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Documento del: 17/03/2007
Fonte: Documenti dell'Azione Cattolica Italiana
Autore: Cristiano Nervegna
IN ASCOLTO DI VERONA Disegni di Speranza per il Lavoro e la Festa Taranto, 17/18 marzo 2007
Cristiano Nervegna Segretario nazionale Movimento Lavoratori di AC
Le sfide del nuovo mercato del lavoro per la pastorale missionaria
Cosa dice il Papa
Carissimi amici, da qualche notte ho un incubo: m'immagino un operaio dell'ILVA (età media 30 anni) che mi avvicina e mi dice: "belle parole"! Portare il Convegno ecclesiale di Verona a Taranto è una sfida. La Presidenza nazionale di Azione Cattolica, insieme con il Movimento lavoratori, se la sono cercata: portare le parole risuonate in quel convegno della Chiesa italiana in un contesto produttivo e politico in grado di metterci finalmente alla prova. E' una delle cinque sfide, una per ambito, da non perdere, sia per chi ci crede che per chi, invece, attende soltanto. Questi ultimi sono in aumento, ma siccome non contribuiscono al PIL, nessuno li conta. Provare a vincere questa sfida necessita un'operazione di semplificazione del linguaggio, intanto: "dire in italiano" quanto è emerso a Verona ed affidare, conseguentemente, un mandato chiaro a chi incontriamo, soprattutto se, come aderenti ad un Movimento di Azione Cattolica che si misura con i problemi concreti delle persone, tale confronto con la realtà finisce, spesso, per essere tanto faticoso da far preferire, a molti, strade più comode, meno coinvolgenti, che portano a ridurre la testimonianza a puro confronto intellettualistico. Ma non è questa, per fortuna, la città che possa permettere tali fughe, ho pensato in questi giorni ! E non lo sono i lavoratori che ci ascoltano, ne tantomeno i sacerdoti che ne condividono le fatiche e a cui ci rivolgiamo per sostenerne l'azione. Il Papa, dunque, a Verona è stato chiaro, ha ricordato come la risurrezione di Cristo sia un fatto avvenuto nella storia e testimoniato dagli Apostoli e come abbia determinato un ordine nuovo, "decisamente diverso": queste le testuali parole del Papa. Tale ordine è scaturito da un atto d'amore e quindi solo l'amore ci permette di comprenderne appieno la portata. L'amore di Dio è, allora, l'origine di tutto e la Speranza una conseguenza immediata, diretta, quasi inevitabile. Ecco perché, per continuare a tradurre, sarebbe un grave errore parlare di Speranza senza ricollegarla all'amore di Dio, e senza arrivare a tradurla in vita, in gesti concreti ... Quell'ordine decisamente diverso", ha bisogno anche di gesti quotidiani. Senza la prassi correremmo il rischio, ci dice ancora il Papa, di ridurre anche l'etica dentro gli angusti confini del relativismo e dell'utilitarismo, dei singoli accaparramenti.... Questa etica "relativa", tanto presente proprio nell'attuale mondo del lavoro, non risponde alle domande più profonde ed importanti che animano il cuore di ogni uomo, facendo mancare una direzione alla nostra vita e facendo emergere una forte domanda di senso e, appunto, di speranza. Questa la causa dei frequenti ripiegamenti su noi stessi, le chiusure autoreferenziali, le risposte balbettanti sulle grandi questioni del bene e del male, in rapporto alle sfide del nostro tempo e alla nostra vita. Il Papa, a Verona, ci ha presentato, invece, un modello efficace di vita cristiana: la Chiesa dei primi secoli, unita ed in grado di stabilire un nesso inscindibile tra fede ed intelligenza, trasformando la prassi con l'amore e la premurosa attenzione ai poveri e ai sofferenti. Questa carità vissuta quotidianamente "ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano". Ecco allora la sfida..., la missione: portare l'amore di Dio nella vita di ogni persona.
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Questo rapporto tra fede e prassi è talmente importante da essere stato oggetto di più di 100 anni di magistero sociale. La Dottrina Sociale della Chiesa, che è un conoscere illuminato dalla fede ed in dialogo con ogni sapere, ci indica, infatti, chiaramente la strada orientando, dice ancora il Papa,"le energie morali e spirituali al fine di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali o di una categoria sociale e anche di uno Stato". Questo contributo, ad un ordine "decisamente diverso", è quindi essenzialmente compito dei laici, che agiscono in politica, senza chiedere permessi, proprio per costruire un giusto ordine della società. Come è cambiato il mondo del lavoro
Il contesto sociale, in cui il lavoro svolto a Verona deve portare frutto, muove, per quanto riguarda il mondo del lavoro, dalla scomparsa, nel corso del settecento delle antiche "corporazioni", che caratterizzavano attività produttive di tipo artigianale. Tale mutamento aveva già dato adito a profonde alterazioni dei rapporti produttivi e di lavoro. Facendo emergere la figura del detentore dei mezzi di produzione, contrapposta, spesso, a quella del puro offerente di lavoro. L'esigenza d'ingenti beni capitali (macchine) per la produzione, introduce nuovi metodi di lavorazione, riducendo il significato dell'abilità personale, s'indebolisce la solidarietà d'intenti e d'interessi. Viene così a formarsi la disuguaglianza fra gruppi, in particolare tra chi detiene il primato sul processo produttivo e chi presta la propria opera cedendo energie fisiche ed intellettuali, cessione compensata, generalmente, al più basso prezzo possibile. Unica meta dell'atto produttivo sembra essere il consolidamento del primato nel processo produttivo. Il lavoro diventa inequivocabilmente "merce" il cui prezzo è fissato dalle incontrollate ed incontrollabili esigenze del mercato. Il lavoro di oggi, segue ancora queste logiche, pur essendo sottoposto nuovamente a profondi cambiamenti. Siamo immersi in una serie di processi e di metamorfosi che stanno cambiando l'idea, la forma e l'organizzazione sociale del lavoro. Oggi il lavoro industriale non esercita più quell'egemonia che lo rendeva misura e segno di tutti i lavori. Non possiamo più parlare di lavoro, ma di "lavori". Al lavoro stabile della fabbrica, dell'ufficio pubblico, del lavoro agricolo, si è aggiunto quello mobile, frammentato e la flessibilità, a volte mitizzata, sembra essere il segno del lavoro nuovo. Questi cambiamenti non sono casuali quindi, ma rappresentano il risultato di un'evoluzione che sta modificando il modo d'essere e di fare del capitalismo. Molti di noi hanno in mente un capitalismo che non c'è più, quello che operava sul lungo termine. Il nuovo capitalismo, sotto lo stimolo delle moderne tecnologie e della sempre maggiore interdipendenza dei mercati a livello globale, opera sul breve! In questa situazione segnata da una nuova divisione internazionale del lavoro, da una concorrenza sempre più agguerrita, da livelli di competitività sempre più alti, da una grande mobilità del capitale e della finanza, l'obiettivo di un'impresa non è più solo quello di produrre merci e profitti, ma d'aumentare velocemente il valore finanziario; per fare tutto questo serve un nuovo modello organizzativo e una diversa organizzazione del lavoro. L'insieme di questi fattori ha cambiato il mercato e il rapporto tra domanda e offerta; sono cresciute nuove forme di lavoro e il confine tra le forme "atipiche" e quelle "tipiche" si è fatto sempre meno stretto. Negli ultimi anni anche nel nostro Paese il lavoro flessibile è cresciuto in maniera costante, e sempre di più bisogna fare i conti con questa realtà. Lo dobbiamo fare, però, anche in modo critico cercando una valutazione aperta e cogliendo sopratutto le ricadute che si determinano sui sistemi di relazione sociale. Ragionare sulle nuove forme del lavoro significa non limitarsi solo ai temi della regolazione contrattuale, normativa e retributiva, ma andare in profondità ed uscire dallo schema dell'adattabilità della domanda sull'offerta, per valutare le implicazioni sociali e culturali che si stanno determinando. Questo spazio che si apre è lo spazio in cui la Chiesa, anche attraverso l'associazionismo, può offrire sostegno, accompagnare i cambiamenti, evitando la frammentazione che s'instaura su quel substrato di relativismo etico che produce, come sperimentiamo quotidianamente una polarizzazione tra le persone che possiedono competenze, saperi, conoscenze, professionalità, e pertanto sono in grado di muoversi dentro le nuove mobilità sociali, e la massa di persone obbligata a lavori di bassa qualità, a tempo parziale, con debole contenuto professionale e senza alcuna mobilità sociale verticale e, con in più, il rischio di stare sempre sul confine con la precarietà o il lavoro sommerso. 2

Ecco perché la questione sociale è oggi fondamentalmente anche questione antropologica. E non ci può essere, però, risposta di senso senza condivisione della sofferenza e delle povertà. E' possibile creare un riferimento in cui la moltitudine trovi uno spazio comune? Come ricomporre la frammentazione ? Entro quali spazi di relazioni sociali si colloca oggi il lavoro flessibile ? Gli immigrati devono chiudersi nelle loro comunità etniche? Ci rassegniamo a vivere una società dai legami sociali sempre più deboli e segata da un eccesso di competizione sociale? Come la Chiesa può affrontare questi cambiamenti ? Come la Chiesa può affrontare questi cambiamenti ?
Il Movimento Lavoratori ha presentato al Convegno ecclesiale di Verona alcune proposte: pensiamo, innanzitutto, che attraverso il metodo del discernimento comunitario, la Chiesa sia chiamata, con forza, ad annunciare in modo instancabile la centralità dell'uomo. Uomo che è segno della presenza di Dio nella creazione, perché la custodisca e la governi, trovando nel lavoro stesso una forma privilegiata per sperimentare la propria libertà e responsabilità. Un annuncio necessario che deve però anche farsi denuncia, ogni qualvolta siano in gioco il rispetto e la dignità della persona umana. La Chiesa e l'Azione Cattolica sono chiamate a sostenere, anche in questo ambito, le competenze dei fedeli, dando vita ad iniziative adeguate per diffondere la conoscenza della Dottrina Sociale della Chiesa. Uno studio sistematico e un confronto con le problematiche del tempo presente che permetta ai fedeli d'acquisire una maggiore consapevolezza e di scegliere, anche nell'ambito del lavoro, stili di vita ed una prassi ispirata alla sobrietà, alla condivisione, alla gioia della festa; l'azione pastorale va sostenuta, poi, nel riproporre il lavoro come ambito di missione. Oggi, più che mai, rimettere al centro la questione del lavoro non significa fare un'operazione di retroguardia ma, al contrario, tornare ad investire su una laicità intesa come profezia del popolo di Dio sul mondo. L'opera della creazione e della redenzione passa, necessariamente, attraverso le mani dell'uomo che si fa artefice della costruzione del Regno di Dio in un disegno di salvezza i cui principi fondanti sono la dignità dell'uomo, il bene comune, la solidarietà e la sussidiarietà. La missione del Movimento Lavoratori è, quindi, aiutare l'uomo a riappropriarsi, nel lavoro, dell'eredità filiale; è necessario, poi, che la Pastorale del lavoro superi una certa visione "specialistica" per incrociare la vita ordinaria e la progettualità Pastorale delle parrocchie, sia attraverso una catechesi attenta al lavoro sia con una presenza specifica in alcune situazioni e problematiche del lavoro. Deve essere una Pastorale trasversale con altri ambiti della cura della fede, lavorando insieme e costruendo sinergie, che, nel rispetto della specificità delle singole aree, esprimano la priorità dell'evangelizzazione; in questa direzione non ha più senso l'attuale contrapposizione Annuncio e Testimonianza "nei gesti concreti"; separati, questi metodi si rivelano meno efficaci. Nella Pastorale del lavoro non può più disgiungersi l'immanente dal trascendente, proprio perché nell'odierna visione umana il percorso esistenziale deve essere ricondotto ad una manifesta unitarietà dei due momenti; per essere ancora oggi capaci di narrare con la nostra vita la Speranza, dobbiamo ri-modulare il ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa, come lettura aperta del tempo alla luce della Parola di Dio; discernimento sulla dimensione sociale dell'esistenza, finalizzata però alla nostra conversione personale e all'Annuncio al mondo, attraverso il Vangelo. È a partire dall'operare di Dio che scopriamo veramente quale deve essere il nostro impegno nella "polis";
è urgente rilanciare, infine, la volontà di programmazione e di coordinamento a livello diocesano. Non è più ammissibile infatti che la parrocchia, le associazioni ed i gruppi presenti non tengano conto del messaggio magisteriale. Poiché questo si pone a diversi livelli e usa le scienze umane per raggiungere il cuore dell'uomo. E' necessario, quindi, un salto di paradigma a livello culturale al fine di considerare l'uomo 3

come un'unità psico-fisica in cammino, e non come semplice oggetto d'attività da erogare allo scadere di determinate tappe. Occorre re-inventare, ri-motivando, la programmazione diocesana sui perché dell'esistenza umana connessi alla sintesi tra essere e avere e, pertanto, all'uomo nel suo insieme, dando un peso adeguato all'uomo del lavoro, perché è su questo uomo che incombono oggi gli interrogativi più pesanti ed il futuro più incerto; gli impegni sociali e politici sul territorio diventano, ci sembra, segni indispensabili: solo così si possono conoscere le situazioni di difficoltà e incoraggiare soluzioni alla luce del Vangelo; una società come la nostra ha un'enorme necessità di testimoni della fede, ma secondo la modalità della Lettera a Diogneto, mai troppo richiamata in un tempo, quale è quello in cui ci è dato di vivere, nel quale evangelizzare non può non essere che servizio al tempo che si sta vivendo. Il territorio riveste, in questo contesto, un ruolo essenziale: ha bisogno di un interlocutore che sappia portare insieme alle soluzioni anche la testimonianza di principi di vita e di spessore etico sempre validi ed universalmente accessibili; il nostro servizio alla Chiesa ci ha fatto definitivamente comprendere come la risposta che viene data ai problemi del lavoro in termini "privati e individualistici" è doppiamente limitata: condiziona la capacità di dare significato personale al lavoro e non tiene conto del dato storico della solidarietà, come capacità, che il lavoro ha avuto, d'esprimersi anche quale azione collettiva per fini di promozione e tutela di "tutti gli uomini e di tutto l'uomo". Per questo la sfida che ci sta di fronte è quella di coniugare insieme - in modo inedito e adatto ai tempi odierni - il soggetto e l'attore sociale con la vita collettiva, la sfera privata e la dimensione pubblica. E questo richiama direttamente il tema della responsabilità: dobbiamo, oggi, formare laici cristiani responsabili e maturi verso la società. Il Movimento Lavoratori ha associato ad ognuno dei punti appena esposti uno o più progetti missionari che, raccogliendo sensibilità ed il desiderio di condividere competenze e professionalità, ricostruisca quella rete di relazioni la cui importanza abbiamo appena ricordato. E' il nostro contributo a quell'ordine "decisamente nuovo" centrato sulla persona di Gesù, Dio fatto uomo, che non ammette tentennamenti se non si vuole più correre il rischio di subire il presente o peggio di rimandare un futuro che non abbiamo ancora il coraggio di vivere.
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