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Relazione del Professor GIUSEPPE SAVAGNONE al Convegno Presidenze diocesane ACI 2009 "Chi ama educa"
Documento del: 09/05/2009
Fonte:
Documenti dell'Azione Cattolica Italiana
Autore: GIUSEPPE SAVAGNONE
Relazione del Professor GIUSEPPE SAVAGNONE* Direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo
Alle radici dell’emergenza educativa Molti hanno contestato la formula «emergenza educativa», usata dal Papa e ormai divenuta di uso corrente dentro e fuori la comunità cristiana. Perché parlare di una “emergenza”? In fondo i giovani sono stati sempre problematici, il rapporto tra le generazioni è stato sempre difficile, e il conflitto rientra nella fisiologia dell’educazione. Eppure, anche se queste osservazioni sono corrette, c’è, a mio avviso, più di un aspetto per cui si può parlare oggi, nel campo educativo, di una vera e propria “emergenza”. Uno di essi è non il difetto, ma l’eccesso, non l’assenza, ma il moltiplicarsi caotico e incontrollabile dei messaggi “educativi”. Della loro qualità possiamo giudicare dai risultati. Penso alle statistiche che ci parlano di tante ragazze che, intervistate, dicono che da grandi vogliono fare le veline; penso a quella di cui, proprio ieri, ho letto sul «Corriere della Sera», che diceva: «Io vorrei fare la cantante, la ballerina, oppure, non so… la parlamentare… ». Non è una fiction o uno scherzo, è sul «Corriere», ma soprattutto è solo un esempio di un fenomeno di imbarbarimento che sta sotto i nostri occhi ogni giorno. Non è possibile non essere inquieti davanti a nuove generazioni la cui vera maestra è ormai la De Filippi. L’anno scorso «La Stampa» ha pubblicato un articolo in cui si constatava che l’unica scuola che ormai funziona in Italia è la trasmissione «Amici». Erano giorni in cui si stava formando l’attuale governo ed io ricordo che scrissi per un quotidiano un editoriale in cui proponevo (provocatoriamente) di nominare Ministro della Pubblica Istruzione la De Filippi, visto che già adesso in fondo è lei, molto più di tanti genitori o docenti, l’educatrice per eccellenza, come lo sono state o lo sono trasmissioni quali «Il Grande Fratello», «L’Isola dei Famosi», e altre simili. Quello che si dice a scuola o in famiglia ormai passa in secondo piano, rispetto a questa galassia diffusa e inafferrabile, che pervade l’aria che respiriamo e condiziona la nostra mentalità assai più di quanto ci rendiamo conto. In questa situazione i progetti e gli sforzi dei singoli educatori rischiano di essere travolti dalle mode, da quello che dicono i compagni, etc.
L’eclisse dell’educazione Ma c’è almeno un altro aspetto per cui è possibile, a mio avviso, parlare oggi di una “emergenza”. È lo smarrimento del concetto stesso di “educazione”. In questo senso l’emergenza educativa, se ce n’è una, riguarda non i giovani, ma gli educatori. Forse si parla tanto del problema giovanile perché si vuole esorcizzare il grande vuoto che noi adulti ci portiamo dentro. Le nuove generazioni, lo dicevo prima, sono state sempre problematiche. Ma in passato trovavano un punto di riferimento in un mondo adulto che, nel bene o nel male (non sempre era nel giusto), aveva delle convinzioni e proponeva dei messaggi che, prima o poi, aiutavano i giovani a trovare la loro identità, fosse pure per contrasto. Oggi perfino quello è diventato impossibile, perché genitori e docenti non hanno più certezze loro stessi. Soprattutto – e ciò è ancora più grave – non hanno una “tensione educativa”, perché non sanno più neppure che cosa significa educare. E senza la consapevolezza di ciò che questo implica l’educazione non può realizzarsi. Condivido la formula che fa da titolo a questo Convegno: anch’io penso che «chi ama educa». Ma dobbiamo intenderci su cosa significa “amare”. Penso a tanti genitori iperprotettivi, che ricolmano i loro figli di doni costosi, sono succubi dei loro capricci, non sono capaci di dire “no”, e credono che tutto questo sia amore. Penso a quelli di loro che, anche nel rapporto con la scuola, sono disposti a difendere i propri ragazzi ad ogni costo, giustificando le loro pigrizie o le loro trasgressioni, piuttosto che sostenere con fermezza l’azione educativa dei professori. Così come penso, per quanto riguarda questi ultimi, a tanti che, invece di proporsi di far crescere integralmente i loro alunni, si sforzano solo - con grande impegno, ma con scarsa lungimiranza - di trasmettere loro delle conoscenze, senza rendersi conto che educare è molto di più che istruire, anche se a scuola l’educazione deve passare attraverso una mediazione culturale. Anche questo è un “amore” sbagliato. Per non parlare di quegli insegnanti che hanno solo il problema di completare i programmi e di mettere dei voti.
La “cura” dell’essenziale E’ dunque al senso dell’educazione che bisogna ritornare, prima ancora che cercare “ricette” più o meno efficaci, e sono gli adulti innanzi tutto a doverlo riscoprire. Una precisazione preliminare, in questa riscoperta, riguarda il fine da perseguire, che non è una trasmissione di competenze o di abilità, e neppure la “formazione” della personalità del giovane, come se questi fosse una materia informe da plasmare, ma consiste piuttosto nel risvegliare le sue energie profonde, la sua attenzione, la sua “cura”. Ricordo le belle parole di Socrate durante il processo, quando rimprovera ai suoi concittadini di aver sempre avuto cura dei propri averi e del proprio successo, invece che della propria anima, e sottolinea che dovrebbero essergli grati di averli richiamati a questa cura. Ponendo quest’ultima come fine del processo educativo non intendo alludere, perciò, a quella che genitori e insegnanti devono avere dei giovani, ma a quella che devono suscitare in essi per le cose che contano. Dove col termine “cura” si intende l’attenzione e il senso di responsabilità verso un bene immensamente fragile, al tempo stesso però immensamente prezioso, da difendere e da far crescere nel tempo. Il senso dell’impegno educativo, dunque, non è quello di un’imposizione di idee e di valori precostituiti, per quanto giusti possano essere, ma di un procedere accanto a una persona più giovane, dandole le occasioni e le sollecitazioni che possono aiutarla a scoprirli da sé. La nostra società educa male perché ci tempesta di messaggi preconfezionati, sommergendoci con una piena di stimoli e di pressioni (a volte anche la nostra predicazione cristiana si riduce a qualcosa di simile!), invece di aprire degli spazi di riflessione e di ricerca in cui il singolo possa ritrovare l’essenziale. Innanzi tutto si tratta di educare i giovani ad aver cura di sé e della propria vita. Kierkegaard, il precursore dell’esistenzialismo ha scritto: «Si parla tanto di vite sprecate: ma sprecata è soltanto la vita di quell’uomo che così la lasciava passare, ingannato dalle gioie della vita e dalle sue preoccupazioni, in modo che non diventò mai, con una decisione eterna, consapevole di se stesso come spirito, come Io, oppure – ed è lo stesso - perché mai si rese conto, perché non ebbe mai, nel senso più profondo, l’impressione che esiste un Dio e che “egli”, proprio lui, il suo Io, sta davanti a questo Dio». Educare significa innanzi tutto richiamare il giovane a questa decisione consapevole che comporta, da parte sua, la cura del proprio essere.
Autenticità e omologazione In realtà un’opera del genere potrebbe trovare alleati i giovani stessi, che, sia pure oscuramente, oggi come mai avvertono la nostalgia di questo e lo chiamano “autenticità”. Noto di passaggio che, in generale, è la cultura post-moderna che, contrariamente a quanto spesso si crede, contiene molti germi interessanti che la rendono forse più vicina a una prospettiva pienamente umana (e cristiana) di quanto fosse la cultura moderna. In un film di Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre, un personaggio dice a un certo punto: «Costa molto essere autentici. E in questa cosa non bisogna essere avari. Uno è tanto più autentico quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stesso». Questo è un grido di protesta contro una società dove invece predomina la tendenza a eliminare l’io, a renderlo un numero, a omologarlo. E spesso l’educazione, invece di insegnare ad aver cura della propria più vera identità, concorre a quest’opera di appiattimento. Spesso i giovani entrano nel sistema scolastico entusiasti, fantasiosi, creativi, e ne escono frustrati, annoiati. Diceva un mio collega saggiamente: il primo principio a cui i professori dovrebbero attenersi è lo stesso principio del codice etico dei medici: Primum non nocere. Siamo noi adulti che spingiamo i giovani dentro un meccanismo di adattamento spietato che li costringe a rinunziare alla propria originalità, perché non sono in grado di farsi riconoscere se non si vestono tutti nello stesso modo, se non parlano tutti nello stesso modo, se non hanno tutti gli stessi atteggiamenti. E allora hanno bisogno della maglietta firmata che hanno tutti gli altri, per non essere emarginati, essere invitati alla feste, etc.
Psiche e spirito Educare alla cura del proprio essere, del proprio io, significa innanzi tutto educare alla cura della propria vita interiore. I nostri giovani spesso vivono alla superficie di se stessi, risucchiati fuori di sé. Anche nelle nostre comunità cristiane, in molti casi, li si coinvolge in una serie di attività, raduni, intrattenimenti, ma non li si aiuta a trovare momenti di calma, silenziosa contemplazione, o anche semplicemente di riflessione e di consapevolezza, nei quali poter guardare in se stessi. Da qui anche il declino del sacramento della riconciliazione, e ancor più della tradizionale “direzione spirituale”, che probabilmente era troppo paternalista, ma che andava ripensata, non eliminata. Oggi la gente, per cercare di risolvere i propri problemi, non si rivolge più al confessore, o a una guida spirituale, ma allo psicologo, perché si è confusa la vita spirituale con quella psichica. E questo significa che viene perduto il senso della propria originaria libertà, perché la psiche ha dei meccanismi necessari che non possono venire dominati dalle nostre scelte, ma devono essere, se mai, curati con l’aiuto di un medico. Non dico che non ci vogliono gli psicanalisti, per carità, in certi casi sono necessari, il guaio è che non ci si rende conto che insieme alla dimensione psichica c’è quella spirituale. Ma alla radice del fenomeno c’è il fatto che non si è stati educati alla cura della propria vita spirituale, ad un rapporto autentico con se stessi. E se io non ho un rapporto con me stesso, dove potrò mai trovare Dio? Senza interiorità i riti liturgici, anche la celebrazione eucaristica, diventano gesti esteriori che perdono il loro significato.
Educare alla cura della propria storia Ma la cura del proprio essere implica anche quella del proprio essere-da, della propria origine, della propria storia. Noi siamo la nostra storia. Non è un caso che in quasi tutte le civiltà l’idea di una generazione sia stata costitutiva dell’identità delle persone. Basta pensare a molti cognomi italiani: Di Giovanni, Di Carlo, Di Stefano, dove “di” significa “figlio di”. Lo stesso significato hanno, in tedesco, Von, in olandese Van, in ebraico e in arabo Ben; nelle lingue scandinave addirittura si introduce “son”, “figlio”: Gerhardsson, Richardson… Oggi si usa dire di qualcuno che “si è fatto da sé”. Più in generale, viviamo in una cultura dove si crede di non dover niente a nessuno. La nostra è una società senza gratitudine, dove si vive sradicati da ogni origine, da ogni passato. Ma nessuno si fa da sé, noi siamo quello che siamo per una serie di doni che abbiamo ricevuto, prima di tutto dai nostri genitori, poi dai nostri insegnanti, ma anche dalle persone significative che abbiamo incontrato, da quelle di cui abbiamo letto i libri, etc. Educare all’essere-da, al senso della propria origine, significa educare al senso di gratitudine per questi doni e alla capacità di farne a nostra volta. È a causa della perdita del senso della propria storia che nella nostra società non ci sono più i “maestri”. Che non c’è più, insomma, l’idea di un’autorità educativa. La stessa parola “autorità”, anzi, è diventata tra le più aborrite nel sentire comune. Il motivo di ciò è che si confonde sistematicamente l’autorità con il potere, senza che ci si renda più conto della profonda differenza tra queste due cose.
Autorità e potere In realtà il potere è una capacità di coercizione nei confronti di un altro, indipendentemente dalla sua volontà e dal suo riconoscimento. Così è del potere economico, di quello psicologico, di quello fisico, che non hanno bisogno, per agire, del consenso. L’autorità è una cosa completamente diversa. Di Gesù, nel Vangelo, si dice che la gente era ammirata perché parlava con autorità e non come i loro scribi. Ma il potere lo avevano gli scribi, non Gesù! L’autorità è la qualità per cui qualcuno non costringe, ma è degno che un altro liberamente lo ascolti e gli obbedisca. È il caso di notare, a questo proposito, che anche la parola “obbedienza”, odiatissima, invece indica un atto libero. Il rapito non può obbedire al rapitore, perché ne è trascinato. E i poteri occulti che ci dominano oggi da vari punti di vista – si pensi a quello mediatico – non hanno bisogno della nostra obbedienza per esercitare la coercizione su di noi. L’obbedienza implica sempre la possibilità di dire un sì o un no. All’autorità – contrariamente a quanto avviene di fronte al potere che ci coarta - si può sempre opporre un rifiuto, anche se ciò, ovviamente, può comportare un prezzo. Ma è questione di scelte. E a scegliere siamo pur sempre noi. Insomma, l’autorità è un appello rivolto a persone libere. Ma perché obbedire? E’ la stessa etimologia del termine a dircelo. In latino auctoritas viene dal verbo augere, che vuol dire “far nascere”, “far crescere”. L’altro sostantivo che ne deriva, insieme ad auctoritas, è auctor, “autore”. Si ha auctoritas perché si è auctor, si è fatto nascere e si fa crescere un singolo, oppure una comunità. Oggi noi non abbiamo più educatori anche perché l’educare implica l’autorità e il suo riconoscimento. Ancora una volta, è presente qui la sovrapposizione di psiche e spirito: se tutto si riduce a psiche, allora anche l’autorità non è altro che una forma di plagio, e l’obbedienza una resa al potere psicologico di un altro più forte. Certo, bisogna essere degni dell’autorità che si esercita, altrimenti essa decade a mero potere. Il padre che urla senza ascoltare, il docente che batte il pugno sul tavolo e dice: «Qui comando io», sono la parodia dell’autorità. Questo gli educatori dovrebbero ricordarselo sempre.
Educare alla cura degli altri Avere una storia significa viverla insieme ad altre persone. Si fa sempre parte di una comunità. Perciò non si può educare all’essere e all’essere-da se non si educa all’essere-con, alla cura degli altri e all’esperienza comunitaria. Noi viviamo in una società di massa, dove siamo tutti isolati. Basta pensare al concetto di autorealizzazione, oggi così spesso additato come fine della propria esistenza da tanti giovani (e non solo da loro!). Se si chiede a un ragazzo che cosa vuol fare nella vita, risponderà nella maggior parte dei casi che si vuole realizzare. Questo è il criterio che spesso sta alla base delle scelte professionali. Si vuol fare il medico o l’ingegnere o il professore perche così ci si può realizzare. Raramente ci si interroga sul significato e il fine che un’attività professionale ha in se stessa e a cui pure bisognerebbe guardare, per adeguarsi ad essi. In realtà la medicina non è nata perché i medici si realizzino, ma per curare la gente che ne ha bisogno. Chi va dal dentista non ci va per dargli l’occasione di realizzarsi, ma perché gli fa male un dente! E avrebbe il diritto di chiedere al medico di visitarlo in quest’ottica, e non in quella della gratificazione che potrà trarne lui. Una cultura dell’autorealizzazione, qual è la nostra, rischia di essere totalmente autoreferenziale. Il servizio oggettivo che si dovrebbe rendere agli altri passa in secondo piano. Ciò che conta è l’appagamento delle proprie esigenze. È il caso del professore che spiega per potersi ascoltare soddisfatto e non si chiede se la sua lezione sia davvero utile agli alunni meno perspicaci; dell’avvocato che incoraggia il cliente a fare una causa, perché se ne ripromette notorietà e guadagno; dell’architetto, che progetta una casa capolavoro che sarà scomodissima. Noi cristiani siamo succubi come gli altri di questa cultura. A cominciare dal parroco che, certe volte, sembra gestisca la parrocchia per autorealizzarsi…
Educare alla cura del senso e dei fini La cura dell’essere richiede anche una cura dell’essere-per. Perciò educare alla cura della propria anima comporta educare a quella del senso - nella duplice accezione di “significato” e di “direzione” - della propria vita individuale e comunitaria. Noi viviamo in una cultura che privilegia il presente, rispetto al passato e al futuro. Molti hanno visto, alcuni anni fa, il bel film di Peter Weir che in italiano era intitolato L’attimo fuggente. Il suo enorme successo, ancora vivo, è significativo: i giovani (ma non solo loro!) vivono ormai la loro vita come una serie di flash, una successione di esperienze fugaci, in cui quello che conta è vivere l’attimo, senza chiedersi se esso sia coerente con altre scelte che si sono fatte e con l’orientamento complessivo della propria esistenza. Perciò si suole dire che l’importante è “fare esperienze”, come se l’accumulazione quantitativa potesse sostituire il senso di cui si parlava prima. In questo modo abbondiamo di mezzi, ma non si hanno più dei fini, una prospettiva, un futuro da perseguire. Non c’è più la speranza. Se ne vedono gli effetti quando si guarda all’involuzione della politica. Un tempo i giovani lottavano per degli ideali, a volte anche sbagliati, ma che implicavano la volontà di rinnovare l’esistente, di non rassegnarsi alle ingiustizie e alle distorsioni di questa società. Oggi le ingiustizie e le distorsioni sono ancora aumentate, ma le nuove generazioni non si pongono più il problema di sanarle, di costruire un mondo diverso e migliore: vogliono trovare spazio in questo, per godere anche loro dei vantaggi che esso garantisce ai privilegiati. Ormai, tranne rare eccezioni, se gli studenti fanno manifestazioni è soprattutto per difendere le loro esigenze di categoria – come tutti, del resto. Il bene comune è rimasto uno slogan vuoto, che tutti usano senza neppure più ricordarsi cosa volesse dire. Verità e meraviglia Questo è legato alla perdita della fiducia nella verità. Si può aver cura del senso solo se esso non è un’illusione, ma è fondato nella realtà. In una cultura dove si continua a dire che ognuno ha la sua verità, non c’è posto per una educazione alla cura dell’impegno per il futuro. Se tutto si equivale, se le scelte sono solo soggettive, perché lottare, sacrificarsi, rischiare? Perfino la fede religiosa, ormai, è intesa più come una preferenza del singolo o un condizionamento culturale, che non come l’affermazione di una verità valida in sé e per tutti. Questo declino della verità comporta quello della meraviglia. Perché quest’ultima non è altro che l’aprire gli occhi sulla ricchezza e la bellezza della realtà. Tutte le verità della vita, anche le più piccole, meritano che noi ci chiniamo a raccoglierle amorevolmente e a conservarle con gratitudine nel nostro cuore. Ma noi corriamo troppo in fretta per poterci fermare a guardare. E anche i tanti umili prodigi che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi sono resi invisibili dall’abitudine e dall’indifferenza. La meraviglia, lo stupore devono tornare al centro dell’educazione. Solo così essa potrà sconfiggere il rischio della noia, che minaccia spesso le nostre aule scolastiche e le nostre comunità cristiane, riducendo quelli che un tempo erano considerati dei valori sempre attuali ad una stanca abitudine. Senza meraviglia non c’è la riappropriazione critica e creativa del passato da parte delle nuove generazioni, che a partire da esso possono comprendere il loro presente e progettare il loro futuro. Muore la tradizione e rimane uno spento tradizionalismo, a cui i giovani non possono che ribellarsi. Una educazione degna di questo nome deve avere di nuovo il coraggio della verità e della speranza. Si tratta di ritrovare questo coraggio. E, se ne saremo capaci, il Dio della verità e della speranza ci sosterrà nel nostro sforzo di aiutare i nostri figli a diventare finalmente uomini.
*Per quanto rivisto dall’autore, il testo mantiene l’inconfondibile tono e i limiti del discorso orale, proprio di un intervento fatto in una tavola rotonda. Per chi volesse una trattazione più organica, rimando a A. Briguglia – G. Savagnone, Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni, Elledici, Torino (Leumann) 2009.
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30/04/2002
AlcunRel.doc
(CEI)
La Pastorale della scuola e l'Insegnamento della religione cattolica nella prospettiva del Progetto Culturale,
Prof. Giuseppe Savagnone, Docente di storia e filosofia, Palermo.
Premessa
La pastorale scolastica non va confusa con un'opera di proselitismo volta a convogliare studenti e professori in associazioni o movimenti cristiani, oppure nei gruppi parrocchiali.
30/04/2002
AlcunRel.doc
(CEI)
La Pastorale della scuola e l'Insegnamento della religione cattolica nella prospettiva del Progetto Culturale,
Prof. Giuseppe Savagnone, Docente di storia e filosofia, Palermo.
Premessa
La pastorale scolastica non va confusa con un'opera di proselitismo volta a convogliare studenti e professori in associazioni o movimenti cristiani, oppure nei gruppi parrocchiali.
15/03/2000
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