linguaggio orale, semplice e lineare, espresso attraverso le labbra...; il linguaggio mimico-gestuale e/o il LIS; una sorte di bilinguismo e che utilizza i due linguaggi precedenti. PRIVILEGIARE comunque la comunicazione visiva: disegno, fumetto, immagine, teatro, mimo, simboli, lavagna luminosa, computer...; occorre comunicare le esperienze utilizzando i linguaggi gestuali, mimici, espressivi (come la drammatizzazione, la preparazione delle attività in occasione delle feste, delle liturgie...); è necessario valorizzare la spontaneità e la capacità creativa anche nella preparazione alle varie celebrazioni liturgiche; insegnare ad agire e muoversi nello spazio e tempo in relazione agli altri. RENDERSI COSCIENTI che, orientando questi «fratelli del silenzio» al dono di Dio con i Sacramenti, essi devono essere messi in grado di rispondere nella pienezza delle loro facoltà. Questa iniziazione catechistica deve dunque essere «integrale», nel senso che preventivamente non vi si debbano apportare decurtazioni e sconti, nella presunzione errata, di «venire incontro» al deficit dell'ascolto.
DISTURBI DI IPERATTIVITA' E DEFICIT DELL'ATTENZIONE 1. Effetti psicologici L'attenzione viene definita come la capacità mentale di concentrarsi o focalizzarsi su alcuni elementi dell'ambiente e sui messaggi che il soggetto riceve. Essa ha grande importanza nella vita di ogni giorno, perché controlla l'attività elaborativa della mente selezionando le informazioni in base alle capacità individuali e regolando la distribuzione delle risorse fra compiti e responsabilità. La psicologia cognitivista, indagando sul versante neurologico-psicologico, precisa una ricca tipologia di processi relativi all'attenzione: attenzione selettiva, attenzione automatica o inconscia, attenzione controllata. La selezione dell'attenzione è determinata dalla pertinenza di uno stimolo ricevuto, per cui un modello di attenzione selettiva flessibile può essere basata sulla disponibilità delle risorse: la selezione degli elementi dello stimolo comincia dall'inizio, ma la quantità delle risorse aumenta man mano che ci si avvicina alla risposta da dare. I processi dell'attenzione automatica hanno queste particolari caratteristiche: non sono né intenzionali, né consci, né subiscono interferenze, né richiedono grande quantità di risorse; in genere si applicano a compiti familiari e ambientali semplici. I processi sotto controllo sono intenzionali, sono diretti ad uno scopo e richiedono molte più risorse dei primi, e si applicano a compiti complessi e inusitati.
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Automaticità e controllo sono due dimensioni che spiegano anche le esperienze di attenzione divisa. Nel caso di processi simultanei, i compiti complessi non automatizzati richiedono maggiori risorse, diversamente da quelli automatici, che impongono una divisione delle risorse stesse. Molti fattori intervengono per spiegare le variazioni dei livelli di attenzione: - l'attenzione vigilante o il sostegno dell'attenzione necessaria ad una prestazione prolungata nel tempo sembrano progressivamente allentarsi a seconda del tipo di stimolo, della periodicità con cui vengono conosciuti i risultati della propria attività, del contesto esterno, dell'assunzione di sostanze stimolanti, e del tipo di personalità introversa o estroversa: - le conoscenze sui processi dell'attenzione possono fornire indicazioni preziose sia agli insegnanti della scuola, per migliorare il livello di prestazione e ridurre le conseguenze dei limiti attentivi di alcune categorie, come gli iperattivi o i ritardati mentali, sia per la comunità parrocchiale per favorire l'accoglienza e l'accompagnamento nelle diverse esperienze del cammino di fede. A questo riguardo si sono studiati gli effetti della relazione di aiuto, attraverso una serie di strumenti pedagogici e didattici: identificazione delle informazioni più importanti; scelta di tecniche di evidenziazioni attraverso figure e immagini; automatizzazione dei processi che fanno accrescere la quantità delle risorse disponibili; uso frequente di domande, del pensare ad alta voce e del far verbalizzare ciò che viene svolto; uso di ricompense come immediato feedback; esercizio costante e continuo su un compito per automatizzare le prestazioni.
2. Caratteristiche pastorali L'effetto positivo del mantenimento dell'attenzione sul compito provocato dal variare degli stimoli, dal contesto mutevole e dalla frequenza di feedback ha suggerito la possibilità di strategie educative di sequenzializzazione di operazioni come il «fermati-osserva-ascolta», «fermati-ricorda-rifletti, decidi»... Se si tiene conto di queste conseguenze psicologiche della capacità di attenzione, bisognerà che la comunità cristiana sappia predisporre un serie di «attenzioni pastorali» conseguenti. - PREDISPORRE delle esperienze educative comunitarie semplici nelle loro strutture, senza troppa abbondanza di significati e di valori, e possibilmente ripetute in tempi diversi ed ambienti diversi. - FISSARE obiettivi di integrazione religiosi e morali «limitati», come singole esperienze da ripetere più volte nelle loro trame essenziali, in sintonia con i fatti personali e quindi con degli adattamenti individualizzati. - STABILIRE una particolare comunicazione-relazione tra il catechista ed il soggetto; cioè una relazione di reciprocità che ne promuova il protagonismo; che richiede al catechista una forte capacità educativa, conoscenza del soggetto e delle sue caratteristiche, abilità nell'uso dei metodi e strumenti di comunicazione alternativi, capacità di valorizzazione della famiglia e degli apporti che essa può offrire nella collaborazione educativa religiosa. - PROGRAMMARE un accompagnamento personale (poiché la pastorale è «attenzione alla persona» e la catechesi «va da persona a persona») per raggiungere quella sintonia col soggetto che sola può permettere un cammino di fede più attento e comunque a misura di persona.
3. Proposte catechistiche - METTERSI davanti a questi soggetti con la consapevolezza della loro dignità e del diritto che hanno ad essere evangelizzati nella misura in cui potranno dare risposte, secondo la loro capacità di attenzione ai messaggi ricevuti. 64

- INFORMARSI sulle difficoltà psicologiche che presentano, sulle eventuali e possibili crisi o momenti difficili che possono attraversare normalmente, sui metodi medici di approccio e con delicatezza accostarli. - NON AVER PAURA nel mettersi al loro fianco; ma, al contrario, con immensa fiducia e cordiale serenità accoglierli così come sono, senza pretendere da loro ciò che non possono mai dare. - ASSUMERE L'ATTEGGIAMENTO DELLA PAZIENZA: si tratta di una condizione necessaria di riuscita. Una pazienza che non ha mai fretta di raccogliere un risultato anche minimo, ma che sa che dei cambiamenti sono possibili e spesso anche verificabili se non si tiene conto del tempo. - ESSERE SENSIBILI ALL'ASCOLTO, per saper fare vera accoglienza di ciò che ogni soggetto riesce ad esprimere. Di più: si deve diventare capaci di una seria interpretazione dei loro gesti e delle loro manifestazioni che spesso sono criptate. - ESSERE PIENI DI SOLLECITUDINE perché la presenza presso questi soggetti difficili va vissuta con costante vigilanza e con tensione interiore che ingrandisce la capacità di ascolto e favorisce la creatività dell'incontro. - NUTRIRE FIDUCIA E SPERANZA (virtù teologali) che servono a far maturare nelle situazioni delicate e difficili (anche di tipo ecclesiale-sociale) le possibilità di soluzioni o almeno i semi di positività destinati a crescere. - INTEGRARE in un gruppo normale di catechesi questi soggetti; ma proprio per questo deficit, vario e di difficile «accompagnamento», sarà arduo ottenerla sempre, per cui bisognerà pure operare perché ci siano momenti comuni e momenti individuali personalizzati. - CHIEDERE L'AIUTO agli altri educatori, ai familiari, a tutta la comunità parrocchiale, ai coetanei, perché si trovino modi più autentici e meno repressi di comunicare con Dio; per imparare a mettere in relazione cose sentite e cose viste e sperimentate. - RICORDARSI che la verità essenziale non è solo una dottrina da apprendere ma una persona da incontrare, e questo può facilitare l'incontro con Cristo anche a chi ha una fragilità psico-mentale. - EVIDENZIARE che la verità da annunciare deve essere visibile nella testimonianza molto concreta della comunità in cui il soggetto è inserito, perché può apprendere più per imitazione che per comprensione ed attenzione.
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SEMINARIO DI STUDIO L'iniziazione cristiana 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni.
Presentazione della seconda parte della Guida per attuare un itinerario di sperimentazione Roma, Bonus Pastor, 25 settembre 2001
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UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE - UFFICIO LITURGICO NAZIONALE Settore
SERVIZIO NAZIONALE PER IL CATECUMENATO
SEMINARIO DI STUDIO SU
L'INIZIAZIONE CRISTIANA 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni. Presentazione della seconda parte della Guida per attuare un itinerario di sperimentazione Martedì, 25 settembre 2001
P R O G R A M M A
ore 9.00 Preghiera d'inizio ore 9.30 La Guida per l'iniziazione cristiana don Walther Ruspi
ore 10,15
ore 11.00 ore 11,30 ore 13.00 ore 15.00 ore 16.15 ore 16.30
Il percorso educativo catecumenale don Andrea Fontana Intervallo Primi interventi Pranzo Osservazioni offerte dagli sperimentatori Sintesi propositive del seminario Preghiera conclusiva
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Presentazione della Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi don Walther Ruspi
Premessa 1. Un appuntamento che si rinnova Sono lieto di poterci incontrare ad un anno del Seminario sul Catecumenato dei ragazzi, per continuare un lavoro comune e maturare un interesse che sempre maggiormente si diffonde nelle nostre comunità: una rinnovata visione della Iniziazione Cristiana. 2. Una promessa mantenuta Quando nel settembre scorso abbiamo presentato la prima parte della Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi, comprendente il tempo della evangelizzazione, ci si era posti come una sfida: riuscire a completare nell'arco dell'anno pastorale tutta la seconda parte comprendente il tempo del catecumenato, l'ultima quaresima e il tempo della mistagogia. Devo qui ringraziare vivamente don Andrea Fontana e don Gianfranco Venturi per la generosa disponibilità nel sobbarcarsi un sovraccarico di lavoro presso il Servizio Nazionale del Catecumenato, insieme alla solidarietà e all'incoraggiamento dimostrato dall' intero Gruppo di lavoro per il catecumenato. Alla precedente e alla attuale Commissione Episcopale per l'annuncio, la catechesi e la dottrina della fede va assicurata la volontà di proseguire in un progetto pensato e valutato con responsabilità pastorale. 3. Un desiderio incompiuto Non posso dimenticare che avremmo voluto realizzare un successivo desiderio: consegnare in occasione di questo Seminario l'edizione unificata dei due Notiziari che riportano la Guida, ma i tempi indispensabili per la preparazione del progetto grafico e i diversi passaggi nella correzione delle bozze, ci costringono ora a mostrarvi l'ultima bozza corretta, per poter avere l'edizione stampata dalla LDC tra una decina di giorni. 4. Una esperienza nata con semplicità Quando nel 1999 veniva pubblicata la seconda Nota pastorale del Consiglio Episcopale permanente sull' IC, sembrava di aver concluso una tappa significativa, ma si avvertiva l'esigenza di avviare una esperienza tra le nostre comunità, perché non si restasse ai soli "pronunciamenti" teorici. Qualcosa era necessario sperimentare. 5. Una esperienza richiesta dai Vescovi Ci vennero in aiuto i nostri Vescovi, anzi ci caricarono di un lavoro che pensavamo necessario, ma non immediato. Con la Nota pastorale stabilirono: "Al Servizio nazionale per il catecumenato, con la collaborazione dell'Ufficio Catechistico Nazionale e dell'Ufficio Liturgico Nazionale, è affidato il compito di predisporre un sussidio dettagliato per attuare in modo facile e ricco gli itinerari indicati" (57). 6. Una esperienza rivolta al futuro Già la Nota dl 1999 delineava un certo orizzonte pastorale che lentamente si andava definendo in Italia; ma come sempre avviene in questo nostro tempo, ciò che era appena avvertito, diveniva poco dopo come un elemento comune in tante situazioni pastorali.
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Diceva la Nota: "Cresce in Italia il numero dei ragazzi e delle ragazze, dai 7 ai 14 anni, per i quali si richiede il Battesimo, mentre diminuisce la domanda e la celebrazione di questo sacramento per i bambini nei primi due anni di vita. Spesso la domanda del Battesimo per questi ragazzi è presentata al parroco, o a un operatore pastorale, da un genitore. A questo riguardo c'è da considerare che la situazione coniugale dei genitori si presenta oggi molto diversificata: uniti da matrimonio cristiano, da matrimonio civile, da nuovo matrimonio civile dopo aver divorziato dal primo coniuge sposato con rito religioso, conviventi in attesa di matrimonio civile o religioso, conviventi per scelta. Anche la sensibilità religiosa dei genitori è assai varia: "lontananza" teorica e pratica più o meno consapevole, legame tradizionale ad alcune pratiche religiose, autentica riappropriazione della vita di fede riscoperta magari dopo molti anni. In questa diversità di situazioni la richiesta del Battesimo per il figlio trova svariate motivazioni, a volte tra loro mescolate: protezione di fronte ai pericoli dell'esistenza, integrazione sociale in un ambiente ancora pur connotato in senso cristiano, ricerca di più stabili ancoraggi etici nel delicato momento della crescita, sincera volontà di condividere con i figli la fede ritrovata" (4). La presenza a questi Seminari, le molte richieste che stanno giungendo dalle diocesi per presentare i documenti sul catecumenato e la Guida, sono un segnale forte che questa esperienza è una finestra aperta sul futuro, che si caratterizza con un forte pluralismo in atto, unita ad un nuovo modo di guardare alla fede nelle nostre famiglie. 7. Una esperienza che provoca un ripensamento Questa esperienza si sta dimostrando dilagante, perché attraverso di essa si avvia un ripensamento della pastorale dell'IC, più volte invocato, ma dubitativamente avviabile. Questa esperienza sta suscitando come una "ricaduta" nella pastorale ordinaria dell' IC dei fanciulli. Ne sono la conferma le molte iniziative regionali e diocesane che affrontano questa revisione. Per altro gli stessi Orientamenti per il prossimo decennio indicano in questa stessa pastorale dei fanciulli uno degli punti che debbono qualificare la rinnovata pastorale in chiave missionaria. "Gli stessi fanciulli battezzati hanno bisogno di essere interpellati dall'annuncio del Vangelo nel momento in cui iniziano il loro cammino catechistico. Sempre più spesso, infatti, non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza. L'incontro con i catechisti diviene per i fanciulli una vera e propria occasione di «prima evangelizzazione»...Questa attenzione dovrà accompagnare ancor più la catechesi dei ragazzi e dei giovani e ci dovrà sospingere a ripensare costantemente l'iniziazione cristiana nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l'accompagnano" (Or. Decennio 57b). 8. Una esperienza che si fa sperimentazione Naturalmente tale esperienza non risolve il ripensamento necessario della pastorale della IC, ma si pone sulla linea di una prima "sperimentazione", con molta umiltà e senso del limite per la sua proposta. Far nascere sperimentazioni, confrontare le ricchezze pedagogiche e didattiche delle nostre comunità, evidenziare le difficoltà e le possibilità...per un passo ulteriore più convincente. Oggi pomeriggio avremo in proposito la presentazione di una sperimentazione avviata nella Diocesi di Trento: ringrazio fin d'ora il parroco, don Antonio Brugnara, che ci offre questo servizio.
Per superare la situazione di crisi della pastorale di IC Veniamo così a considerare questa prospettiva educativa-catechistica, che viene indicata per superare la sterilità attuale della pastorale dell' IC dei ragazzi. La nostra comunità cristiana è coraggiosamente indirizzata a riprendere il compito della "catechesi" come uno dei compiti fondamentali per entrare nel rinnovamento missionario. È questa 69

la considerazione fatta dai nostri Vescovi, che ricordano l'apporto positivo e determinante già compiuto dal rinnovamento catechistico in questi trent'anni e il cui proseguo deve essere continuato. "La comunità sia coraggiosamente aiutata a maturare una fede adulta, «pensata», capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo. Solo così i cristiani saranno capaci di vivere nel quotidiano, nel feriale - fatto di famiglia, lavoro, studio, tempo libero - la sequela del Signore, fino a rendere conto della speranza che li abita (cf. 1Pt 3,15). A questo obiettivo di maturità della fede, avendo considerazione delle diverse età, cercando di fare unità tra ascolto, celebrazione e esperienza testimoniale di fede, tende il progetto catechistico delle nostre Chiese, impostato agli inizi degli anni `70 e arricchitosi via via di indicazioni e strumenti. Esso mantiene tutta la sua attualità e va riproposto con fedeltà nelle nostre comunità, orientandolo più esplicitamente nella prospettiva dell'evangelizzazione" (Or. Decennio 50). Emerge nel contempo una visione complessiva nuova che ripropone significativamente uno degli snodi più radicali indicati dal Vaticano II: l'Iniziazione cristiana come modello di rinnovamento pastorale. "Al centro di tale rinnovamento va collocata la scelta di configurare la pastorale secondo il modello della iniziazione cristiana, che - intessendo tra loro testimonianza e annuncio, itinerario catecumenale, sostegno permanente della fede mediante la catechesi, vita sacramentale, mistagogia e testimonianza della carità - permette di dare unità alla vita della comunità e di aprirsi alle diverse situazioni spirituali dei non credenti, degli indifferenti, di quanti si accostano o si riaccostano al Vangelo, di coloro che cercano alimento per il loro impegno cristiano" (Or. Decennio 59b). Tale proposta è descritta ci fa avvertire del bisogno di una pedagogia di paziente e tenace illuminazione, di progressività, ma anche di un deciso avvio: "Ci è richiesta intelligenza, creatività, coraggio" (Or. Decennio 59).
Per avviare un cambio di pastorale Per avviare questo cambio di pastorale, mi sembra di dover rilevare i punti di partenza, o meglio che noi non partiamo da "0", cioè anzitutto rivalutiamo pienamente il progetto catechistico italiano, per potenziare il positivo che con esso si è compiuto. Prendo come punto di partenza la Nota del 1999: "La comunità cristiana, consapevole delle difficoltà di vivere la fede nel contesto sociale e culturale odierno, e convinta del grande aiuto che può provenire ai fanciulli dalla famiglia, dai coetanei e dagli adulti, li conduce all'esperienza della vita cristiana, secondo una materna cura pedagogica che porti la loro fede iniziale a prendere radici. Offre ad essi itinerari che tengano conto della loro età, psicologia, esperienza religiosa, della situazione familiare, dell'ambiente parrocchiale, del cammino formativo dei loro coetanei" (52). A ben guardare sono descritti qui sinteticamente alcuni "punti di non ritorno" che con il DB o "Il rinnovamento della catechesi" sono per noi fondamentali. a) la comunità cristiana , nelle sue diverse ministerialità, è il soggetto della catechesi b) la comunità cristiana educa con l'armonizzazione sinergica delle sue azioni salvifiche (Parola, Celebrazione, Testimonianza) (Nota 31-37) c) la comunità cristiana educa l'intera personalità in tutte le sue dimensioni (intelligenza, cuore e volontà) d) la comunità cristiana educa attenta alle diversità e procede con gradualità e) la comunità cristiana educa ponendo i capisaldi della "vita nuova" nel sacramenti dell' IC
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Sulla linea del RICA Il RICA ci offre un passaggio ulteriore da ricuperare, oltre a quelli già indicati attraverso il DB (che nacque con profonda vicinanza al RICA) L'indirizzo per gli itinerari Vi è anzitutto un indirizzo pastorale che, desunto dalla indicazioni del RICA, è stato fatto proprio dai Vescovi per descrivere alcuni elementi costitutivi del percorso. "Gli itinerari possono essere diversificati secondo le circostanze. Si atterranno però alle seguenti indicazioni: a) ai fanciulli e ai ragazzi sopra i sette anni si diano i sacramenti dell'iniziazione cristiana solo dopo un vero e proprio cammino catecumenale (RICA, 306-307); b) tale cammino è bene che ordinariamente si compia in un gruppo insieme ai coetanei già battezzati che si preparano alla Cresima e alla prima Comunione (RICA, 308, a); c) ai fanciulli e ragazzi catecumeni, per quanto è possibile, si conferiscano insieme i tre sacramenti dell'iniziazione cristiana, facendone coincidere la celebrazione con l'ammissione dei coetanei già battezzati alla Confermazione e alla prima Comunione (RICA, 310 e 344); d) i fanciulli e i ragazzi catecumeni siano accompagnati, pur nella varietà delle situazioni, dall'aiuto e dall'esempio anche dei loro genitori, il cui consenso è richiesto per l'iniziazione e per vivere la loro futura vita cristiana; il tempo dell'iniziazione offrirà alla famiglia l'occasione di avere positivi colloqui con i sacerdoti e con i catechisti (RICA, 308, b); f) la mistagogia sia curata come un tempo indispensabile, al fine di familiarizzare i ragazzi alla vita cristiana ed ai suoi impegni di testimonianza (RICA, 369)".(Nota 53)
Gli obiettivi degli itinerari "L'itinerario di iniziazione cristiana, della durata di circa quattro anni, può opportunamente attuarsi insieme a un gruppo di coetanei già battezzati che, d'accordo con i loro genitori, accettano di celebrare al termine di esso il completamento della propria iniziazione cristiana. Intorno agli undici anni, possibilmente nella Veglia pasquale, i catecumeni celebrano i tre sacramenti dell'iniziazione cristiana, mentre i coetanei già battezzati celebrano la Confermazione e la prima Eucaristia (RICA, 310)". (Nota 54). E specificamente per il catecumenato si aggiunge: "Con questa tappa inizia il catecumenato, un tempo di vero tirocinio di vita cristiana, durante il quale il fanciullo o ragazzo cresce nell'esperienza spirituale dell'amore di Dio e prende coscienza che è chiamato a dare una risposta ai molti inviti del Signore. Il tempo del catecumenato è ritmato da celebrazioni in stretta relazione con la catechesi che si va sviluppando e secondo il metodo della traditio-redditio, come la "consegna" della Bibbia (storia della salvezza), del Simbolo della fede, del Padre nostro, delle Beatitudini, della Legge (comandamenti, precetto della carità, discorso della montagna). La "riconsegna" potrebbe avvenire al termine delle relative catechesi e dopo un periodo di esperienza (RICA, 312; cf. 103, 125, 181192). (Nota 41) Si possono indicare i seguenti obiettivi: 1. scoprire e incontrare Gesù Cristo per scegliere di fare della nostra vita un cammino con Lui. 2. scoprire la nostra storia come una componente della storia della salvezza e di essere appartenenti ad una visione della vita (Credo). È un cammino che si compie "progressivamente", e che continuerà lunga la vita cristiana. 3. aprirsi personalmente verso Dio in una relazione filiale e dialogica, per essere veramente "figli di Dio" e porre così la base della propria relazione con gli altri, scoperti come fratelli (Padre nostro). 71

4. fare propri gli atteggiamenti "nuovi" da figli di Dio, che hanno ricevuto lo stile dell'amore di Gesù (Comandamento nuovo). 5. percorrere il cammino iniziatico come un continuo "diventare - fiunt" nel suo duplice significato: "essere fatti da Dio mediante la generazione spirituale della Chiesa" e "diventare progressivamente consapevoli della vita cristiana con una scelta matura". Sia il cammino di Dio che il nostro cammino sono compiuti con "gradualità". 6. vivere pienamente la "Pasqua di Cristo" o dare la centralità al mistero pasquale : Cristo morto e risorto. "Essa consiste nella celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell'Eucaristia (RICA, 343-368). In considerazione del legame con il mistero pasquale i sacramenti dell'iniziazione cristiana si celebrano di norma nella Veglia pasquale, o in altra domenica durante il tempo pasquale (RICA, 343). Per salvaguardare l'unità dell'iniziazione e la successione teologica dei sacramenti, "il Battesimo si celebra durante la Messa nella quale i neofiti per la prima volta partecipano all'Eucaristia. La Confermazione viene conferita nel corso della stessa celebrazione o dal vescovo o dal sacerdote che dà il Battesimo" (RICA, 344)." (Nota 46). Questa celebrazione pasquale indirizza pertanto: - alla unità celebrativa dei sacramenti dell' IC - alla celebrazione iniziatica nella Veglia Pasquale o nel tempo pasquale Ne consegue che ci sia un abbassamento di attenzione sociologica alla "festa della Prima comunione" e alla "festa della Cresima", per integrare la vita sacramentale nell'intera vita nuova in Cristo o "vita cristiana". La celebrazione liturgica La celebrazione liturgica è il "locus" teologico-pedagogico dell'azione di Dio nell'itinerario catecumenale. "Componente fondamentale dell'itinerario dell'iniziazione, anche se non prima in ordine cronologico, è quella liturgica, dove emerge chiaramente che l'iniziazione è opera di Dio, che salva l'uomo, suscita e attende la sua collaborazione. La celebrazione non è collocata solo al termine del percorso iniziatico, quale punto culminante costituito dai tre sacramenti dell'iniziazione; essa accompagna tutto l'itinerario, diventando espressione della fede, accoglienza della grazia propria di ogni tappa, adesione progressiva al mistero della salvezza, fonte di catechesi, impegno di carità, preparazione adeguata al passaggio finale" (Nota 36). "Tali celebrazioni si pongono nella direzione delle tre componenti dell'itinerario catecumenale, cioè: - inserire l'annuncio in una celebrazione della parola; - formare alla celebrazione con la celebrazione; - aiutare ad acquisire i valori sottesi al cammino catecumenale attraverso apposite celebrazioni" (Nota 41). a) una proposta di incontro, come già indicata nel tempo di evangelizzazione. Per ogni la parola ascoltata, meditata, pregata e celebrata ispira e informa gradualmente tutta la vita. È questo un movimento dalla Parola a dalla celebrazione all'azione, cioè alla "pratica della vita cristiana" e alla "testimonianza e missionarietà". Si può ipotizzare anche un movimento inverso: dal fare alla Parola e alla celebrazione. b) le celebrazioni dei passaggi tra le tappe: queste celebrazioni strutturano il cammino, fissano "ufficialmente" e spiritualmente un percorso. Esse conducono alla vita cristiana ed ecclesiale.
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Le liturgie delle tappe che strutturano la fede sono: - l'ingresso nel catecumenato; l'elezione al battesimo; - la celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana: il battesimo, la confermazione e l'eucaristia. Queste tre tappe sviluppano nel tempo l'essenza dell'atto di fede del cristiano. Queste tappe fanno parte del sacramento. Per questo "ne consegue che il catecumenato è una cosa diversa da un semplice corso di religione. È una parte del sacramento; non un insegnamento previo, ma una parte integrante del medesimo. D'altra parte il sacramento non è un semplice rito liturgico, ma un procedimento, un lungo itinerario che mobilita tutte le forze della persona: intelligenza, volontà, sentimento. Anche qui la separazione ha avuto conseguenze fatali: ha ridotto un sacramento a un rito e la Parola a una dottrina, e con questo ha mascherato una unità che appartiene ai dati fondamentali del cristianesimo" (Ratzinger). È importante perciò rispettare queste tappe, evidenziarne il significato, celebrarle non in modo troppo ravvicinato e curarne lo sviluppo. c) le celebrazioni del cammino: queste celebrazioni consolidano la sequela cristiana. Esse sono molto diversificate. Fanno vivere in chiave spirituale la partecipazione ad una assemblea catecumenale, la conclusione di un incontro, la ripresa di un itinerario, l'incontro con nuove realtà della fede... - Le celebrazioni del cammino nel catecumenato sono: le celebrazioni della Parola, gli esorcismi minori, le benedizioni e le unzioni. - Nel tempo della purificazione: gli scrutini, gli esorcismi maggiori, le tradizionesredditiones, la settimana santa. - Nella mistagogia: le messe dei neofiti e le celebrazioni conclusive.
L'esperienza di vita cristiana Lo stile di vita cristiana è frutto di conversione (dimensione ascetico-penitenziale) e di fede (la risposta all'iniziativa di Dio), quasi ad esprimere la domanda: "Che cosa farebbe Gesù al mio posto?" "L'ascolto e l'accoglienza della Parola, come pure la celebrazione liturgica, contribuiscono a quella conversione, a quella fede e a quello stile di vita cristiana verso cui converge tutto l'itinerario catecumenale. Coloro che accompagnano i catecumeni, pertanto, devono educarli a vivere la fede, assumendo in base alla loro età gli atteggiamenti evangelici: - l'ascolto della parola di Dio, mediante la lettura e il confronto con la Sacra Scrittura; - la conversione, assumendo i valori e i comportamenti conformi al Vangelo: povertà di spirito, mitezza, misericordia, purezza di cuore, fame e sete di giustizia, impegno a essere operatori di pace, fortezza nelle avversità e nelle persecuzioni; - la partecipazione alla liturgia della Chiesa e ai suoi gesti: stupore, adorazione, gratitudine e rendimento di grazie per i doni di Dio, supplica e intercessione, offerta, preghiera comune con i fratelli, canto; - la collaborazione alle attività e ai servizi all'interno del gruppo e della comunità parrocchiale, come la lettura e il canto nelle celebrazioni, l'attenzione delicata ai più piccoli e agli anziani, la cura dei luoghi della preghiera; - l'espressione pubblica della fede nelle concrete situazioni della vita: in famiglia, nella scuola, con gli amici, nel tempo libero e nel gioco; - l'annuncio e la testimonianza del Vangelo, rispondendo con dolcezza e rispetto a chiunque chiede ragione della speranza che è in loro (1 Pt 3,15-16).(Nota 37). Conclusione Concludo riprendendo le parole dei Vescovi nel documento per il prossimo decennio:
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"È importante che venga annunciato il Vangelo della vita buona, bella e beata che i cristiani possono vivere sulle tracce del Signore Gesù. Vitale è la qualità kerygmatica e mistagogica degli incontri: i fanciulli vanno condotti a compiere l'atto di fede, il gesto della preghiera, la partecipazione alla liturgia e soprattutto a trovare alimento costante nel rapporto con Gesù, lasciandosi accompagnare dalla sua vita narrata dai Vangeli." (Or. Decennio 57).
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IL PERCORSO EDUCATIVO CATECUMENALE. Una guida per un modello globale di iniziazione cristiana. don Andrea Fontana, Premessa - Il documento del Consiglio permanente della CEI1 giunge propizio a indicare un itinerario che deve diventare nel giro dei prossimi anni il modello di qualsiasi iniziazione nelle nostre comunità parrocchiali. Riguarda le situazioni in cui ci sono ragazzi da battezzare, ma va oltre, indicando le componenti dell'itinerario, le tappe e le condizioni in cui deve avvenire. Il 27 settembre 2000 a Roma fu stata presentata la prima parte della "Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi [7-14 anni]" a cura del Servizio nazionale per il catecumenato al fine di sperimentare i nuovi percorsi. Si tratta di una "guida" non di un sussidio didattico: presenta cioè le linee di fondo per confezionare un percorso su misura ad ogni situazione pastorale e ad ogni realtà di persone diverse, senza costringere nessuno in programmi preconfezionati. Non abbiamo bisogno di prêt-a-porter, ma di un taglio di stoffa da confezionare su misura, come gli antichi sarti. Conosciamo ormai bene come funziona un itinerario catecumenale perché già da anni se ne parla a proposito di adulti e sappiamo che al centro sta la persona del catecumeno, non il programma. Ed abbiamo bisogno di riordinare l'esperienza pastorale della iniziazione cristiana perché non funziona più. Chissà che non sia questa la strada giusta. - Al n.54-55 il doc. del Consiglio Permanente propone due forme di itinerario ... Noi abbiamo scelto di sussidiare il primo (n.54) per tre motivi: è propriamente un itinerario di iniziazione cristiana sul modello degli adulti gli altri sono già sufficientemente sussidiati da materiale di accompagnamento dei catechismi CEI: guide, quaderni attivi, audiovisivi, ecc. vogliamo promuovere un "modello" affinché sia replicato anche nel completamento della iniziazione cristiana degli altri ragazzi La logica catecumenale confrontata con la prassi attuale Non si costruisca l'itinerario ragionando solo in termini di anni o di età: si deve cominciare a ragionare sulle risposte date, sui cambiamenti avvenuti, sulle presenze acquisite all'interno della parrocchia. Per questo, nel sussidio, noi diciamo: "non meno di un anno". Gli unici tempi da rispettare sono i tempi liturgici, che comunque si ripresentano ogni anno e permettono di approfondire più volte certi aspetti non ancora acquisiti. Non si passa alla tappa successiva solo perché il fanciullo è andato avanti di classe nella scuola, ma unicamente quando nel gruppo maturano le condizioni necessarie. Le condizioni necessarie sono quelle espresse negli obiettivi di ciascuna tappa... Non è questione di fare un discorso di "élite", ma di proporre seriamente la fede nella libertà di accoglierla o no, con la consapevolezza che non si creano classifiche di merito (solo Dio sa...) Ora invece chi arriva in quarta elementare ha "diritto" a ricevere la Prima Comunione e i genitori pretendono di fargliela fare, credenti o no; è un servizio che la Chiesa deve offrire a tutti. Si sentono offesi se avviene il rifiuto: e questa situazione andrà ancora avanti per un po'...
1 "L'iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni", nota pastorale,
Roma 22 maggio 1999.
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Si raccolga il "gruppo catecumenale", attraverso cui si sperimenta concretamente la comunità cristiana e che prevede obbligatoriamente la partecipazione dei genitori o di qualcuno della famiglia, il quale avrà lo spazio educativo necessario per orientare e verificare i cambiamenti di vita nel ragazzo. Nel cammino ci devono essere spazi di verifica: se effettivamente il ragazzo comincia a pregare, se effettivamente legge il Vangelo, se effettivamente comincia a perdonare le offese, ecc... Nel gruppo catecumenale ci sono persone che vivono accanto al ragazzo ogni giorno e riescono dunque a verificare i cambiamenti (padrini, garanti, genitori, accompagnatori ...). Ora, invece, esistono le "classi" che fanno "lezione" nelle "aule" con un "catechista" che è insegnante per un'ora alla settimana: si pone fine a questi equivoci. Il gruppo catecumenale presenta un serie variegata di interventi educativi, il catechista o accompagnatore ha il compito di amalgamare, stimolare, coordinare con incontri, rapporti personali, presenze in vari momenti. Ma è il gruppo che educa, che inizia alla fede, che valuta il percorso fatto. La celebrazione dei Sacramenti nella loro unitarietà, togliendo ad essi il significato di un "premio" per la fedele partecipazione ad anni di catechismo; restituendo loro invece il senso della immersione nella morte di Cristo per rinascere con Lui alla pienezza della vita nuova. In relazione con la vita concreta della comunità cristiana che celebra nella Pasqua il mistero della morte e risurrezione di Cristo (Veglia pasquale). Essendo i sacramenti partecipazione al mistero pasquale di Cristo vanno celebrati come un evento unico. E risultano essere non la méta finale del cammino, bensì il culmine di un radicale novità di vita che si consoliderà ancora nel tempo immediatamente successivo fino all'età adulta. Ora, invece, i sacramenti sono stiracchiati in avanti o indietro secondo interessi pastorali più o meno convincenti, dando ad essi significati che non hanno senso: vedi la Cresima = sacramento della maturità cristiana da rimandare a 18 anni ... non è un problema di età, ma di fede. Soprattutto l'ordine seguito non è corretto ... E si sono staccati per motivi storici. Non è un cammino "ciclico", come suggerito dai catechismi della CEI, ma un cammino progressivo: il primo posto viene dato alla Bibbia e non ai catechismi; anche se i catechismi ci sono utili per chiarificare, completare, sostenere, pregare e vivere la proposta della Parola di Dio; tuttavia non possono essere utilizzati nella sequenza con cui sono costruiti. Infatti, salvo piccole eccezioni, prevedono un andamento ciclico con la presentazione del messaggio cristiano a cerchi concentrici, con successivi approfondimenti, a mano a mano che l'età lo permette. Noi dobbiamo invece procedere dalla evangelizzazione alla formazione, dall'essenziale al complesso, dai fondamenti della fede alla piena adesione ad essa ... Ora, invece, per molti il catechismo è un sussidiario da leggere riga per riga, compilando quaderni attivi e strumenti didattici: la fede cristiana nasce dall'ascolto della Parola e dalla accoglienza di essa nella nostra vita, traditio-redditio... Iniziare alla vita cristiana è iniziare all'ascolto della Parola: i catechismi CEI sono una attualizzazione della Parola da utilizzare come strumento per comprenderla meglio, secondo le esigenze del cammino catecumenale. La coerenza progettuale specifica del percorso nella sua identità cristiana, non soltanto un ritrovarsi per "una buona parola": la priorità alla fede e alla adesione a Cristo rispetto alla morale; il radicarsi nella storia della salvezza presentata dalla Bibbia e dunque nella liturgia ecclesiale; il rimando continuo tra insegnamento, vita e celebrazione in un dinamismo che è la vita cristiana... Un itinerario ha chiari obiettivi, un piano contenutistico specifico in riferimento a Gesù Cristo e motivato dai passi successivi da compiere, attività ed esperienze cristiane da condurre e tappe sacramentali o celebrative da vivere... Ogni cosa viene fatta con una logica ben precisa, non solo 76

perché bisogna farla. Il cammino costituisce anche un luogo di rinnovamento per tutta la parrocchia: non solo una riproduzione di essa, come in fotocopia, ma la ricerca di una nuova fedeltà al Vangelo di Gesù. Costruendo il ragazzo nella sua nuova identità cristiana (cfr schema finale) Ora, invece, la maggior parte della catechesi viene fatta in forma improvvisata, ripetitiva, occasionale: molti catechisti non sanno usare i testi perché non li conoscono nella loro struttura; non ne colgono il percorso, non sanno nulla di obiettivi educativi né con i ragazzi né con gli adulti. La nostra catechesi è puramente ripetizione di concetti e di nozioni, ripetizione aggiornata con alcune tecniche didattiche moderne che la rendono più attiva. Ma non è sufficiente.
Presentazione del percorso catecumenale attraverso la Guida... Cf lo specchietto allegato alla "Guida". componenti dell'itinerario: La novità essenziale è il fatto che un itinerario catecumenale "è un tirocinio di vita cristiana" (doc.cit.n.30). Implica dunque: ascolto della Parola di Dio, attraverso la Bibbia: "il contenuto dell'annuncio ha come oggetto il racconto della storia della salvezza e in particolare della storia di Gesù Cristo" (doc. cit. n.32). Il linguaggio biblico ed evangelico, i personaggi, i momenti fondamentali - come la morte e risurrezione di Gesù - sono l'orizzonte in cui si muove il cristiano e di cui diventa epigono continuando nella propria vita di oggi, segnata da lavoro, studio, famiglia, divertimento ecc., ad incontrare il medesimo Dio che lo chiama, lo salva, lo guida alla pienezza della vita i riti di passaggio e le celebrazioni: "Esse accompagnano tutto l'itinerario, diventando espressione della fede, accoglienza della grazia propria di ogni tappa, adesione progressiva al mistero della salvezza, fonte di catechesi, impegno di carità, preparazione adeguata al passaggio finale" (doc. cit. n.36). Senza il dono di Dio non si può vivere da cristiani, essendo la vita cristiana "vita eterna" che Dio ha donato agli uomini; dunque senza l'accoglienza del dono invocato nella preghiera, sperimentato nella celebrazioni dell'anno liturgico, espresso nei riti di ammissione al catecumenato, della elezione, delle unzioni e degli scrutini. Nello stesso tempo sarà anche necessario attraverso le celebrazioni imparare a celebrare da cristiani il mistero della salvezza che si compie: imparare a riconoscere i segni, compierne i gesti, appropriarsi della parole e dei canti, entrare da protagonisti della dinamica del celebrare cristiano. Le celebrazioni non sono solo una messa in scena del percorso fatto, ma un reale dono di Dio per consolidare in noi il cambiamento avvenuto. la pratica della vita cristiana: essendo "tirocinio" o "apprendistato" - a mano a mano che il cammino procede - i ragazzi devono acquisire atteggiamenti e comportamenti propri del cristiano: non certo per raggiungere la perfezione nel giro di qualche anno, ma almeno per impratichirsi dello "stile cristiano" di vita. Esso è diverso da altri stili di vita, basati sul consumismo, sugli interessi egoistici, sulla superficialità, ecc... Lo stile cristiano prevede invece un riferimento ai valori dell'amore e della condivisione così come Cristo ha vissuto; un inserimento nelle concreta comunità cristiana rappresentata dalla parrocchia; la fedeltà alle scadenze settimanali (il giorno del Signore), ai momenti ecclesiali rilevanti (celebrazioni pubbliche), alla preghiera quotidiana insieme alla lettura della Bibbia, la solidarietà quaresimale e periodica, l'amore verso tutti, disinteressato e fedele; la sincerità e la trasparenza della vita...
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Tappe dell'itinerario catecumenale: Non sono tappe soltanto trasmesse dalla tradizione dell'antico catecumenato, ma tappe richieste dalla logica catecumenale di un apprendistato progressivo e graduale. Richiamo brevemente le tre tappe: - la prima tappa è l'Ammissione al Catecumenato, dopo un certo tempo di evangelizzazione e di costituzione del gruppo catecumenale che non può durare meno di un anno. Questa tappa rappresenta una prima accoglienza nella Chiesa, il primo passo di adesione a Cristo, e la scelta di iniziare un cammino consapevole di conoscenza e incontro con la fede cristiana (nn.40-41). - La seconda tappa è l'Elezione o Chiamata al Battesimo, all'inizio dell'ultima Quaresima prima dei Sacramenti: essa sancisce la conclusione dopo almeno 3 anni di cammino sistematico e di tirocinio di vita cristiana. Siamo pronti a entrare nella Chiesa e a partecipare alla morte e risurrezione di Cristo introducendo la novità di vita cristiana (nn.42-45). La Quaresima sarà il tempo della preparazione immediata, spirituale e ascetica, ai sacramenti. - La terza tappa, "vertice dell'iniziazione cristiana", consiste nella Celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell'Eucaristia, durante la veglia pasquale, per il loro legame con la Pasqua di Cristo, in unità per una piena partecipazione alla Sua vita nuova (nn.46-50). La mistagogia che seguirà alla Celebrazione dei Sacramenti per almeno un anno consolida la vita cristiana e la presenza consapevole nella comunità cristiana fino alla celebrazione dell'anniversario del Battesimo (n.48). Questi riti di passaggio fondamentali scandiscono i tempi progressivi e graduali del "diventare cristiani": La prima evangelizzazione: siccome non si tratta di un tributo da pagare per avere diritto a qualcosa (Prima comunione...), ma di un cammino di conversione - perché i ragazzi e le famiglie non sono automaticamente cristiani - prima occorre ascoltare l'annuncio: la fede nasce dall'ascolto, non la inventiamo noi. Intanto si costruisce il gruppo. Il catecumenato (o tempo dell'apprendistato): pronunciato il primo "sì" di assenso a Gesù Cristo e al cammino conseguente, si struttura un itinerario sistematico, continuo, progressivo in cui si apprende a vivere da cristiani. È il tempo della "formazione" in cui l'individuo gradualmente si "trasforma". L'ultima Quaresima o illuminazione: portato a termine l'apprendistato, occorre prepararsi ad accogliere il "dono di Dio" con l'attenzione della mente, l'apertura del cuore, e le mani protese verso i Sacramenti. Non diventiamo cristiani solo per scelta nostra: occorre disporci ad accogliere il dono. Mistagogia: infine, ricevuti i sacramenti e diventati cristiani, dobbiamo consolidare la nostra appartenenza alla comunità credente, interrogandoci sul significato e le conseguenze dei doni ricevuti... trovare il nostro posto nella comunità concreta, vicino a casa. Altre celebrazioni intermedie potranno segnare di volta in volta l'acquisizione di contenuti e di comportamenti, affidandoli nella preghiera e nell'ascolto della Parola alla grazia di Dio e implorando da essa la fedeltà alle mete raggiunte: consegna del Vangelo, delle Beatitudini, del precetto del Signore - Esorcismi - unzione prebattesimale - riti penitenziali - abito bianco ... Ancora una volta, va precisato che alcuni riti, propri del catecumenato, non possono essere celebrati nelle situazioni in cui i ragazzi sono già battezzati: unzione, abito bianco, effatà, ecc... i contenuti: Per quanto riguarda i contenuti essi vengono presentati in relazione alle attività e alle celebrazioni e prevedono la scansione: prima evangelizzazione: porre il fondamento che è Cristo: "chi è Gesù per noi?"
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prima fase del catecumenato: la storia della salvezza coinvolge anche noi: conoscendola ne diventiamo protagonisti, rivivendola nella nostra esistenza concreta. seconda fase del catecumenato: scopriamo l'amore del Padre imparando a riceverlo ogni giorno nella preghiera e nei sacramenti e a viverlo celebrando l'anno liturgico. terza fase del catecumenato: portiamo a termine la nostra conversione imparando a vivere nell'amore come Gesù, nello Spirito santo. Seguire Gesù nell'amore è il nostro quotidiano. ultima quaresima: preparazione spirituale a celebrare i Sacramenti mistagogia: vivere i sacramenti ricevuti e radicare la propria presenza nella comunità cristiana e la testimonianza nel mondo. La "Guida" offre abbondante materiale per le celebrazioni, adattando quelle degli adulti e abbondante materiale per il percorso contenutistico: si parte da un primo incontro con la figura di Cristo (evangelizzazione) per lasciarsi coinvolgere nella storia della salvezza in sua compagnia, celebrandolo nella liturgia e nei sacramenti, fino a imparare i comportamenti propri di un discepolo di Cristo che vive l'amore nella Chiesa e nel mondo e trova infine il proprio ruolo nella comunità (mistagogia). Alcuni "modelli" di incontro vengono proposti all'inizio, poi vengono solo più riportati i titoli affinché ogni operatore possa liberamente costruirseli sul medesimo modello. I contenuti fanno riferimento sempre a testi biblici che scandiscono il cammino e ai catechismi della CEI che offrono materiale abbondante per riflettere, pregare e vivere. Anche se sono da usare liberamente come strumenti per operare il cambiamento di vita.
Condizioni pastorali per realizzare il percorso nella sperimentazione... La proposta va fatta nella libertà e nella sperimentazione: non deve essere imposta, ma proposta e motivata affinché gli adulti, catechisti e genitori, ne siano convinti e vi aderiscano liberamente. Alcune famiglie a cui è stato fatta la proposta hanno aderito e cominciato il cammino; le altre continuano nel cammino tradizionale. Come motivare le diversità di itinerari nella stessa parrocchia? È vero che si creano delle élite o non piuttosto si tiene conto delle diverse esperienze per proporre qualcosa che sia adatto a ciascuno, nella sua situazione? Il gruppo catecumenale come ambiente: nessun itinerario deve essere individuale. Non si prende il ragazzo in disparte, facendogli ripetizione per le cose che gli altri già sanno e lui non ancora, siccome non è battezzato. La pubblicità del battesimo aiuta tutta la comunità a prendere coscienza del proprio Battesimo e della vita che ne consegue. Come gestire concretamente il gruppo? Come coinvolgere tutta la parrocchia per renderla comunità accogliente? A monte di ogni iniziativa "nuova", soprattutto nella iniziazione cristiana, devono esserci comunità accoglienti e capaci di testimonianza, che aperte alla missione siano "sale della terra e luce del mondo". È il problema della pastorale odierna e va al di là del mio breve intervento .... Tuttavia non si può prescindere da essa nel mettersi in cammino per diventare cristiani: infatti, non si tratta di un itinerario di ricerca isolato né di una situazione "vergognosa"... anzi, quando un ragazzo chiede il battesimo tutta la comunità deve sentirsi coinvolta a rendere ragione della propria fede. In che modo concretamente? L'orientamento dei Vescovi è verso un "gruppo catecumenale": cioè, un gruppo "con la presenza di alcuni adulti (catechisti, accompagnatori, padrini), della famiglia e, almeno in alcuni momenti più significativi, della comunità tutta" (doc. cit. n.26): ovviamente nel gruppo confluiranno i ragazzi in cammino verso il Battesimo e altri in cammino verso il completamento della loro iniziazione con la Confermazione e l'Eucaristia. Sapranno le nostre parrocchie lasciarsi coinvolgere dalla novità di un catecumenato che li interpella e dalle presenze che esigono di essere accolte?
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Il coinvolgimento della famiglia. Proprio perché si tratta di raggiungere un "inizio" di vita cristiana nella Chiesa, l'itinerario catecumenale non può prescindere dall'intervento della famiglia, in misura tale che almeno non vanifichi gli sforzi di vivere quotidianamente gli atteggiamenti propri della fede cristiana e partecipare alla vita della comunità parrocchiale. "Nell'iniziazione cristiana la famiglia ha un ruolo tutto particolare ... quali che siano le situazioni, è bene ricercare il coinvolgimento della famiglia o di alcuni suoi membri - fratelli o sorelle, parenti... - o di persone strettamente collegate con la famiglia. La domanda del Battesimo per i fanciulli dovrà sempre essere accompagnata dal consenso dei genitori" (doc. cit. n. 29). Sapremo trovare nuove strade per arrivare alle famiglie, là dove ci sono problemi di orari di lavoro, situazioni difficili, chiusura alla ricerca di fede? Occorre costantemente riferirsi all'anno liturgico, come itinerario annuale già proposto a tutta la comunità, di anno in anno. Pur vivendone di volta in volta aspetti diversi, per non ripetere sempre le stesse esperienze. Come rendere vive le nostre celebrazioni affinché i ragazzi ne siano protagonisti e le trovino significative e radicate nella loro vita concreta? Non si può chiamare "catecumenale" un itinerario fatto dove non ci sono ragazzi da battezzare: occorre chiamarlo "di tipo catecumenale" o semplicemente di "iniziazione cristiana"; così come nel caso non ci siano ragazzi da battezzare occorre sostituire le celebrazioni tipicamente catecumenali con altre analoghe: es. il rito di Ammissione può essere sostituito con il Rito della conferma (volontà di fare un cammino per entrare nella vita cristiana già donata nel Battesimo); il rito della elezione con un rito di presentazione alla comunità; le unzioni e gli scrutini con riti penitenziali o con la celebrazione della Penitenza ... ecc. Saremo capaci di uscire dai pacchetti di offerta preconfezionata delle editrici cattoliche per inventare itinerari incarnati nella nostra realtà operativa, progettando e diversificando, senza perdere il filo conduttore? Un itinerario di tipo catecumenale è un quadro di riferimento all'interno del quale si acquisiscono tutti gli elementi di cui si discute da anni e che non si possono attuare parzialmente perché non produrrebbero "novità": i genitori, l'età e la celebrazione dei sacramenti, il cambiamento di vita, l'esperienza di comunità, i catechismi strumenti al servizio della Parola di Dio, la figura nuova di un catechista "accompagnatore" di famiglie e costruttore di comunità, ecc... Di fronte alla delusione circa l'efficacia della attuale catechesi dell'iniziazione non basta porre dei tamponi: non è questione di gruppi più o meno numerosi o ragazzi indisciplinati, né di orari di catechismo, né di fare qualche incontro con i genitori. È una riorganizzazione della iniziazione cristiana totale. È una mentalità nuova con cui lavorare nelle nostre parrocchie, non una soluzione metodologica né una tecnica che risolve tutti i nostri problemi... Come formare catechisti con una mentalità nuova, costruttori di comunità, evangelizzatori e non soltanto "insegnanti"? La sperimentazione avverrà nei prossimi anni per giungere ad una edizione aggiornata della presente "Guida". Occorre che le parrocchie e le diocesi facciano pervenire materiale e suggerimenti al "Servizio nazionale", con le scelte concrete operate nelle diverse situazioni. Bisogna dare una risposta agli interrogativi che ho esposto per poter aiutare le comunità meno attrezzate di persone e di sussidi in grado di percorrere questo itinerario. Tutto il materiale elaborato costituirà un utile aiuto per tutti affinché il materiale offerto dalla Guida possa giungere a configurare percorsi educativi concreti. La sperimentazione esprime lo spirito di libertà con cui i genitori devono scegliere, non per fare i primi della classe o una élite, ma per convinzione. La sperimentazione permette anche di arrivare all'itinerario in maniera graduale introducendo le novità a poco a poco, cambiando la prassi attuale.
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La logica dei tempi nell'itinerario di iniziazione cristiana. Il primo tempo: EVANGELIZZAZIONE! Bisogna porre il fondamento della fede cristiana, cioè Gesù Cristo, purificando le motivazioni della ricerca e chiamando ad una scelta iniziale specifica in vista della vita cristiana nella chiesa cattolica..
Il secondo tempo (il più lungo e articolato): CATECUMENATO! Occorre quindi strutturare il cristiano, ponendolo in rapporto con il Dio di Gesù Cristo che continua la storia della salvezza oggi con noi - celebrando l'amore di Dio che si dona nel tempo e negli eventi della nostra esistenza - facendo tirocinio di vita cristiana e seguendo Gesù Cristo. Tutto questo ci serve per capire, con calma e libertà, se siamo fatti per la vita cristiana.
Il terzo tempo (l'ultima quaresima): PREPARAZIONE IMMEDIATA Si tratta ora di aprire la nostra vita ad accogliere il dono della salvezza in Cristo nella Veglia pasquale attraverso i sacramenti del Battesimo Cresima Eucaristia. Lo invochiamo, ci purifichiamo.
"Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia infatti siamo salvati" (Ef 2,5). Celebrazione dei sacramenti della iniziazione cristiana: Battesimo Cresima Eucaristia per diventare creature nuove, partecipi della natura divina, familiari di Dio, figli nel Figlio Gesù, cristiani nella chiesa cattolica.....
Il quarto tempo: MISTAGOGIA! Come e dove vivere ciò che sono diventato.
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La logica dei Riti nell'itinerario di iniziazione cristiana
Il Rito di Ammissione al catecumenato: una comunità concreta e visibile ci accoglie per accompagnarci all'incontro con Cristo, a vivere con Lui, a celebrare il Suo amore che salva.
Celebriamo l'azione dello Spirito in noi,invocando la liberazione dal male (unzione prebattesimale) e segnando le tappe del nostro apprendistato (consegne del Credo, del Padre nostro, del Precetto del Signore).
Riti del catecumenato:
Il Rito della Elezione o Chiamata definitiva: la Chiesa cattolica, nella persona del Vescovo (o del ministro) ci chiama a diventare nuove creature in Cristo morto e risorto, così come lo testimonia, lo celebra, lo vive quotidianamente. Celebriamo per fare penitenza dei nostri peccati e aprirci all'amore di Dio (celebrazioni
Riti quaresimali
penitenziali). Celebriamo per invocare su di noi l'amore di Dio che ci libera dal male (esorcismi). Celebriamo per preparare l'incontro con Cristo nei segni (acqua, luce, vita).
La Celebrazione dei Sacramenti della Iniziazione cristiana: il Dio di Gesù Cristo fa alleanza con noi per sempre rendendoci suoi figli nella Chiesa cattolica e ci dona la sua Presenza e la Comunione piena con Lui attraverso lo Spirito santo. Celebriamo il dono di essere diventati cristiani, impegnandoci a vivere nella chiesa concreta e
Riti conclusivi
visibile che ci ha accolti, la nostra vita ordinaria (deposizione dell'abito bianco). E accogliamo i compiti che ci vengono affidati (mandato, consegna del catechismo, ecc.)
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La logica disposizione dei contenuti lungo l'itinerario
Iniziamo con la narrazione dell'evento Gesù Cristo, buona notizia che ci manifesta definitivamente l'amore di Dio e la possibilità di salvezza, seguendo il vangelo di Marco. È davanti a Lui che dobbiamo decidere.
Deciso il nostro interesse per Lui, ci accorgiamo che Egli non viene dal nulla, ma è il culmine e il compimento di una storia della salvezza iniziata con la creazione del mondo dal Padre e che si concluderà al termine della storia in Cristo glorioso: in questa storia della salvezza noi entriamo accogliendo la fede cristiana e vivendola ogni giorno.
La storia della salvezza ha come protagonista il Dio di Gesù Cristo, Padre Figlio e Spirito santo, Dio d'amore, che cerca tra gli uomini coloro che si affidano a Lui per vivere anch'essi nel suo amore e partecipare alla sua stessa vita in una alleanza che non avrà fine.
Così noi possiamo oggi vivere l'amore di Dio che Gesù ci ha manifestato, seguendolo come discepoli, amando come Lui ci ha amati, nella chiesa cattolica, per portare a compimento il progetto che Dio il Padre ha su di noi.
Questo progetto si realizza oggi in noi per dono di Dio che ci accoglie nella comunione d'amore resa visibile attraverso la chiesa cattolica che celebra nello Spirito i sacramenti del Battesimo Cresima Eucaristia
6. e che noi vivremo d'ora in avanti quotidianamente, entrando nella Chiesa, e diventando membra del corpo visibile di Cristo e continuando ad amarlo nella nostra situazione concreta, a celebrarlo con il popolo di Dio in preghiera, a testimoniarlo e annunciarlo a tutti realizzando fin d'ora la comunione d'amore di cui lo Spirito ci rende partecipi.
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Fare i cristiani oggi: quale cristiano?
Vivere quotidianamente da cristiano, orientando le scelte alla volontà del Padre. Celebrare la vita nello Spirito Santo, inseriti nella storia della salvezza.
Nuova identità personale ricostruita in Cristo Gesù.
Ragionare da Cristiano, seguendo il Vangelo.
Creare legami di fraternità con gli altri cristiani nella chiesa cattolica.
L'identità del cristiano si esprime in questi TRE SEGNI:
In comunione con la tradizione apostolica attraverso il Vescovo.
Celebrare Cristo morto e risorto nei Sacramenti e nell'Anno liturgico Confrontare la propria vita con la Parola di Dio
CHI È IL CRISTIANO? COLUI CHE CREDE IN GESU' CRISTO, FIGLIO DI DIO FATTO UOMO, E LO SEGUE NELLA VITA QUOTIDIANA IN BASE AL VANGELO COME PORZIONE DEL SUO CORPO, CHE È LA CHIESA VISIBILE NELLA PARROCCHIA, LA' DOVE EGLI CELEBRA L'EUCARISTIA IN COMUNIONE CON IL VESCOVO.
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Prima fase del cammino catecumenale della Parrocchia di Mattarello Don Antonio Brugnara Parroco a Mattarello (TN)
A. DESCRIZIONE DELL'ESPERIENZA 1. Motivazioni della scelta
2. Soggetti dell'iniziativa:
3. Tappe del cammino:
1. gruppo progetto 2. gruppo catechisti 3. gruppo fanciulli 4. gruppo genitori 1. sensibilizzazione e formazione gruppi 2. incontri fanciulli 3. coinvolgimento genitori 4. formazione catechisti
B. SENSO DELL'ESPERIENZA 1. Progetto CEI 2. Carattere sperimentale 3. Taglio evangelizzante 4. Metodologia più kerigmatica 5. Destinatario concreto
C. PROSPETTIVE - PROGETTAZIONE COMPLESSIVA
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A. DESCRIZIONE DELL'ESPERIENZA
1. Presentazione Penso che sia importante presentare dove è nata l'esperienza perché essa risente delle domande che noi abbiamo fatto alla realtà, nel lavoro che abbiamo svolto quest'anno. Sono parroco a Mattarello da 6 anni. Mattarello è un paese vicino a Trento, un sobborgo di 5000 abitanti in espansione. L'esperienza è nata dal lavoro che sto svolgendo con le catechiste nel decanato di Mattarello. La lettura della Nota della CEI ci ha dato la possibilità di vedere qualcosa di nuovo, possibilità che ho voluto cercare di mettere in atto solo nel caso il mio Vescovo fosse stato d'accordo. Il permesso è stato concesso e siamo partiti con il progetto. Un dato che può aiutare è quello che in uno sguardo sulla parrocchia, in cinque anni dal `95 al `99 da quando ero parroco, su 250 nati già 60 famiglie avevano scelto di non battezzare i loro bambini; perciò il rapporto 60 su 250 è un rapporto interessante. Non sono andato a vedere se erano tutti figli di immigrati, anche perché mi sembra un rapporto abbastanza alto e in più perché ci sono stati genitori che sono venuti a domandarmi di battezzare la loro figlia di 4-5 anni. Io ho detto loro che avrebbero fatto meglio ad aspettare, per permetterle di fare un cammino un po' più ampio che porti alla celebrazione dei sacramenti con calma insieme ad un gruppo di coetanei.
2. Motivazioni dell'esperienza Chi segue la catechesi dell'Iniziazione Cristiana e in particolare i primi anni, si é da tempo accorto che la situazione sta velocemente cambiando: - aumentano di anno in anno i fanciulli che hanno alle spalle famiglie sempre più secolarizzate che vivono nell'indifferenza religiosa, come se Dio non esistesse, salvo qualche momento particolare. Questi bambini sono privi del senso di Dio, non conoscono nessun segno cristiano, per loro tutto é nuovo e generalmente dimostrano grande interesse per il Vangelo. Ci si rende subito conto che per loro la normale catechesi non é più adeguata e occorre premettere un lavoro di prima evangelizzazione; - nelle parrocchie più grandi diventa ormai annuale la presenza di bambini senza Battesimo che desiderano partecipare alle catechesi con i loro coetanei e accedere ai Sacramenti. In questi casi non si sa mai come fare per prepararli adeguatamente; molte volte si finisce con una preparazione affrettata al Battesimo, fatta appositamente solo per l'interessato, pur di arrivare a celebrare la Prima Comunione assieme agli altri.
In seguito ad una verifica elaborata dall'O.S.PA.D. sulla situazione del Decanato di Mattarello, si rileva che nella catechesi siamo di fronte a tre fasce di destinatari:
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un terzo di bambini /ragazzi proviene da famiglie cristiane praticanti, sono già orientati nella scelta religiosa e abbisognano di cammini di consolidamento della fede; un terzo proviene da famiglie "vicine" alla comunità che comunque praticano in modo molto saltuario. Questi bambini/ragazzi hanno qualche concetto religioso, ma abbisognano di una iniziazione alla fede e di sviluppare un'adesione esplicita a Gesù Cristo; infine un'ultima fascia di bambini/ragazzi che provengono da famiglie secolarizzate che si dicono credenti, ma non sono praticanti .
Insieme a questi anche bambini/ragazzi non battezzati o provenienti da famiglie che si dicono apertamente non credenti. Questi soggetti necessitano di una iniziazione alla fede che non dia per scontato nulla e che li porti gradualmente a incontrare Gesù Cristo ed aderire a lui.
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Tutto questo diventa l'occasione per ripensare il progetto catechistico in atto che prevede dei cammini per pari età indipendentemente dalla situazione di partenza e le tappe Sacramentali legate anch'esse all'età e non all'effettiva maturazione. L'uscita della Nota pastorale del Consiglio Permanente della CEI, "L'iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni" offre la possibilità di itinerari più idonei per la situazione di oggi e di sperimentare una scelta pastorale nuova. Dei due itinerari proposti dalla Nota viene scelto quello che propone l'avvio di uno specifico itinerario secondo la logica del cammino catecumenale che risponde alle esigenze di introdurre gradualmente i fanciulli/ragazzi nella vita cristiana coinvolgendo le loro famiglie per giungere alla celebrazione unitaria dei Sacramenti. L'uscita della "Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi " ci permette di iniziare il cammino secondo l'itinerario predisposto dal Servizio Nazionale per il Catecumenato in collaborazione con l'Ufficio Catechistico Nazionale e l'Ufficio Liturgico Nazionale.
3. Soggetti dell'iniziativa Per la realizzazione di questo cammino si sono formati i seguenti gruppi: gruppo progetto, gruppo catechisti, gruppo fanciulli e gruppo genitori. 3.1. Il gruppo progetto È formato da don Antonio Brugnara, parroco di Mattarello e formatore dei catechisti del decanato, da P. Matteo Giuliani in qualità di catecheta, da Claudia Brugnara collaboratrice dell'U.C.D. e da Ilenia Ferrari studentessa presso la Facoltà di Scienze dell'educazione in qualità di verbalista e catechista. Nei vari incontri durante l'anno ha provveduto a:
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Analizzare la proposta per renderla attuabile. Cogliere lo specifico del cammino catecumenale. Ci siamo chiesti più volte che cosa fa la differenza tra questo cammino e la catechesi della nostra pastorale ordinaria. Ci siamo detti che a fare la differenza, è stata la scelta dei genitori; poi era una catechesi qualificante in quanto convinceva i genitori. La catechesi non era più sistematica, attenta al contenuto, ma biblica, e da qui il bisogno di chiederci se siamo in grado di fare una catechesi biblica e capaci di sperimentare. Altra realtà che spesso manca al cammino solito della catechesi è questa educazione a celebrare e a pregare, e inoltre la proposta unitaria dei sacramenti. Gli effetti si sentiranno più in là andando avanti con il cammino. Verbalizzare e raccogliere tutto il materiale inerente la proposta. Programmare e predisporre i vari incontri con fanciulli, catechiste e genitori. Ci siamo riservati anche un tempo di approfondimento, di formazione di base, l'abbiamo fatto noi come gruppo progetto, poi l'abbiamo anche rifatto con le catechiste, per approfondire il concetto di catechesi biblica, dell'analisi di un testo biblico e le tecniche per l'attuazione. Per la catechesi biblica abbiamo visto i metodi di lavoro e di approfondimento di un testo biblico, con uno schema. Di ogni brano dovevamo cercare di cogliere il luogo e il tempo perché questi dati indicano un significato teologico; i personaggi, le caratteristiche dei personaggi, le trasformazioni e i contrasti di questi personaggi. In ogni brano venivano colti questi aspetti ed era il materiale indispensabile per Natale, per costruire delle drammatizzazioni, per lavorare con i pupazzi, per costruire delle sequenze e tutte quelle altre tecniche che abbiamo cercato di variare nell'arco dell'anno per rendere ancora più coinvolgente la proposta. Quindi un altro tempo di formazione è stato proprio abilitarsi a narrare: sembra che questa sia la parola d'ordine in questi tempi, ritornare a narrare, raccontare la Bibbia. C'è un vuoto da 0 a 7 anni e finché non lo risolviamo avremo sempre il problema di dover ricucire questa mancanza. Ridare ai nostri genitori la capacità di narrare la Bibbia ai piccoli. Poi ci siamo anche esercitati a scrivere dei
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copioni, per adattare un brano anche alla comprensione dei bambini, dei ragazzi che avevamo davanti. Verificare l'esperienza. Prospettare la continuazione del cammino e le conseguenti scelte pastorali.
3.2. Il gruppo catechisti Parlo di "gruppo catechisti" ma sarebbe più corretto dire catechisti fanciulli-genitori. L'idea di gruppo catecumenale mette dentro tutti, gruppo progetto, catechisti, fanciulli, comunità. Comprende due catechiste con varia esperienza nel cammino solito e altre tre mamme che hanno scelto il cammino catecumenale per i loro figli ed erano alla prima esperienza di catechesi. Le tre mamme hanno portato avanti un gruppo e le catechiste un altro; le mamme si sono trovate avvantaggiate: loro che non avevano mai fatto catechesi alla fine hanno avuto alle spalle la risposta totale dei genitori perché li conoscevano, perché già avevano creato legami con loro, non erano condizionate da una mentalità vecchia di fare catechesi, mentre le altre catechiste dovevano passare da una mentalità all'altra e hanno avuto maggiori difficoltà. I genitori erano i genitori che avevano scelto di fare il cammino con i loro figli e venivano anche con gli altri fratelli che hanno aiutato ad animare i giochi, ecc., e sono diventati un supporto molto valido. 3.3. I gruppi fanciulli Si sono formati due gruppi di 10 fanciulli (8 bambine e 2 bambini per gruppo) tutti della seconda elementare eccetto uno di terza. 3.4. Il gruppo genitori È formato da coloro che hanno scelto liberamente questo cammino per i loro figli e da altri familiari che sono intervenuti in alcuni momenti in appoggio o in sostituzione dei genitori impossibilitati a partecipare.
4. Tappe del cammino Stamattina ci si chiedeva come fare per sensibilizzare i genitori, iniziare un cammino. Descriverò come ho fatto nella mia realtà. Siamo partiti con il discorso del coinvolgimento del Vescovo. I catechisti erano tutti entusiasti ma io ho preferito iniziare dalla parrocchia di Mattarello prevedendo in futuro di espandere il progetto. 4.1. Sensibilizzazione e formazione gruppi Dopo aver presentato il progetto al Vescovo tramite l'Ufficio Catechistico ed ottenuto il consenso per la sperimentazione, si è illustrato il progetto ai sacerdoti del decanato, che già conoscevano l'intenzione di intraprendere questa nuova scelta pastorale. Anche i responsabili laici dei catechisti del decanato sono rimasti entusiasti del progetto. Rimaneva ancora un forte dubbio: proporre ai genitori dei bambini di seconda elementare un unico cammino catecumenale o la scelta tra il cammino "normale" di catechesi e quello catecumenale. Ambedue le opportunità avevano dei pro e dei contro.
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Da una parte l'unicità della proposta facilitava l'assenso, consentiva di non ricercare il doppio di catechisti e di non avere a carico due itinerari diversi da preparare; dall'altra veniva a mancare la libera scelta e l'itinerario poteva esser visto come un "altro modo per fare le stesse cose". Proporre due progetti era molto costoso in termini di persone e di tempi di preparazione; da una parte permetteva la libera scelta e la necessità di riflessione da parte dei genitori, dall'altra c'era il rischio di creare bambini di "serie A" e di "serie B".
Si è offerta la possibilità di scegliere un itinerario "solito" che è rivolto a famiglie già cristiane, che in famiglia vivano già una vita cristiana anche minima, ma la vivano; con bambini che conoscano 88

qualche preghiera, sappiano fare il segno di croce, partecipino alla messa domenicale; oppure seguire un altro itinerario che dà la possibilità di partire da zero non dando per scontato nulla della famiglia, rivolto a coloro che non sono battezzati (però anche aperto a coloro che sono già battezzati ma che non vivono più la pratica cristiana oppure vogliono riprenderla in mano o anche famiglie che sono cristiane da sempre ma che vogliono avere per i loro figli un cammino che li porti a non dare per scontato nulla che riguarda il fatto cristiano e a riprendere in mano tutto). Quindi il giorno delle iscrizioni abbiamo dato una triplice possibilità:
far parte del gruppo catecumenale far parte del gruppo di iniziazione cristiana mettere tra gli "incerti" (questo ha dato la possibilità di avere un po' di tempo per scegliere).
In una riunione abbiamo poi avuto la possibilità di rispiegare con calma ai genitori la nuova esperienza. I genitori hanno colto l'opportunità di un cammino che offriva loro qualcosa di più: su 42, 22 hanno scelto l'itinerario solito di iniziazione cristiana e 20 l'itinerario catecumenale:
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l'itinerario "solito" (primo itinerario) vede i bambini fare un cammino di fede con le tappe sacramentali spostate di un anno rispetto a prima (il primo anno, verso la seconda elementare) di riscoperta del proprio Battesimo; il secondo anno con la celebrazione del sacramento della Riconciliazione e il terzo anno con quello dell'Eucaristia, il quarto e quinto anno come preparazione alla celebrazione della Cresima); l'itinerario catecumenale con le quattro tappe di preparazione proposte dal Centro Catechistico Nazionale più l'anno della mistagogia.
4.2. Gli incontri con i fanciulli (vedi allegato A.1) Gli obiettivi degli incontri con i fanciulli in questo tempo di evangelizzazione sono:
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Tendere alla formazione del gruppo catecumenale per fare un cammino di iniziazione alla Chiesa e alla sua esperienza comunitaria. Scoprire la persona di Gesù: il Figlio di Dio che si é fatto uomo. Aiutare questi bambini ad incontrarsi con Gesù, a sentire che parla loro e imparare anche a iniziare un dialogo con Gesù, obiettivo alto che alla fine ha portato anche certi frutti. Portare il fanciullo a cambiare qualcosa nella propria vita. (e io direi anche come obiettivo quello di una prima educazione a celebrare e a pregare. Man mano che andavamo avanti con il cammino ci stupivamo delle preghiere che uscivano dal gruppo dei bambini, sempre più belle).
Ogni incontro prevede l'ascolto della Parola, la riflessione, un fare, un momento celebrativo e una consegna o mandato per casa. Particolare attenzione viene data al momento celebrativo. Insieme con i ragazzi si prepara l'angolo della Parola dove il Vangelo è collocato in modo solenne. Per ogni incontro si è cercato di usare metodologie diverse come si può vedere dall'allegato. Il metodo più usato per l'annuncio della Parola é quello del raccontare. Dal prospetto degli incontri allegato si può subito notare come la proposta sia esigente e impegnativa e l'annuncio del Vangelo sia parte essenziale di ogni incontro. Il Vangelo-base di questo primo anno é quello di Marco che viene proposto quasi per intero; il Catechismo di riferimento è "Io sono con Voi" (soltanto una volta "Venite con me" - durante l'incontro della terza tappa). Si sono tenuti 26 incontri dei quali 21 settimanali (un'ora per incontro dopo la scuola) più 4 giornate con le famiglie: 2 sabati, 2 domeniche e un momento di condivisione il pomeriggio dell'Epifania. Per vedere più dettagliatamente il cammino compiuto, guardiamo lo schema proposto dalla Guida. Siamo riusciti a mantenere tutte e 5 le tappe e fin dall'inizio abbiamo dovuto scegliere. Era proposto 89

un rito di accoglienza che però, non avendo bambini da battezzare veniva a perdere di significato. Tuttavia porre quel rito all'inizio, quando i bambini si vedono per la prima volta, crea una situazione strana: dalla mia esperienza con la catechesi solita, so che partire dalla seconda e terza elementare, mettendo una celebrazione all'inizio, è fare un grande "buco". Insomma ci vuole un tempo più o meno lungo (almeno un mese) prima di proporre qualsiasi celebrazione. Abbiamo quindi spostato questa celebrazione un più avanti, in gennaio, quando si viene a trattare della chiamata degli Apostoli, insieme ai genitori; e in quella occasione i genitori hanno cercato di attualizzare questo racconto presentandolo ai loro figli. 4.3. Coinvolgimento dei genitori L'itinerario esige il coinvolgimento dei genitori che hanno accettato liberamente di sperimentare questo cammino. Obiettivo: primo coinvolgimento nella comunicazione dei valori della fede dei loro figli a livello essenziale. I genitori sono stati coinvolti nella presentazione e scelta del progetto e nel preparare gli incontri comuni e le giornate comunitarie. In questi incontri è stato consegnato loro il Vangelo e il catechismo "Io sono con voi", ed è stato sperimentato insieme un primo metodo di accostamento, lettura e analisi di un brano evangelico. Nelle giornate comunitarie hanno approfondito un brano del Vangelo che poi hanno presentato con varie tecniche (drammatizzazione - ombre cinesi - gioco) ai loro figli. Inoltre hanno organizzato il pasto e preparato i segni che venivano poi usati nel momento celebrativo (bastone - bisaccia - distintivi...). 4.4. Preparazione dei catechisti La preparazione dei catechisti é costituita da: - una preparazione immediata per preparare l'incontro settimanale con i fanciulli ogni settimana con don Antonio; - una preparazione remota fatta con p. Matteo su: 1. La Bibbia il libro della catechesi. - Accostamento del catechista al testo biblico. - Metodi di lavoro e approfondimento del testo biblico. 2. Raccontami di Gesù: orientamenti e didattica della narrazione. - Approccio del catechista al testo biblico (Lc 15,4-7). - La narrazione biblica. 3. Scrivere e adattare i copioni di un testo biblico (Lc 19,1-10). - La drammatizzazione. 4. Verifica del cammino.
B. SENSO DELL'ESPERIENZA Progetto CEI La situazione che matura nelle parrocchie con ragazzi da battezzare e famiglie fortemente secolarizzate trova nel progetto CEI una proposta che può rispondere in maniera più adeguata alle nuove esigenze. Il progetto CEI infatti offre un itinerario secondo la logica del cammino catecumenale, che prevede la partecipazione congiunta dei ragazzi da battezzare e quelli già battezzati e il coinvolgimento delle famiglie e della comunità. Questo itinerario è costruito attorno alle quattro tappe della iniziazione cristiana: evangelizzazione - catecumenato - preparazione immediata - mistagogia, con i tre riti fondamentali: ammissione - scelta definitiva o elezione - sacramenti della iniziazione. 90

Il ritmo di tale itinerario risponde alle esigenze di introdurre gradualmente nella vita cristiana i ragazzi che ne fanno parte, senza tenere conto né dell'età né di scadenze precostituite, ma soltanto della maturazione che avviene nel gruppo catecumenale. Carattere sperimentale e destinatario concreto La presente sperimentazione assume la fisionomia del progetto CEI, ma non interrompe le classi, se non limitatamente ad un fanciullo, e non ha la presenza di bambini non battezzati. Questo perché, volendo partire con la sperimentazione, ci si é dovuti limitare alle adesioni di fatto avvenute. Il coinvolgimento della famiglia, in particolare dei genitori avviene in vari momenti. I destinatari concreti della sperimentazione in parte corrispondono a quelli previsti dal progetto CEI (provenienti da famiglie molto secolarizzate) e in parte provengono da famiglie praticanti. Di per sé parte dei bambini per i quali le famiglie hanno scelto il cammino normale di catechesi avrebbero avuto maggior bisogno del cammino catecumenale. Taglio evangelizzante e metodologia più kerigmatica Ciò che fa la differenza tra la catechesi normale e il cammino catecumenale è anche il taglio evangelizzante e una metodologia più kerigmatica. Nell'itinerario catecumenale si passa infatti da una catechesi sistematica, legata alle tappe sacramentali e per classi parallele ad una proposta più propriamente evangelizzatrice attenta e rispettosa della diversa maturazione delle persone e che conduca i destinatari (singolo e gruppo) alla scoperta di Cristo, del Vangelo, della Chiesa, così che gradualmente crescano nella fede, vivano e celebrino la conversione a Cristo.
C. PROSPETTIVE Quando si tratta di proporre qualcosa di nuovo nel campo della catechesi c'è sempre il pericolo di vederlo come "il sussidio" che risolve tutti i problemi e rende magicamente facile tutto questo ambito complesso. In questi mesi spesso ci è stato chiesto di fornire delle "schede" per vedere cosa si stava facendo. Va pertanto ben chiarito che questo itinerario non è questione di schede o metodologie nuove, ma di una nuova prospettiva e mentalità che deve essere fatta propria da tutti gli operatori e i soggetti che vengono coinvolti. La proposta è molto impegnativa, sia per quanto riguarda l'elaborazione degli incontri, sia per la formazione e l'accompagnamento dei catechisti e dei genitori. Il progetto non è di facile avvio in primo luogo perché la fase iniziale di proposta e coinvolgimento dei destinatari (genitori e fanciulli) é molto delicata in quanto occorre aiutarli a comprendere il senso dell'esperienza e le tappe di attuazione, e poi anche perché l'elaborazione dei materiali è difficoltosa in quanto gli spunti offerti dalla CEI si rivelano piuttosto sommari. Va ricordato inoltre che questo itinerario diventa un cammino che non sostituisce gli altri, ma vi si aggiunge. Questo obbliga a semplificare per il futuro anche il cammino normale di catechesi e a ritenere possibile la riproposta di un cammino catecumenale al massimo solo ogni due anni. Pensiamo che l'itinerario catecumenale debba divenire indispensabile lì dove si è in presenza di bambini/ragazzi che non hanno ricevuto ancora il Battesimo e per quelli che provengono da famiglie secolarizzate. Questa distinzione facile per i primi è delicatissima per i secondi e abbisogna di un accostamento personale, attento e rispettoso, che spieghi bene le finalità dell'intero progetto e indichi l'opportunità che viene data a tutta la famiglia circa la ripresa della scelta della fede. È bene, inoltre che a tali itinerari siano invitati anche bambini/ragazzi che provengono da famiglie credenti come disponibilità ad un cammino comune di riscoperta della fede e di testimonianza. Oltre a ciò va superato il criterio di classe senza la paura di costruire un itinerario dove siano presenti bambini e ragazzi di età differenti. La diversità, se curata con attenzione, diventa una forte opportunità più che 91

una minaccia. Riteniamo opportuno inoltre che i sacramenti dell'iniziazione vadano conferiti tutti insieme, secondo la prassi antica. L'itinerario richiede poi che il gruppo non venga "ghettizzato", ma inserito in una rete di rapporti che porti i soggetti del catecumenato a cogliere lo spessore della comunità cristiana. Per quanto riguarda il gruppo genitori occorre segnalare che il cammino che si prospetta si deve vedere a lunga scadenza. Durante quest'anno sono stati raggiunti alcuni risultati riguardo al coinvolgimento (c'è stata una forte partecipazione anche se non di tutti); riguardo alla conoscenza reciproca; alla condivisione dell'impegno educativo e ad un primo accostamento alla Parola di Dio. Un ulteriore passo, che prevediamo per i prossimi anni, sarà quello di migliorare l'adesione accostando personalmente i genitori che non si sono lasciati pienamente coinvolgere. Sarà lo stesso gruppo dei genitori a permettere e richiedere un maggiore coinvolgimento anche sulle tematiche della fede.
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CONSULTA UCN
Verbale della Riunione del 17 ottobre 2001
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CONSULTA UCN
Verbale della Riunione del 17 ottobre 2001
Ordine del giorno 1) Valutazione sintetica del Convegno di Bergamo 2) Gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio ed il contributo proprio della pastorale per l'annuncio e la catechesi. Rilevare i punti che interessano direttamente la pastorale dell'annuncio e della catechesi. Individuare le priorità per accordarsi con il programma della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. 3) Proposte per continuare la riflessione sulla formazione dei catechisti, dopo la comunicazione Biemmi e la relazione Citrini tenute al Convegno di Bergamo Si vedano i testi allegati, che si presuppone siano stati riletti antecedentemente. 4) Varie ed eventuali.
* * *
La Consulta inizia alle ore 9.15 con la preghiera dell'Ora media. Don Walther Ruspi apre la riunione salutando anzitutto Mons. Lambiasi, e presentando poi il programma della giornata. Ai partecipanti vengono presentate le ultime produzioni dell'UCN: i due numeri del Notiziario sugli Atti di Bergamo, gli Atti del Convegno di apostolato biblico, la Guida per l'itinerario catecumenale dei ragazzi.
O.d.g. 1. Valutazione sintetica del convegno di Bergamo. Carminati: i riscontri avuti sono stati tutti positivi. Bissoli: è stato utile il convegno, soprattutto rispetto alla frammentazione catechistica, al rischio di andare avanti per conto proprio; scambiarsi parere e incontrarsi è un fatto di comunione. Importanti poi i lavori di gruppo, dove ci sono stati veramente scambi. Il problema è qual è la recezione di questi convegni nelle diocesi. Maggi: Sul piano organizzativo, non sempre gli interventi sono stati distribuiti in modo equilibrato; sarebbe poi utile dare più spazio ai lavori di gruppo. Le comunicazioni potrebbero essere distribuite in cartella. Il convegno ha comunque centrato bene la tematica del processo di iniziazione e catecumenale. Zeverini: tema ripetitivo, convegno che non ha aperto molte prospettive, gli interventi erano superati; è bene cercare un altro periodo per organizzare il convegno. Giusti: riporta anche le valutazioni fatte a livello regionale: congratulazione per l'ospitalità bergamasca; utile incontrarsi; abbastanza interessanti i lavori di gruppo, con perplessità sulle tecniche di animazione; sulle relazioni: bene le relazioni Lambiasi e Gevaert; troppo poco il tempo di per approfondire Colombo; necessità di capire meglio la relazione Fontana; insoddisfacente la relazione Citrini.
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Teti: conferma la maggior parte delle affermazioni; il convegno andava focalizzato meglio nella sua tematica, e le altre relazioni dovevano essere addentellate alla relazione portante, principale. Delusione per i gruppi di studio. Morante: delusione per i gruppi di studio: le esperienze "raccontate" possono essere utili se diventano operative e stimolanti per tutti. Ramirez: valutazione non uniforme a livello pugliese. Si dovrebbe studiare meglio il target del convegno: a chi è destinato? Che cosa vuole ottenere? Ci si dovrebbe poi preparare prima di parteciparvi: l'annualità del convegno va a scapito della sua preparazione. Zagara: troppe relazioni, ci si doveva fermare solo a tre: Lambiasi, Gevaert, Colombo. La relazione Fontana doveva essere un laboratorio da riprendere poi a livello regionale. I gruppi di studio hanno lasciato il tempo che hanno trovato. Alcuni problemi organizzativi Paganelli: fatica di trovare un punto unificante, un cammino che legasse le relazioni e ne mostrasse la progressione. Sul piano dei contenuti: c'è paura di cambiare. Colosi: grazie a Bergamo e complimenti. È importante spostarsi all'interno dell'Italia, per conoscere altre diocesi e realtà. D'accordo per le relazioni: le prime tre erano importanti. Circa i gruppi di studio: partecipano persone che non hanno alcuna esperienza: perché ci sia una dinamica, è necessario che lo scambio sia dato tra persone che lavorano nello stesso ambito. Ruspi: il ritmo della consulta, ottobre - febbraio, non permette di lavorare bene: si deve trovare una quarta convocazione, da febbraio a giugno, per discutere e per avere contributi. I laboratori erano nati come una proposta esemplificativa a largo raggio, intesi per essere esperienze che suscitassero idee per l'annuncio: ai conduttori era stato chiesto di presentare una esperienza, come "tentativo" che rappresenta una provocazione. Odg 2. Gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio ed il contributo proprio della pastorale per l'annuncio e la catechesi. Lambiasi: commenta il programma della Commissione episcopale, distribuito in cartella. L'obiettivo di fondo del programma è il tema della nuova evangelizzazione. In questo orizzonte: promozione convegni e giornate di studio sul primo annuncio e sull'iniziazione cristiana. Che cosa significa nuova evangelizzazione? Si dovranno fare scelte: prendendo per es. la Evangelii Nuntiandi? Dove sta la novità? È il caso di pensare, per es., ad un Documento Base sull'evangelizzazione? Biemmi: è utile centrare sul primo annuncio. Si deve mettere le mani sulla prassi ordinaria dell'iniziazione cristiana, operando un passaggio da una catechesi come "cura della fede" a una prassi di "primo annuncio". In questo momento ciò che più urge è dire qualcosa sulla prassi ordinaria dell'iniziazione cristiana: se potessimo misurare il tasso di frustrazione dei nostri catechisti ce ne accorgeremmo. Carminati: vi è una paura di aprire nuove prospettive, e questo è preoccupante, perché da un lato i catechisti ci sono e sono anche pronti. Dall'altro lato tutto si ferma. Zoccali: si chiede una conversione pastorale dei Vescovi, dei parroci, di coloro che sono candidati al sacerdozio (attraverso una riforma del piano di studio). Bissoli: Con "primo annuncio" intendiamo qualcosa che coinvolge tutto il popolo di Dio: il primo annuncio va calcolato anche a prescindere dall'iniziazione cristiana. Circa l'iniziazione: occorre davvero una conversione strutturale, dove entrino in gioco tutti i soggetti. Giusti: premessa: il primo annuncio deve essere fatto tenendo come orizzonte una Chiesa popolare che evangelizza il popolo; sarebbe interessante cercare di capire come mai - dopo l'aver preconizzato il crollo della religione tradizionale - questa ritorni in forme diverse (p.es.: giovani che convivono e poi chiedono di potersi sposare in Chiesa): come mai questo scenario "non passa"? Perché noi abbiamo questo tipo di tenuta rispetto ad altri paesi come Germania, Francia, ecc... Detto questo, non si dovrebbe introdurre la categoria dell'incompiuta iniziazione cristiana? Dove cioè è mancata la mistagogia: ciò che permetterebbe di concludere l'iniziazione con cammini 95

previsti ad hoc. A questo riguardo, alcune proposte: celebrata la confermazione, non occorre forse pensare le occasioni di incontro con la Chiesa, prima di arrivare al matrimonio? Una azione popolare la Chiesa l'ha sempre fatta creando nuovi eventi (si pensi al Corpus Domini..., e pensiamo oggi alla GMG) che diano opportunità alle parrocchie di fare cammini che altrimenti non si sarebbero fatti. Dalla Torre: attivare processi mentali nuovi è estremamente difficile. Se non si cambia, è perché non si cambia l'orizzonte teorico: non sappiamo dove andare. Da qui l'importanza dei laboratori previsti dalla commissione episcopale. Coha: nonostante l'urgenza di ripensare la pastorale ordinaria dei bambini e dei ragazzi, non dobbiamo dimenticare che la priorità è quella degli adulti. L'iniziazione cristiana ha infatti qualche possibilità di funzionare se inserita in comunità di adulti nella fede. Interessante è quanto scritto dai Vescovi negli orientamenti sul giorno del Signore. È poi utile riproporre la riflessione sul dire la fede oggi. Soravito: quando si sono raccolte le esperienze sulle catechesi degli adulti, si è visto che non erano evangelizzanti: si deve allora riconvertire la pastorale partendo dai problemi reali del territorio. Occorre poi costruire una rete di relazioni tra i credenti, abilitando i cristiani adulti a saper raccontare la loro fede. Occorre infine un ascolto della cultura, delle culture e delle diverse religioni presenti sul territorio. Dovranno poi essere valorizzate le molteplici occasioni di primo annuncio. Zagara: le giovani coppie e la catechesi degli adulti sono il punto nodale per una conversione pastorale: ma come è possibile questo senza una sinergia forte con l'ufficio famiglia? Non possiamo lavorare a scompartimenti. Teti: degli Orientamenti ho apprezzato la sottolineatura che invita allo studio della situazione non più cristiana in cui siamo invitati a operare. In questo senso la relazione Gevaert va analizzata e studiata. Cfr. n.44 Orientamenti: le proposte che sono state formulate sono state comprensibili per la gente? Occorre chiarire la relazione tra primo annuncio, catechesi, catecumenato. Brodoloni: d'accordo con Biemmi: la tematica dell'iniziazione cristiana deve andare al centro; così è stimolante quanto detto da Giusti. L'iniziazione cristiana è un volano per tutta la pastorale: numericamente, perché tocca molte famiglie. Vi è un problema: il pensare che il ripensamento della pastorale sia compito di alcuni pionieri. Ma quale forza hanno il documento dei Vescovi o la guida per l'itinerario dei ragazzi? Ad es. in Umbria si è steso un itinerario di tappe di iniziazione cristiana diviso per tempi liturgici e sacramenti, in collaborazione tra uffici liturgico e catechistico. Aguanno: 1. Programmare a partire dalla realtà; 2. Per avere idee e non ricette; 3. Ma per offrire modalità concrete di formazione. È opportuno rimettere in circolo quanto già tante volte ci siamo detti: la conversione pastorale, dove è necessaria una collaborazione tra i vari uffici. Sarnataro: Sui temi toccati ora si riunirà il gruppo dei catecheti. Mi pare ci sia la volontà di riflettere su queste tematiche: sono quindi opportunità da tenere presente. Barbon: tra tutte le cose indicate dalla Commissione (vedi programma) mi sembra importante fissare l'attenzione sulla formazione, in quanto scelta che interessa tutte le attività. Serve quindi una chiarezza e bisogna iniziare a fare un lavoro preciso con un gruppo che faccia da punto di riferimento e sostenga progetti in loco. Dovremmo poi chiarirci le idee su quale schema e quale modello formativo, facendo una raccolta delle esperienze fatte, avere un gruppo di persone che svolge questo tipo di monitoraggio, cercando che tutti i momenti di incontro abbiano una funzione formativa. Ruspi introduce il terzo tema: Odg 3. Proposte per continuare la riflessione sulla formazione dei catechisti, dopo la comunicazione Biemmi e la relazione Citrini Bissoli: si dovrebbe vedere quali sono le scelte pastorali già emerse. Si dovrebbe poi studiare l'evoluzione storica della figura del catechista dal DB: questo per non trovarci a riscoprire cose già dette. Nasce poi la risposta: c'è un modellistica emergente, come quella emersa a Rimini. 96

Sr. Adelina e don Zoccali comunicano alcune esperienze nelle loro diocesi. Giusti comunica il tentativo di far passare gli orientamenti di dieci anni fa sulla catechesi. La riflessione si centra sul mandato, ma anche sulla qualità della sua figura: il ministero, ad es., è istituito? Oppure questo non appare? Intervengono poi Zoccali e Brodoloni, sulla crisi dei corsi di formazione dei catechisti. Paganelli: ci si deve chiarire l'idea di formazione che abbiamo. Ghilardi: ci sono parecchi spunti che vanno ripresi dalla relazione Citrini; il quadro pone al centro il discorso del cristiano comune, ma è essenziale centrare sulla formazione degli adulti. Zagara; Biemmi: si può lavorare partendo da questi punti nodali: ripensare il modello di iniziazione cristiana; ripensare la figura del catechista iniziatore (dove il catechista non è più un soggetto isolato o una comunità); ripensare la formazione per queste figure. Carminati: stiamo parlando di formazione di catechisti come se fosse uniforme; ma oramai la formazione è differenziata. Della Torre: la formazione e i formatori intermedi. Cappelli: sulla valorizzazione degli Istituti di Scienze Religiose per la formazione dei catechisti. Soravito: accoglie la proposta di Cappelli perché si faccia una scuola di operatori pastorali. Zeverini; Ruspi chiede che a chi e che cosa compete - sul piano formativo - circa la formazione. Sembra di capire che il Vescovo è colui che intende dare una formazione: ma - se non andremo noi a sostituire i vescovi - che cosa possiamo noi offrire? Quali competenze, nel senso di responsabilità? Bissoli: si potrebbe pensare a stage formativi (cfr. Vallombrosa) per creare comunione e non separare ulteriormente. Sarnataro: presenta la situazione nella diocesi di Napoli. Ramirez: forse la formazione dei direttori compete alle regioni. L'UCN deve prevedere quale formazione non per questo decennio, ma per il prossimo. Ruspi: da queste prime indicazioni raccoglie le proposte: fare un incontro per i giovani direttori; confronto di esperienze formative (Napoli, Evangelizzare, Biemmi, Lombardia-Piemonte, Puglie, Siculo-Calabro), con un foglio di lavoro che esprime quanto di buono si è fatto in questi centri. Bissoli: convocare i regionali, perché si confrontino. Teti: aggiunge che il catechista deve essere abilitato all'autoformazione. Ma dove sono ora i centri catechistici? Ruspi chiede se le tre scelte proposte da Biemmi nella relazione finale di Bergamo possano essere poste in atto. Per quanto riguarda il Convegno: la maggioranza di quelli che hanno risposto conferma Giugno, 3a e 4a settimana. Luoghi: indicazioni varie. Attività in prospettiva: la Commissione episcopale vuole organizzare il seminario sul primo annuncio. La parola a Bissoli per il settore apostolato biblico, che illustra un foglio inserito in cartella. Paganelli: sull'utilità di ritrovarci 2-3 volte l'anno: importante, per aiutarci di più.
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Notizie dal Settore Apostolato Biblico
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"Come potrei capire, se nessuno mi istruisce?" Iniziative per la conoscenza e la pratica della Bibbia nelle comunità cristiane
Don Cesare Bissoli, Coordinatore nazionale Settore Apostolato biblico
Nell'attuale, vivace impulso a riportare la Scrittura in famiglia, quella naturale e quella ecclesiale, cui invitano Giovanni Paolo II nella NMI (n. 39) e i Vescovi italiani negli Orientamenti Pastorali (n. 49) risuona quanto mai condivisibile la domanda - preghiera del ministro etiope al diacono Filippo negli Atti degli Apostoli: "Come potrei capire, se nessuno mi istruisce?" (At 8,31). È una via che non va lontano quella di dare, magari regalandola, la Bibbia ad ogni fedele, senza introdurre ad essa. Come pure è rischioso e alla fine esposto alla frustrazione e delusione un rapido "prendi e leggi", come se si trattasse di una rivista illustrata. Nata in comunità, la Scrittura non può che rivivere in essa, anche quando si legge personalmente. Sorta in un tempo culturalmente diverso dal nostro, diventa indispensabile per tutti un momento di studio. E come per tutte le grandi esperienze della fede, si richiede una iniziazione alla Parola di Dio che essa testifica, e non una semplice informazione teorica. Ma che cosa offre la Chiesa italiana, ai cristiani? Le diocesi magari attrezzate con il Settore Apostolato Biblico (AB) (in Italia sono circa 200) hanno i loro programmi. Numerosi altri centri (Camaldoli, Bose...) presentano iniziative eccellenti. A livello nazionale, dai servizi CEI proviene una proposta articolata e ricca, in cui si impara a capire la Bibbia con lo studio, a pregarla con la Lectio Divina, a diffonderla con l'AB. Corsi di formazione e aggiornamento biblico tanto seri quanto accessibili sono offerti dall'Associazione Biblica Italiana (ABI). Ricordo il corso estivo di Loreto (1-8 luglio 2002), Settimane e Corsi per laici (Collevalenza, 18-23 marzo; Anagni (1-6 luglio), per sacerdoti (Molfetta, 24-28 giugno), per religiose (Roma, 20-25 agosto). Per quanti si preparano ad animare gruppi biblici o di ascolto è organizzato l'VIII corso di animatori biblici a La Verna ( 29 luglio-3 agosto). Su "come iniziare i cristiani alla Bibbia" si svolge il X Convegno nazionale di AB, a Roma 1-3 febbraio. Per ulteriori informazioni per queste iniziative, si veda Ufficio Catechistico Nazionale (06-663981) e Segreteria ABI (06 68285189). Ricordiamo con piacere il servizio di traduzione e diffusione della Bibbia da parte della Società Biblica italiana in dialogo con il Settore AB della CEI. Recentemente è stato celebrato, con un'udienza dal Papa, il 25.mo della traduzione interconfessionale della Bibbia cosiddetta "in lingua corrente", prodotta congiuntamente dalla suddetta Società con la Ellenici di Torino, che ha conosciuto la diffusione di 10 milioni di copie. Si potrebbe dire con il signore della parabola ai suo servi: "Tutto è pronto. Chiamate gli invitati alle nozze e dite loro: Ecco ho preparato il mio pranzo. Venite alle nozze". Siamo certi che la risposta sarà più positiva di quella certificata nel vangelo (Mt 22, 1-6). Ma occorre invitare!
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VII CORSO PER ANIMATORI BIBLICI "La forza del Vangelo per la salvezza di chiunque crede" (La Lettera ai Romani) La Verna (Arezzo), 23 - 28 luglio 2001
RELAZIONE CONCLUSIVA
Don Guido Benzi, Coordinatore
1. Iscrizioni, clima di lavoro, esigenze segnalate. Anche quest'anno il Corso si è rilevato un interessante momento di stima e valutazione sull'andamento dell'Apostolato Biblico in Italia. Si è assistito ad un incremento delle iscrizioni rispetto allo scorso anno, infatti 51 sono stati gli iscritti dei quali 21 provenienti da Diocesi del Nord, 16 da Diocesi del Sud, 12 da Diocesi del Centro. Due persone (comunque di nazionalità italiana) erano provenienti da realtà missionarie (Belgio e Albania). L'iscrizione è quasi sempre passata attraverso i canali istituzionali (i vari UCD e l'ABI) e questo segna un risultato positivo. Di fatto le persone che hanno partecipato erano per lo più connesse ad un lavoro di apostolato biblico diocesano (ad es. i gruppi di Mantova, Bergamo, Massa Carrara, Terni, Pordenone) o parrocchiale. Anche quest'anno si è notato un ricambio degli iscritti pari ai due terzi. In prevalenza quest'anno hanno partecipato le Diocesi del Centro e del Nord. Discreto il numero di Sacerdoti e Diaconi Permanenti. Da segnalare la presenza di alcune persone provenienti dal cammino Neocatecumenale, ma impegnate nelle diocesi per l'Apostolato Biblico. Il luogo si è dimostrato (come nei passati anni) accogliente e assai stimolante dal punto di vista spirituale. Anche l'accoglienza logistica è assai migliorata: la Sala è stata dotata di sedie con possibilità di appoggio per la scrittura. È inoltre stata utilizzata anche la strumentazione audiovisiva (lavagna luminosa, videoproiettore, ecc.). La Segreteria, guidata da Don Carretta, è stata pienamente efficiente. Il clima di lavoro è stato intenso e partecipato. Circa l'indagine sul testo, oltre al contributo qualificatissimo di R. Fabris, molto attento anche alla dimensione pastorale e catechetica, si è notata una maggiore facilità e confidenza con la Scrittura, anche in un testo - non facile - come quello della Lettera ai Romani. È stato qui determinante il contributo dei tre collaboratori ai Gruppi (Don Mani, Don Prisciandaro, Don Bulgarelli), soprattutto riguardo gli interventi di tipo metodologico (come si legge il testo biblico? Quali approcci?). Il taglio dei degli interventi pastorali (Don Ruspi e Don Benzi) è stato accolto con interesse. Rimane da sviluppare dal punto di vista metodologico la dimensione del laboratorio nei gruppi, per cui si è proposto in vista del prossimo anno di un confronto ad hoc dell'équipe organizzatrice da effettuarsi durante l'anno. Anche la visita all'Eremo di Camaldoli è stata positiva, nonché l'ormai consolidata "coena extra-moenia" che è sempre un momento importante di fraternità e giovialità.
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2. Prospettive per il Corso 2002 Alla fine del Corso si è prospettata la possibilità di continuare con un ulteriore anno questo approfondimento di Paolo anche per l'urgenza di far entrare questi testi nella pastorale. Si è pensato di affrontare nell'anno prossimo le Lettere Pastorali, sempre con la disponibilità di R. Fabris, per dare continuità al lavoro già intrapreso. Questi testi, certamente meno ampi ed impegnativi, daranno certamente l'occasione di poter ampliare l'aspetto dei laboratori biblici ed anche di poter operare una riflessione sullo stesso modo di recepire la Bibbia da parte della comunità primitiva. La data potrebbe essere la settimana che va dal 29 Luglio al 3 agosto.
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Conferenza Episcopale Italiana Ufficio Catechistico Nazionale Settore Catechesi dei disabili SEMINARIO FORMATIVO Limite e progetto L'handicap sfida la famiglia e la comunità Roma, 8-10 marzo 2002 Apertura del Seminario Saluto di S.E. Mons. Francesco Lambiasi - Presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi.