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Documento del: 24/03/2009
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Archivio di marzo 2009
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Ripartiamo dalla Famiglia
martedì 24 marzo 2009
Intervista a Salvatore Martinez, Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo
“ Per un cristiano prendersi cura significa prima di tutto avere a cuore: credo sia necessario avere una grande compassione per questo nostro tempo, sentirci prima di tutto davvero prossimi alle povertà di oggi, povertà morali, spirituali e poi evidentemente anche relazionali”.
Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, interpreta così quella che Benedetto XVI ha definito l’emergenza educativa. Ma su cosa punta in particolare l’impegno educativo del Rinnovamento?
Bisogna partire dalla famiglia. Noi avvertiamo quanto sia importante ripristinare le memorie e credo che un ruolo decisivo nella cura educativa sarà proprio quello di riaffermarle. Le memorie valoriali, sociali, e anche la memoria dello stare insieme, che ci permette di ricordare come noi costruiamo i rapporti di fraternità, di amicizia, di prossimità e quindi di come costruiamo la storia e il tessuto sociale. Al contrario l’oblio delle memorie rende spesso afasico il nostro parlare e apatico il nostro rapportarci agli altri. Il cristiano è il simpatico per eccellenza, cioè è colui che entra nelle realtà con il tono dell’amore generando una compagnia, una fraternità, una amicizia. Per me questo è il fondamento della cura educativa, altrimenti proporremo programmi, percorsi ideali, ma senza un cuore, senza la vicinanza interiore e la dimensione spirituale. Noi invece dobbiamo porci con grande umiltà dinanzi a questa richiesta di senso e di aiuto che ci sta attorno.
Bisogna cominciare, lo ribadisco, dalla famiglia perché l’egoismo generazionale di molti padri e di molte madri hanno confinato i giovani in una condizione di orfani, facendo mancare loro il contatto con gli ideali superiori. Così tutto si disfa, tutto diventa fragile. In questo modo fare crescere, perché questo significa educare, diventa difficile.
Mi pare che nel suo discorso l’impegno educativo sia fortemente legato alla costruzione del bene comune.
Il bene comune ha evidentemente nella cura educativa un ruolo fondamentale, perché se il bene comune presuppone una coscienza comune, questa coscienza deve essere costruita e fondata sulla verità. Ma la verità è il dato complesso del saper vivere, del saper giudicare il bene e il male, del saper costruire in una realtà di solidarietà, di sussidiarietà, di responsabilità, a partire dal territorio, a partire dalle nostre società. Quindi il bene comune è in fondo il riverbero, il riflesso sociale di questa cura educativa. Ma non ci sarà bene comune se non saremo capaci di riportare al centro della questione sociale e della questione morale, l’originalità e quindi il fascino del Vangelo.
Il Vangelo si declina in tutte le sue espressioni: c’è il Vangelo della vita, c’è il Vangelo della famiglia, c’è il Vangelo dell’economia, della politica, del volontariato: ha infiniti colori! Von Balthasar dice che così nascono i nuovi carismi. Questo sguardo di una finestra che si apre e si vede finalmente la realtà in un modo nuovo.
Ecco il bene comune è questa capacità di vedere la poliedricità, la bellezza, la fantasia del Vangelo, nella sua coniugabilità in tutti quegli stili di vita umana di cui la realtà ha bisogno. Se questi stili di vita poi sono improntati dal Vangelo e quindi si fanno cristiani, ecco che l’originalità della nostra fede ritorna
e si fa storia, si fa Provvidenza.
Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?
L’uno e l’altro tema sono parte del Dna dell’Azione cattolica, della sua storia, della sua originalità, e, guardando al nostro tempo, della sua attualità. Ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni Paola Bignardi, Luigi Alici e adesso Franco Miano e li vedo animati da questa passione di ricerca e di testimonianza. Il mio auspicio è che l’Azione Cattolica – che non credo affatto abbia esaurito la sua profezia e il suo ruolo sia nel dibattito sociale che nella realtà delle nostre comunità ecclesiali, dove non solo è presente, ma è anche efficacemente operante – possa continuare a svolgere questo preziosissimo lavoro. La formazione delle coscienze è già di per sé costruzione della dimensione sociale; l’attenzione per il bene comune è già di per sé rinnovamento della storia, rinnovamento della realtà.
Una associazione storica e così articolata al proprio interno che si ripensa, che sente ansia di rinnovamento, di cambiamento, che sempre più si fa interprete di dialogo e di condivisione, certamente ha già imboccato la strada che la proietta ancor di più decisamente verso il futuro. E credo che di questo tutti abbiamo di che rallegrarci in spirito di sincera fraternità e comunione ecclesiale.
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Contro le mafie, una memoria viva
venerdì 20 marzo 2009
di Titty Amore*
Il 21 marzo, primo giorno di primavera, giorno simbolo della vita che rinasce dopo il freddo e il buio dell’inverno, è il giorno che l’associazione Libera, a cui aderisce anche l’AC, dedica alla memoria e all’impegno di tutti coloro che hanno dato la vita per il nostro Paese nel contrastare, combattere l’illegalità e i soprusi delle mafie.
La Campania è la terra scelta per celebrare questa giornata; una terra ferita e lacerata dalla criminalità organizzata, una terra che conta tante vittime che hanno combattuto con la loro vita e il loro impegno la camorra e dove tante associazioni, magistrati, sacerdoti, forze dell’ordine, uomini e donne coraggiosi ogni giorno, senza far rumore, si sporcano le mani in mezzo alla gente e lottano contro le illegalità e le ingiustizie.
Una giornata in cui anche l’Azione Cattolica non può non ricordare, non fare memoria, perché « dimenticare i morti significa ucciderli una seconda volta, negare la vita che hanno vissuto, la speranza che li sosteneva, la fede che li animava » (Wiesel). Non si può non ricordare don Peppino Diana a quindici anni dalla sua morte, che poco tempo prima della sua uccisione aveva scritto: « La camorra ha assassinato il nostro Paese, noi lo si deve far risorgere salendo sui tetti a denunciare la Parola di vita». Non si può non ricordare il giovane giornalista napoletano del Mattino Giancarlo Siani, ucciso perché stava facendo bene il suo lavoro ed era a servizio della verità. Non si possono non ricordare le 700 vittime delle mafie cha hanno saputo infrangere il muro dell’omertà, della paura, dell’ingiustizia, dell’illegalità, e con loro non si può non essere vicini ai loro parenti e familiari che hanno visto strapparsi i propri cari da una forza oscura.
Il 21 marzo è il giorno in cui fare memoria; ognuno dei settecento nomi letti durante la veglia di preghiera e per le strade di Napoli non è un semplice nome, ma è un volto e una storia, è una vita spesa senza misura, è del sangue versato, è una luce accesa per illuminare il buio delle mafie. Fare memoria non significa solo ricordare ma impegnarsi, scendere in piazza e non solo simbolicamente, ma continuare con il proprio impegno a tenere viva la luce accesa da altri.
Memoria non è solo relazione principale e esclusiva con il passato, ma è collegamento con il presente, é progettare il futuro. S. Agostino diceva: «La memoria è il presente del passato», la memoria è sempre orientata alla pratica, alla trasformazione della realtà personale o sociale, altrimenti la memoria rischia di essere una specie di ginnastica intellettuale.
Ricordare significa esserci, continuare ciò che quei 700 volti hanno iniziato. Dimenticare significa uccidere assieme al loro passato anche il futuro che esso conteneva, significa mortificare il nostro presente privandolo di ogni sbocco futuro, significa nutrirsi di menzogna e negarsi ogni possibilità di giungere alla propria e all’altrui verità.
*Presidente diocesana dell’Ac di Napoli
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Bongiorno & Buonacamicia
venerdì 20 marzo 2009
Tra il vero e il verosimile. Nei rapporti interpersonali sembra che siano saltati i codici della lealtà, dell’onestà e anche dell’amore. Senza che nessuno si allarmi, ma stiamo vivendo una nuova Odissea dove una Maga Circe che nel volto ricorda Sky si aggira ammaliando, conquistando, possedendo. L’ultimo ‘rapito’ è Mike Bongiorno il quale, malgrado una longeva frequentazione dei canali Mediaset, pubblicizza Fiorello e sembra impiparsene degli antichi rapporti. [...]
‘Fiato alle trombe Turchetti!’ gridava Mike al Rischiatutto. E adesso? Fiato al flauto traverso, Murdoch! Forse non è vero. Forse solo verosimile. Come molte altre cose. Ma ne parleremo.
(Maurizio Costanzo su TV Sorrisi e Canzoni, n.12 2009)
Maurizio Costanzo (tessera P2 1819) ce l’ha con Mike Bongiorno perché ha tradito Mediaset facendo uno spot su Sky per il prossimo show di Fiorello. Così lo attacca su “Sorrisi e Canzoni”, rotocalco che si occupa di tv, dunque anche dei programmi di Costanzo e famiglia, edito dalla Mondadori di Berlusconi (tessera P2 1816). [...]
Naturalmente ciascuno può pensare quel che crede del presunto tradimento di Mike, peraltro da tempo emarginato dal Biscione. Quel che diverte è il pulpito del fervorino: Costanzo. Che lavora contemporaneamente per Canale5 (”Costanzo Show”) e per la Rai (rubrica in radio a mezzanotte), che nel 2001 fu consulente de La7 appena passata a Tronchetti Provera, e che due anni fa si fece un giro pure a Sky con un programma dal titolo “Stella” dal sottotitolo autobiografico “Siete pronti a cambiare?”. Intanto è riuscito a fare consulenze per Telecom (7 milioni di euro, un’inezia), per le Ferrovie dello Stato, per il ministro Gentiloni e per innumerevoli enti locali di destra e sinistra, a curare l’immagine di politici di destra e sinistra (compresa Irene Pivetti), a dirigere una dozzina di teatri, a curare rubriche su Messaggero, Panorama, Libero, Riformista e Sorrisi e canzoni, a insegnare in varie università. Ora manca solo che, a insegnare la fedeltà a Mike, intervenga Liz Taylor.
(Marco Travaglio su l’Unità, 18/3/2009)
E alla fine ci ha pensato Mister “Allegria!” a mettere la parola fine (per il momento.) alla querelle
Mike Bongiorno è ‘libero’ di svolgere la sua attività televisiva su qualsiasi rete, perché Mediaset non gli ha rinnovato il contratto: lo spiega in una nota lo stesso conduttore, che nei giorni scorsi è apparso in uno spot accanto a Fiorello per promuoverne il nuovo show su Sky. ‘Da molte parti – spiega il conduttore – leggo che ‘Mike Bongiorno ha tradito Silvio Berlusconi’, ma la verità è un’altra. Mediaset prima della fine dell’anno scorso, senza preavviso, non mi ha rinnovato il contratto che mi legava al gruppo fin dalla sua fondazione’. ‘Di conseguenza – conclude Bongiorno – ora non avendo legami sono libero di svolgere il mio lavoro con chiunque’.
(ANSA 20/3/2009)
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venerdì 20 marzo 2009
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In ogni lavoro, un grande sogno
mercoledì 18 marzo 2009
di Giuseppe Masiero
La solennità di San Giuseppe già da alcuni decenni non è più festa di precetto e il santo patrono della Chiesa universale viene così invocato in un giorno normale di lavoro. Questo è il modo più opportuno per celebrare il patrono dei lavoratori, al proprio posto di lavoro, nell’esercizio quotidiano della professione.
Purtroppo per molti è questo primario diritto a poter lavorare per realizzare la propria vita e sostenere la vita familiare, a mancare. Mai come ora veniamo a riscoprire la concretezza e la lungimiranza dei padri costituenti, specialmente di ispirazione cristiana, nello scolpire l’identità della Repubblica italiana, fondandola sul lavoro e dignità di ogni attività umana.
Giovanni Paolo II, primo papa operaio della storia dopo il pescatore di Galilea, affermerà che «attraverso il lavoro, l’uomo diventa più uomo» ( Laborem exercens ).
Benedetto XVI festeggia il suo santo patrono in Africa, nel corso del viaggio apostolico, di evidente impronta missionaria. Alla vigilia della partenza, il papa ha affidato «a questo grande santo il pellegrinaggio e le popolazioni dell’Africa tutta intera, con le sfide che le segnano e le speranze che le animano. In particolare le vittime della fame, delle malattie, delle ingiustizie, dei conflitti fratricidi e di ogni forma di violenza».
È proprio questo scenario globale a riproporci la centralità del lavoro umano come via di uscita da una crisi mondiale che colpisce tutti, ma in forma più drammatica le condizioni di vita dei più deboli, i sogni e le legittime attese delle nuove generazioni.
Il recente convegno “ Rappresentare il lavoro: tra crisi e prospettive ” – promosso dall’Azione Cattolica in occasione del tradizionale appuntamento del MLAC in prossimità della festa di San Giuseppe – ha efficacemente proposto, assieme a tutte le Associazioni cristiane impegnate nel mondo professionale, vie di sostegno, tutela e rappresentanza al lavoro ed ai nuovi lavori; del resto già alcune di queste sono state messe in campo sul terreno della sussidiarietà. Purtroppo all’ultimo momento il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi ha disertato l’originale e significativa iniziativa, orientata non a protestare, ma a dialogare e suggerire possibili collaborazioni maturate insieme.
C’è da augurarsi che in tempi difficili, ma anche promettenti non cessi l’ascolto e la valorizzazione di tutte le esperienze avviate o in cantiere. Vale ancora un vecchio slogan: “ Insieme si può! “.
Il mondo del lavoro, in passato terreno minato da colossali conflitti e allo stesso tempo laboratorio di nuove solidarietà nella civiltà umana – come direbbe Giovanni Paolo II: «.di grande eloquenza morale» ( Sollicitudo rei socialis ), all’inizio di un nuovo secolo e millennio attende nuovi protagonisti per realizzare l’antico sogno di Dio comunicato agli uomini da Gesù, il carpentiere di Nazareth, cresciuto ed approdato ad una professione qualificata grazie all’esperienza e all’abilità di Giuseppe: poter partecipare al lavoro di un «Padre che opera sempre con il Figlio» ( Gv 5,17).
Questa prospettiva nuova del lavoro umano aperta alla partnership con Dio nella creazione e nello sviluppo della storia umana con il ritmo nuovo impresso dalla Pasqua, fino al suo compimento nei “cieli nuovi e terre nuove”, San Giuseppe l’aveva intuita nel cuore della notte, quando l’Angelo gli apparve in sogno in due circostanze successive rassicurandolo con l’espressione forte «non temere Giuseppe di prendere con te Maria, perché quel che è nato in Lei è opera (lavoro) dello Spirito Santo» ( Mt 1,20); «Giuseppe prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto» ( Mt 2,13).
Il sogno che accompagna la vita di Giuseppe è sempre collegato, per potersi realizzare, all’intraprendenza, all’operosità e premura quotidiana di fronte a sfide, ostacoli ed imprevisti. Nel lavoro dunque ci può essere sempre un grande sogno da abbozzare sulla tavolozza del nostro agire quotidiano, vincendo rassegnazione, paura, solitudine ed anche una legittima indignazione.
Ci auguriamo che il sogno delle nuove generazioni sia sempre accompagnato dall’operosità generosa del mondo adulto sia in campo professionale, come politico, ispirandosi allo stile discreto ma sempre efficace di San Giuseppe, nel suo servizio fedele all’impresa unica del suo figlio secondo la legge e la discendenza davidica: iniziare il Regno (progetto di famiglia umana salvata da Dio) nella storia umana.
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Un laboratorio diocesano per la formazione
mercoledì 18 marzo 2009
di Roberto Pinardi (Presidente Diocesano AC di Imola) e Sabrina Zotti (Incaricato per la formazione AC di Imola)
La questione educativa è sempre stata fondamentale per la nostra associazione diocesana, tanto da inserire il servizio alla formazione come una delle priorità all’articolo 4 dell’Atto normativo diocesano. A convincerci di questa centralità è stata la visita che la presidenza e il consiglio diocesano hanno fatto a tutte le associazioni parrocchiali – si è svolta nel 2005 all’insegna dello slogan “Una scelta di vicinanza”.
Questo osservatorio “più diretto” ci ha permesso di rilevare una serie di “nodi”:
- parroci anziani o molto impegnati che faticano a seguire in prima persona i cammini di iniziazione cristiana;
- giovani che si allontanano dalla chiesa o, se non seguiti, iniziano percorsi “fai da te” che non responsabilizzano e non fanno crescere in una corretta dimensione ecclesiale;
- adulti che non trovano risposte adeguate alle domande di fede e di vita, che si allontanano o restano lontani oppure frequentano le nostre chiese come “spettatori”;
- la necessità dei consigli parrocchiali di Ac e dei gruppi educatori.
Abbiamo inoltre riconosciuto una importante risorsa: “coltivare” la dimensione diocesana garantisce associazioni e parrocchie più “solide”.
Le associazioni, in ambito parrocchiale, cercavano di fare fronte a questo panorama e a tutta la complessità del proprio servizio ecclesiale, con diverse iniziative formative, che portavano il segno di svariati limiti:
- passaggi di età (Acr/ giovanissimi /giovani/ adulti) poco curati;
- modesta formazione personale degli educatori, presente solo nelle realtà più organizzate;
- percorsi a volte improvvisati, poco “pensati” negli obiettivi;
- la proposta per famiglie e adulti poco incisiva e distante dalla vita;
- discontinuità nella presenza dei sacerdoti, che spesso non conoscono l’associazione;
- molti gruppi chiusi, poco aperti a percepire la dimensione diocesana della Chiesa e dell’AC.
Contestualmente alla visita alle parrocchie e provocati dal nuovo Progetto Formativo “Perché sia formato Cristo in voi”, si è individuato un Incaricato diocesano per la formazione e il Consiglio diocesano ha definito un “progetto”. Il Laboratorio diocesano per la formazione (LdF) inizialmente è stato pensato come luogo:
- di studio del Progetto Formativo e di questioni educative in senso ampio;
- di riflessione sulla qualità formativa delle nostre esperienze associative;
- di elaborazione e sperimentazione di proposte;
- di cura degli educatori.
Da allora di fatto il Laboratorio diocesano per la Formazione ha seguito questa “traccia”, anche se principalmente il lavoro è stato rivolto alla formazione di educatori ed animatori. Ad oggi l’esperienza fatta e la riflessione sulla stessa hanno portato all’elaborazione di un progetto annuale composito, che si prende cura di loro nel tempo e a livelli diversi:
- un modulo di base per educatori nuovi e avviati;
- un incontro a cadenza trimestrale per lo studio delle guide e la programmazione delle attività;
- una Scuola Educatori Responsabili Animatori (S.E.R.A.) per riflettere e attivare processi attraverso la modalità del laboratorio con contenuti associativi, pedagogici, catechistici, ecc.
Qualificare, sostenere, integrare e motivare sono i quatto verbi che riassumono l’impegno verso gli educatori (per approfondire: Pierpaolo Triani, “La formazione dei responsabili educativi: una strada aperta”, in Nuova Responsabilità, n. 4, maggio 2006).
Per il prossimo futuro sarà importante, per l’accompagnamento degli educatori, il coinvolgimento dei presidenti parrocchiali, la ricerca di tutor per la formazione e la verifica sul reale funzionamento dei gruppi educatori.
Il Laboratorio in questi anni ha avuto un chiaro mandato della Presidenza ed ha sempre agito in piena sintonia con il Consiglio. Per questo motivo l’Incaricato per la formazione è cooptato in Presidenza ed il Laboratorio è composto da educatori membri del Consiglio diocesano e da persone con esperienza formativa, provenienti dai settori e dall’ACR. Nonostante questa chiara consapevolezza, non sempre la “macchina” del “chi decide” e “fa che cosa” è stata sufficientemente snella nel muoversi e su questo stiamo riflettendo. Faticoso è stato anche il tentativo di verificare alcuni nodi organizzativi e formativi riguardanti esperienze associative “storiche”, in quanto è difficile mettere in discussione pratiche consolidate, con tradizioni forti, come ad esempio quelle relative a campi scuola, ritiri, giornate di settore ecc.
A distanza di quattro anni dal suo avvio possiamo dire che il ruolo del Laboratorio diocesano per la formazione comincia ad essere compreso da tutti. E’ difficile dire cosa concretamente sia cambiato: probabilmente un certo atteggiamento più attento a pensare la formazione e ad avviare azioni caratterizzate da una maggiore intenzionalità formativa e questo per noi è già un passo importante.
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A casa della Casta.
mercoledì 18 marzo 2009
Bisogna essere invitati, mettere le pattine e possibilmente non fare fotografie.
Le case dei parlamentari, anche se si tratta di quelle usate per la villeggiatura e non delle abitazioni romane, in mancanza dell’autorizzazione della Camera di appartenenza, non possono essere perquisite dalle forze dell’ordine alla ricerca di indizi che provino l’avvenuto abuso edilizio. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 11170 che ha annullato tutti gli atti ispettivi e la sentenza di condanna emessa a carico del vicepresidente del Senato Domenico Nania (Pdl) per aver ristrutturato, senza le prescritte autorizzazioni, la villa di famiglia, in provincia di Messina. Nell’abitazione di Nania – a seguito di una denuncia anonima – erano entrati i carabinieri il 19 dicembre 2003 per compiere un ‘accertamento a sorpresa’. In seguito, nella villa, entrarono anche, per due volte, i tecnici del comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Gli accertamenti si conclusero con la redazione di verbali, rilievi tecnici e fotografici mentre non fu effettuato alcun sequestro in quanto i lavori erano risultati ultimati. Senza successo Nania aveva sostenuto davanti ai giudici di merito che ‘essendo egli senatore della Repubblica, gli accertamenti compiuti all’interno della sua abitazione, così come le testimonianze dei verbalizzanti che hanno riferito sugli esiti degli accertamenti stessi, erano inutilizzabili’. La Cassazione gli ha, invece, dato ragione rilevando che ‘nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare senza autorizzazione della Camera di appartenenza’ anche nel caso in cui dall’abitazione perquisita non sia stato prelevato nulla e si sia trattato, da parte dei pubblici ufficiali, di una ‘semplice visione dei manufatti’. È stata così annullata la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Messina il 10 aprile 2007.
(ANSA 13/3/2009)
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Ciò che i media dimenticano
sabato 14 marzo 2009
di Paola De Lena
Etiopia, coinfezione HIV-TBC e Sudan salgono sul podio. Peccato solo che il primato non sia dei più gratificanti. Insieme ad Iraq, Pakistan, Somalia, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Zimbawe e problema della malnutrizione, questi Paesi entrano nella top ten del quinto “ Rapporto sulle crisi dimenticate ” dai media presentato da Medici Senza Frontiere, organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, fondata nel 1971 da un gruppo di medici e giornalisti e insignita nel 1999 del Premio Nobel per la Pace.
Il Rapporto , oltre alla poco ambita top ten, contiene anche un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali in Italia. I dati rilevati confermano il trend negativo di questi anni per cui i nostri mezzi di informazione dedicano sempre di più uno spazio di nicchia alle crisi umanitarie: si è passati dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all’8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81360) nel 2008. Solitamente, inoltre, l’attenzione dei media si concentra su un breve lasso temporale che corrisponde con quello che viene identificato come l’apice della crisi. Un esempio concreto? Il Myanmar. In questo Paese l’HIV uccide migliaia di persone e vengono diagnosticati 80.000 casi di TBC ogni anno. Esso, però, è salito agli onori delle cronache solo quando, il 2 maggio del 2008, è stato colpito all’uragano Nargis che ha provocato 130.000 vittime. Delle 135 notizie dedicate al Myanmar durante tutto l’anno, ben 115 riguardano l’uragano Nargis e tutta la complessa macchina degli aiuti alla popolazione.
E se il Myanmar non dovesse bastarci, si può a ragione riportare il caso del problema della malnutrizione che ha raggiunto le nostre case, con buona probabilità durante opulenti pasti, 110 volte durante il 2008 il che, se paragonato con le 18 del 2007, mette in luce una sostanziosa crescita di attenzione. Peccato solo che l’aumento delle notizie sia avvenuto in concomitanza con il vertice straordinario della FAO e ha riguardato non tanto il problema in sé quanto la presenza o l’assenza di alcuni leader mondiali e i complessi rapporti politici tra gli Stati. Dei 178 milioni di bambini che, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale per la sanità, sono affetti da sottonutrizione e dei 5 milioni di decessi di bambini al di sotto dei cinque anni in realtà si è parlato ben poco. E pensare che un inverno di influenza ha ricevuto 121 notizie, contro le 110 del problema della malnutrizione. Per non parlare delle 33 notizie di un’estate di Briatore contro le 12 del colera.
Nel “ Rapporto sulle crisi dimenticate ” dall’analisi si passa alla proposta e al lancio di una campagna denominata “Adotta una crisi dimenticata”, patrocinata dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e attraverso la quale i mezzi di informazione, le trasmissioni televisive, i giornali, le radio e i siti internet possono scegliere una crisi dimenticata e impegnarsi, da oggi fino al mese di marzo del 2010, per dedicarle spazi più ampi e approfondimenti più completi. Medici Senza Frontiere, infatti, oltre a prestare soccorso medico alle popolazioni in difficoltà, ritiene fondamentale raccontare la vita delle persone colpite da guerre, malattie e catastrofi naturali perché, come afferma Kostas Moschochoritis, direttore generale di MSF Italia, “raccontare significa anche sollevare un problema che altrimenti rischia di rimanere sconosciuto, significa richiamare alle proprie responsabilità nei confronti delle popolazioni in pericolo i governi e le istituzioni, significa lanciare un grido d’allarme quando l’azione, persino quella umanitaria, viene ostacolata”.
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Quando un uomo senza pistola incontra un uomo (o un ragazzo) col fucile.
giovedì 12 marzo 2009
Negli Stati Uniti si spara, si sa.
Si chiamava Michael McLendon e aveva 27 anni l’uomo che, armato di fucile, ha ucciso dieci per sone prima di togliersi la vita, in due comunità dell’Alabama, Samson e Kinston, al confine con la Florida. Lo ha riferito la Cnn. Tra le vittime ci sono la madre, i nonni e una coppia di zii del killer, oltre alla moglie e al figlio del vicesceriffo. Due delle vittime sono state freddate in due locali pubblici. L’omicida, dopo aver ingaggiato una sparatoria con la polizia in cui è rimasto ferito un agente, si è tolto la vita nel parcheggio del magazzino Reliable Products.
(AGI, 11/3/2009)
D’altra parte in Germania non sono da meno.
Sono 16 complessivamente le persone morte oggi vicino a Stoccarda, in Germania, come conseguenza dell’attacco ad una scuola da parte di un giovane. Lo ha reso noto la polizia precisando che nel bilancio è compreso anche l’autore della strage.
Tra le vittime dell’attacco alla scuola a Winnenden nove sono studenti e tre i professori. Un’altra persona è stata uccisa dal giovane killer davanti ad un ospedale psichiatrico, nei pressi della edificio scolastico, durante la fuga. Nello scontro a fuoco con la polizia, in cui è rimasto ucciso il giovane, in un parcheggio nella localita’ di Wendlingen sono morti altri due passanti. Nella sparatoria inoltre due agenti sono rimasti gravemente feriti.
(ANSA, 11/3/2009)
E noi in qualche modo dobbiamo cercare di stare al passo.
Un’aquila reale imbalsamata in salotto. Un fucile in mano a un ragazzo di 16 anni, lo stesso a cui non si affida né un volante né una scheda elettorale. Le porte dei parchi aperte alle doppiette. L’uso senza limiti degli zimbelli, civette lasciate appese per le zampe ad agitarsi per ore, in modo da attirare con la loro sofferenza altre prede. È l’Italia della libera caccia, così come dovrebbe uscire dalla controriforma che ieri è arrivata in commissione Ambiente del Senato. Un terremoto che spazza via l’equilibrio faticosamente raggiunto con la legge quadro del 1992 e rischia di inasprire il contenzioso con l’Europa [...] visto che già l’ultima stagione venatoria è costata 42 morti e 85 feriti.
(repubblica.it, 11/3/2009)
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Una nuova stagione per il lavoro
mercoledì 11 marzo 2009
di Cristiano Nervegna
L’attuale situazione di crisi, che incide in modo forte nella vita di tanti lavoratori, rappresenta un’occasione unica di recuperare verità e senso nelle cose che sin’ora abbiamo fatto e detto, forse, troppo presi dalla routine.
Appare evidente, infatti, come sia più semplice, pur in questa situazione di difficoltà, dire quello che solo qualche mese fa sembrava impronunciabile perché meno allineato con le correnti di pensiero più diffuse e “sponsorizzate” dal sistema mediatico nazionale.
Innanzitutto nessuno riesce più a negare come questa crisi riproponga la centralità del lavoro anche perché sono proprio lavoratori e famiglie a pagare il prezzo più alto, senza alcuna responsabilità nei processi che hanno determinato l’attuale situazione. Contestualmente le snervanti polemiche su flessibilità/precarietà trovano, finalmente, un momento di verifica: vediamo con chiarezza l’effetto della legge 30 (legge Biagi) senza quel sistema di Welfare, tante volte annunciato e sempre rimandato a tempi migliori che, però, non sembrano arrivare. Come negare, ancora, una mancanza di visione della politica, legata ad un’impostazione che è la esclusiva risultante di equilibrismi impostati su rapporti di forza e su logiche di schieramento che, per responsabilità diffusa, annichilisce progettualità, innovazione e merito, relegando a volte il sindacato e l’associazionismo ad un ruolo meno incisivo rispetto alle proprie potenzialità. Come negare, infine, da cristiani, che non possiamo vivere in un mondo e in un Paese senza speranza: eppure questa è la condizione che ci sembra di vivere!
Apparentemente, però, queste conferme non bastano a generare il cambiamento necessario, serve altro! L’analisi deve guidare l’azione.
In questi termini si pone il Convegno, in occasione della Festa di S. Giuseppe, sulla rappresentanza del lavoro in tempo di crisi, che si tiene a Roma il 13 e 14 Marzo, promosso dal Movimento Lavoratori di Azione Cattolica.
Insieme a Coldiretti, ACLI, Movimento Cristiano Lavoratori, Compagnia delle Opere, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, Confcooperative, abbiamo pensato che non fosse più rimandabile il rafforzamento del rapporto tra associazioni per essere più incisivi nell’offrire, appunto, segnali di speranza. Che è venuto il momento di chiedere alla politica impegni precisi nell’ottica del bene comune, più che dell’interesse di parte. Che si possano proporre, attraverso un dialogo schietto con le Istituzioni, le idee e i progetti sui quali, insieme, investire risorse e capacità. Che si possa lavorare ad un sistema di “Welfare delle opportunità” e non dell’incertezza, come oggi appare, costruito su: lavoro, famiglia, giovani, reti sociali e formazione. Che la nostra capacità di animare e vivere i territori (Welfare Community) debba, se necessario, essere rivendicata!
Pensiamo, infine, che tutto questo sia logica conseguenza di quella Dottrina Sociale della Chiesa che, senza prendere qualche rischio in più, rischia di ridursi a semplice materia d’insegnamento. E questo, forse, è il rischio peggiore: la crisi che abbiamo vissuto e che non vogliamo più guardare passivamente.
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