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Ragioni per condividere il mondo Visualizza il documento originale
Documento del: 01/02/2008
Fonte: Segno
Autore: Fabio Mazzocchio
Oggi più che mai sperimentiamo le dinamiche globali in cui siamo inseriti. Si tratta di relazioni non solo di scambio economico ma di un vero e proprio aprirsi e incontrarsi dei popoli. Ciò che Giovanni XXIII, nella splendida enciclica Pacem in terris, indicava come il futuro del mondo, adesso sembra davvero divenire realtà: il mondo si va sempre più componendo come una grande famiglia.

Sono sotto gli occhi di tutti le opportunità e i rischi che la globalizzazione consegna alle nostre responsabilità individuali e collettive. Sempre più ampi saranno i flussi migratori nei prossimi anni; sempre più le culture saranno spinte a incontrarsi e a mescolare le loro reciproche visioni del mondo; sempre più forti potranno essere i rischi connessi a una gestione “allegra” della finanza internazionale; sempre più preoccupanti saranno le condizioni del pianeta se non cominceremo seriamente a occuparci dello stato di salute della terra. Questo orizzonte globale, segnato da sfide sul piano etico-culturale, economico-sociale e politico, come segnalava poco più che quarant’anni fa la Populorum progressio, non può che farci riflettere sulle vie di giustizia che bisogna costruire con tutta la famiglia umana.

La via della pace è già un modo per dare corpo e sostanza alla universalità del bene comune. Bene di tutti e di ciascuno, ci ricorda il Concilio nella Gaudium et spes. Bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, bene possibile, bene altissimo che va realizzato tenacemente insieme.

A partire da questo sfondo, l’Azione cattolica non solo ha voluto dedicare la Settimana sociale associativa di quest’anno (11-17 febbraio) al bene comune, così come i dossier tematici della rivista Dialoghi, ma ha anche voluto centrare l’attenzione del XXVIII convegno Bachelet (8-9 febbraio) sulla Dimensione universale propria del bene comune. In quanto cristiani, non possiamo guardare solamente alla vita del nostro paese e ai suoi egoismi. È necessario aprirsi ai grandi temi planetari: nord e sud del mondo, guerre e povertà, migrazione e integrazione, fondamentalismi e minacce terroristiche, crimini contro i diritti inalienabili della persona, sfruttamento e riduzione in schiavitù non possono lasciarci inerti e tranquilli. Dovremmo sentirci scuotere nel profondo ogni qual volta ci giunge notizia di ingiustizie che colpiscono vaste aree del pianeta, e che hanno oramai raggiunto uno spessore insopportabile per chi ne subisce i drammatici effetti.

Benedetto XVI ci invita a essere uomini e donne di speranza, a vivere la pace promuovendo la nostra stessa umanità e ciò che essa ha di più alto. Non possiamo rimanere sordi a questo appello, non possiamo restare indecisi; serve guardare al di là del proprio naso e spingersi fino a osare di sognare un mondo realmente capace di giustizia e di felicità sostenibile.

Dire che il bene comune ha una dimensione universale significa davvero provare a condividere il mondo in cui abitiamo, provare a impegnarsi per «costruire una buona società in cui vivere» (A. Sen). Le trame globali hanno bisogno di solidarietà, ma anche di progetti di governance realmente democratici e inclusivi. Se vogliamo guardare con speranza al futuro del genere umano, la pace e la giustizia non possono avere alternative: dare risposta alle domande degli ultimi, degli oppressi, dei senza terra, dei senza voce non è un optional ma un compito a cui moralmente siamo chiamati.