|
|
LA PROMOZIONE DELLA PACE
Documento del: 04/02/2007
Fonte:
Mondo
Autore: Giampaolo Crepaldi
LA PROMOZIONE DELLA PACE Ringrazio sentitamente l'Azione Cattolica di Rovigo per l'invito rivoltomi a tenere una riflessione sul tema La promozione della pace. Nel farmi carico di questa tematica ho ritenuto opportuno articolarla in modo da non limitarmi a fornire un semplice riscontro storico di quello che i Papi hanno fatto per la promozione della pace. Ho ritenuto piuttosto che fosse più utile e significativo proporre una riflessione sulle sfide che i cristiani si trovano ad affrontare oggi sul fronte complesso della pace, in modo particolare se teniamo in debito conto il contesto globale come l'orizzonte ermenuetico più pertinente per un'adeguata comprensione della problematica connessa alla promozione della pace. Guerra e pace nella globalizzazione Il conflitto in genere e la guerra in particolare, infatti, stanno cambiando la propria fisionomia. Sono più orizzontali che verticali, più diffuse che concentrate, più frammentate che unitarie, più quotidiane che eccezionali, più vicine che lontane, più immateriali (e perfino virtuali) che materiali. Questi rilevanti cambiamenti sono stati provocati soprattutto dal processo di globalizzazione. E' doveroso tenere conto di questo contesto completamente nuovo in cui oggi si collocano le problematiche della pace e della guerra, sia per conoscere i nuovi condizionamenti negativi per il processo di pace, sia per discernere le nuove opportunità, su cui fare leva, con evangelica speranza, per creare migliori condizioni di pace. Nessuna epoca della storia dell'umanità è talmente negativa da non possedere al proprio interno anche spunti di speranza e leve di positive possibilità.
Le guerre di oggi, affermavo, sono più orizzontali che verticali. Il processo di globalizzazione, infatti, è un ampio fenomeno di orizzontalizzazione di tutti i rapporti sociali, anche di quelli conflittuali e bellici, che aumenta man mano che i processi di comunicazione si espandono, le gerarchie si riducono, i processi "dal basso" aumentano, i segreti sono sempre meno controllabili, i network informativi sono sì quelli formali ma sempre di più anche quelli informali e "autogestiti" grazie ai bassi costi della tecnologia e alla trasparenza di tanti "muri", un tempo impenetrabili. In Internet si trova la ricetta della torta di mele, ma anche le istruzioni per costruire una bomba fatta in casa. L'11 settembre ha dimostrato che la morte di tremila persone è alla portata di tutti, basta un coltellino come quello adoperato da un dirottatore, sicché un attento osservatore ha parlato di "guerre democratiche"1, ossia orizzontali. Orizzontalità significa diffusività più che concentrazione. Ed infatti la violenza, i conflitti e le guerre si frammentano e quasi si nebulizzano, mentre un tempo erano situazioni circoscritte e unitarie. Aumentano i micro-conflitti ampiamente dislocati, mentre diminuiscono le guerre convenzionali attuate su grandi teatri. C'è una recrudescenza di guerre civili, etniche, tribali, locali. Nel mondo sviluppato c'è un incremento di insicurezza civile, di guerra per bande e tra gruppi di potere illegale, di micro-illegalità attuata, purtroppo, anche da minorenni. Dopo la fine del sistema dei blocchi contrapposti, le guerre si sono disseminate nel mondo come espressione di tensioni particolaristiche difficilmente riconducibili ad uno schema unitario. Con l'accentuarsi dell'anomia seguita al processo sociologico di de-tradizionalizzazione, le nostre città spesso conoscono il conflitto parcellizzato ed atomico. La diffusività produce a sua volta la quotidianità, ossia la guerra che entra nella vita di ogni giorno. Quando tutti noi abbiamo visto, pressoché in diretta, le terribili 1 A. Glucksmann, Dostoievski à Manhattan, Robert Laffont, Paris 2002; tr. it., Dostoevskij a Manhattan, Liberal Libri, Firenze 2002. 2
immagini dell'esplosione delle Torri gemelle di New York, è stato come se il mondo intero, con tutte le sue tensioni e tutti i suoi conflitti, piombasse di punto in bianco in una stanza; è stato come se i drammi del mondo ci facessero visita a casa. La storia ha bussato a tutte le nostre porte e ci ha ricordato che nemmeno lì, nelle nostre case, era più possibile nascondersi. Non c'è alcun dubbio che il terrorismo abbia portato la guerra nel quotidiano, in ufficio, al supermercato, al ristorante, per strada. E' uno degli aspetti più inquietanti della globalizzazione: tutti i confini vengono infranti e, quindi, anche tutti i controlli. Proprio perché diffusa e quotidiana la guerra è anche molto meno controllabile, avviene senza rispettare più alcuna regola. La guerra nel mondo globalizzato, proprio per questo, è più vicina che lontana. Ci coinvolge direttamente tutti: "bussa alle nostre porte". Ho qui accennato ad alcuni cambiamenti in atto nel modo di considerare la guerra nell'epoca globalizzata. Medesime considerazioni andrebbero fatte per la pace, che viene sottoposta ai medesimi, anche se opposti nell'esito, condizionamenti. Poiché la globalizzazione è "quello che gli uomini ne faranno", dobbiamo mettere in evidenza le opportunità positive che la globalizzazione pone nelle nostre mani. L'orizzontalità, per esempio, ha permesso e permetterà ancor più in futuro, di moltiplicare gli attori della pace sulla scena globale, di sviluppare la partecipazione della società civile e dei gruppi di advocacy. La trasparenza delle informazioni permette all'opinione pubblica mondiale di farsi un'idea, di esprimersi e di diventare un vero e proprio interlocutore dei poteri politici su temi di guerra e di pace. Il tragico fenomeno della "delocalizzazione" delle guerre può stimolare maggiormente gli uomini di buona volontà e la comunità internazionale ad affrontare le cause sociali ed economiche delle stesse e a favorire il dialogo tra le etnie e le religioni. Questo è reso urgente dalla situazione di guerra "diffusa", per la quale bisognerà approfondire il cosiddetto 3
"dovere di ingerenza umanitaria", dandogli contorni etici, giuridici e diplomatici precisi. Se la fine dei blocchi ha prodotto e tuttora tende a produrre una fase di instabilità internazionale, apre anche a nuove possibilità di intervento che in precedenza erano precluse. Lo stesso elemento della quotidianità della guerra, nella sua brutalità e drammaticità, impedisce di tirarsi fuori dalla mischia e quindi motiva un impegno per la pace non saltuario ma quotidiano, non astratto ma concreto, non eccezionale ma ordinario. Ogni epoca porta con sé rischi ed opportunità. Appartiene al realismo cristiano considerare i primi e alla speranza cristiana valorizzare le seconde. Se la guerra si fa diffusa e decentrata, quotidiana e smaterializzata ... ebbene, anche la pace lo può essere, e lo deve essere. Ciò che vale per il negativo vale anche e prima di tutto per il positivo. Ogni elemento che gioca a favore della guerra può essere rovesciato e utilizzato a favore della pace. Che ci riusciamo è un'altra questione. Che possa esserlo è una certezza. Il contesto globalizzato cambia i connotati sociologici della pace, ma non ne altera la dimensione evangelica, antropologica ed etica. Occorre quindi un supplemento di interpretazione del mondo di oggi nelle sue dinamiche principali e di coraggio profetico per poter annunciare e preparare la pace anche nel nuovo contesto globale, che si prefigura sempre di più come il contesto del nostro domani. Parallelamente, serve anche la capacità di recuperare il senso pieno della pace che - ripetiamo - non viene alterato dai nuovi scenari sociologici contemporanei o futuri. Possiamo allora chiederci quali siano le nuove esigenze della pace e, quindi, quali strade possiamo percorrere per costruirla e realizzarla meglio di quanto non siamo riusciti a fare fino ad ora. 4
Acquisire una mentalità preventiva E' plausibile ritenere, in primo luogo, che la pace richiederà sempre di più di essere affrontata con mentalità preventiva piuttosto che con interventi a posteriori. Questo perché, come abbiamo visto sopra, il conflitto e la guerra si fanno diffusi e intrinseci piuttosto che a carattere eccezionale ed estrinseco. Se la guerra fosse ancora qualcosa che interviene dall'esterno in modo prevedibile, si potrebbe anche decidere di pensarci quando dovesse porsi il problema. Era così un tempo ed è difficile riscontrare nella storia passata forme di prevenzione dei conflitti. Si tratta di una situazione analoga alle catastrofi ecologiche, che un tempo capitavano a seguito di qualche bizzarria della natura e la società interveniva a posteriori per correggerne i danni maggiori. Oggi le catastrofi naturali che veramente impensieriscono non sono più semplicemente naturali, sono piuttosto indotte dall'uomo e dal suo modello di sviluppo. Quindi vanno prevenute, orientando diversamente il modello di sviluppo. Qualcosa di analogo si può dire anche per la guerra. Certamente essa non è mai stata un fenomeno "naturale", ma umano e storico. Tuttavia, nelle società semplici e chiuse, la guerra era un avvenimento che dall'esterno irrompeva nella società per un certo periodo, travolgendone provvisoriamente gli equilibri. Periodicamente, per adoperare le parole di Von Klausewitz, la politica adoperava altre armi e nascevano le guerre. Oggi, invece, la guerra è molto più connessa con la società stessa, i modelli di sviluppo, la negazione dell'"ecologia umana" nei vari angoli del pianeta. La globalizzazione, come abbiamo visto, ha inserito la conflittualità dentro le pieghe di ogni società, le informazioni e le immagini ne trasfondono gli effetti ovunque. Proprio per questo è molto meno prevedibile. 5
L'imprevedibilità della guerra odierna è ben messa in evidenza dal fenomeno del terrorismo. Ogni luogo può essere teatro di guerra, ogni momento può diventare un tempo di guerra. La guerra terroristica non è solo "là"; può essere ovunque. Essa può scoppiare non solo all'ora "x", ma in ogni istante. Non è cosa solo per addetti ai lavori, ma per tutti i cittadini. Non si nega che esista ancora la guerra dichiarata in modo convenzionale, anche se oggi le dichiarazioni di guerra vengono annunciate in Tv piuttosto che trasmesse ufficialmente per i canali diplomatici, come si faceva fino alla prima guerra mondiale. Ma c'è anche, ed è un fenomeno nuovo, la guerra non dichiarata, di cui il terrorismo è l'esempio più evidente. Tutto ciò rende la guerra imprevista e imprevedibile. Inoltre, le cause della guerra si moltiplicano e si intrecciano. Le cause legate ad interessi economici si aggiungono a conflitti etnici o religiosi; il retaggio di storici rancori si combina con situazioni politiche di incertezza o di dispotismo; sofferenze sociali alimentano rivendicazioni espresse in forme violente che spesso si combinano con la lotta per la sopravvivenza, oppure con le tensioni per impossessarsi di risorse naturali. Il carattere dell'incertezza2 caratterizza così anche la guerra e, quindi, la pace, come altri importanti fenomeni sociali del nostro tempo. Ne risulta una obiettiva difficoltà a risolvere le situazioni di guerra una volta scoppiate, data appunto la complessità dei fattori in gioco e l'intreccio labirintico delle interconnessioni tra i problemi. Che la guerra sia un' "avventura senza ritorno", come aveva detto Giovanni Paolo II, è purtroppo vero anche dal punto di vista delle novità sociologiche: una volta 2 Come è noto, molti studiosi sottolineano il carattere di incertezza e di rischio della moderna società e legano questi fenomeni alla globalizzazione. Tra tutti, si veda: Z. Bauman, La società dell'incertezza, Il Mulino, Bologna 1999; U. Beck, Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1986, tr. it. La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000. Queste osservazioni da parte delle scienze sociali sono utili, ritengo tuttavia che le cause ultime dell'odierna incertezza siano primariamente di ordine etico e antropologico, prima che sociologico. La società del "rischio indotto" è tale soprattutto perché incapace di rispettare l'autentica "ecologia umana" (Centesimus annus n. 38). 6
scoppiata diventa difficilissimo dipanare il groviglio delle sue cause per intervenire ex post e ristabilire la pace. Anche la conduzione della guerra è oggi più complessa di un tempo. Nelle società semplici e chiuse le modalità di guerreggiare erano fortemente stabilite. Certo, l'anarchia è perfino congenita con la guerra e forme di giustizia sommaria e di violenza gratuita si sono sempre verificate. Mai come oggi, però, la guerra viene condotta anche con strumenti inediti, che evadono dalle forme classiche del conflitto bellico. Le guerre "per procura", gli attentati terroristici che colpiscono prima di tutto obiettivi civili, la destabilizzazione politica dell'avversario anche mediante l'arma della suggestione dell'opinione pubblica, l'uso scaltro del potere dei media, l'uso calibrato della "politica dell'immagine", l'utilizzo di armi nuove e alla portata di tutti sono solo alcune novità recenti nel modo di condurre la guerra. Esse hanno reso senz'altro meno convenzionale e quindi più imprevedibile la gestione stessa del conflitto bellico. In altre parole: oggi la situazione può sfuggire di mano molto più che in passato e una vittoria militare ha bisogno di altre vittorie su altri fronti per consolidarsi ed avere un seguito. Infine, la guerra è oggi largamente imprevedibile per quanto riguarda i suoi effetti. Sempre è stato così, però nella nostra società di oggi il fenomeno si è fortemente accentuato in conseguenza alla complessità sociale e della sempre minore incapacità degli "esperti" di prevedere con precisione le tendenze future. Gli strascichi della guerra o la cosiddetta ricostruzione postbellica sono eventi molto più complessi di un tempo. La stessa valutazione dei danni è diventata quasi impossibile. Si pensi, a titolo di esempio, alla possibilità di uso di armi chimiche o batteriologiche, oltre naturalmente alle armi atomiche. Le conseguenze a medio e a lungo termine possono 7
essere tragiche, ma di una tragicità che non riusciamo nemmeno ad immaginare con sufficiente precisione. Per tutti i motivi che ho qui brevemente richiamato, il futuro richiederà sempre di più una maggiore prevenzione dei conflitti piuttosto che una loro "riparazione" posteriore. Per ciò concordo con quanti affermano che la complessità del mondo globalizzato non richiede meno politica, ma una intensificazione del ruolo della politica, proprio per gestire la maggiore incertezza con un dialogo più aperto e una concertazione più responsabile. In questo contesto va collocata l'esigenza, più volte richiamata dal Santo Padre, di potenziare e riorganizzare gli organismi internazionali. Una "ecologia umana" internazionale La guerra è oggi un fenomeno globale e questo deve far emergere sempre di più, come risposta attiva, che anche la pace è un fenomeno globale. Questa globalità non va tuttavia intesa solo in senso estensivo: dalle guerre moderne nessuno può sentirsi al sicuro e tirarsene fuori; e nemmeno solo come complessità: le guerre moderne sono frutto di un intreccio di cause. Credo che questa globalità vada intesa anche e soprattutto in senso intensivo: il venir meno dell'ecologia politica e perfino dell'ecologia naturale, dipendono dal venir meno della "ecologia umana". Oggi la guerra appare in modo lampante come frutto finale della distruzione progressiva dell'ecologia umana. Questo è dovuto al fatto che la globalità significa soprattutto interrelazione dei vari ambiti ecologici tra loro e in dipendenza dall'ecologia umana. Come è noto, questo è un concetto espresso da Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus annus e a me sembra particolarmente fertile di indicazioni sulla guerra e sulla pace. 8
Il paragrafo 38 dell'Enciclica Centesimus annus inserisce nella dottrina sociale della Chiesa un concetto nuovo, anche se consequenziale con la tradizione del magistero sociale, quello di "ecologia umana". Il Papa sottolinea come spesso - anche se mai a sufficienza - ci interessiamo dell'ambiente naturale mentre ci si "impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica ecologia umana". Cosa si intende con questa espressione? Significa che non solo l'ambiente naturale, ma anche l'ambiente umano - la famiglia, la società, l'economia - richiede il rispetto di una sua propria ecologia, di un suo funzionamento fisiologico ove la dignità della persona sia veramente posta al centro. In questo senso quello di ecologia umana è un concetto affine a quello di bene comune, essendo questo: "l'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona"3. Oppure è vicino al concetto di sviluppo. Quello di ecologia umana è tuttavia maggiormente incentrato sulla relazione, sulla grammatica dei rapporti umani in modo che rispettino l'autentico bene dell'uomo. Ora, il fatto nuovo tipico della società globalizzata è che tendono a sparire i confini tra ecologia naturale (ossia il rispetto responsabile dell'ambiente), ecologia sociale (la giustizia e la promozione di persone e gruppi), ecologia politica (le relazioni tra gli Stati e gli organismi politici) ed ecologia umana (un ambiente morale in cui la dignità della persona sia rispettata. Tendono a sparire nel senso che le interrelazioni tra questi ambiti sono sempre più strette e complesse. E questo è particolarmente evidente nel caso della guerra. Per esempio: le lotte per sfuggire alla povertà ed accaparrarsi risorse naturali generano conflitti; a loro volta i conflitti comportano distruzione di risorse naturali e generano povertà. Le lotte per garantirsi i diritti di sfruttamento dell'ecosistema (si pensi alla bioingegneria vegetale ed animale 3 Mater et magistra - Lettera enciclica di Giovanni XXIII sui recenti sviluppi della questione sociale (20 maggio 1961), n. 51. 9
che tenderebbe a mettere il proprio copyright sulla biodiversità) generano profitti e benessere per alcuni, ma anche possono indurre ceti e popoli alla povertà. Come in un qualsiasi quartiere di una qualsiasi metropoli il disagio ambientale produce disagio sociale e quindi mina lo sviluppo di una ecologia umana e viceversa; così la mancanza di un ambiente a misura d'uomo in territori militarmente occupati produce frustrazione sociale e spirito di rivincita nonché forti limitazioni allo sviluppo di una ecologia umana e viceversa. Le difficoltà di sviluppo umano, a cui il concetto di ecologia umana può essere ricondotto, sono il frutto di un mancato rispetto dell'ambiente, di una cattiva gestione dell'ecologia sociale, di contrapposizioni politiche e di povertà economica; ma accade anche il contrario in un processo avanti-indietro strettamente intrecciato. Un quartiere degradato è tale perché manca la solidarietà o la solidarietà manca perché il quartiere è degradato? Se i ragazzi, raccolti in bande, prendono a sassate i lampioni e bruciano i cassonetti è perché è in crisi l'ecologia umana e si sono persi i principali valori morali e civici o perché la miseria, la carenza di alloggi e di luoghi di socializzazione ha impedito una seria maturazione morale in questo senso? Certamente la povertà produce incultura; ma anche l'incultura produce povertà. La povertà produce guerre; ma anche le guerre producono povertà. Trovo che il concetto di ecologia umana possa fornire una chiave di lettura dei fenomeni del conflitto e della guerra e quindi, in positivo, della pace, in grado di aiutarci a fronteggiare le nuove sfide globali. Essa permette di intendere l'interconnessione nell'uomo dei diversi ambiti di ecologia e la necessità di un impegno coerente e orientato perché, come in un sistema di vasi comunicanti, tutto influisce su tutto. La costruzione della pace si fa oggi soprattutto impegnandosi per una ecologia umana plenaria, per un rispetto della dignità dell'uomo in tutti gli ambiti. 10
Ma il concetto di persona umana è pienamente universalizzabile? E' possibile lavorare per una ecologia umana plenaria, senza utilizzare un qualche concetto particolare di persona umana? E non c'è oggi una conflittualità tra le diverse concezioni antropologiche? Si tratta di domande fondamentali in prospettiva della costruzione della pace. La mia risposta a queste domande è duplice. Innanzitutto vedo con realistico ottimismo che si sta facendo sempre più strada nel mondo la consapevolezza della "dignità umana"4. Pur partendo da diverse concezioni teoriche dell'uomo, su cui forse si discuterebbe animatamente, un numero sempre maggiore di persone e di culture è oggi aperta a considerare come proprio obiettivo pratico la salvaguardia della dignità della persona. Questo è infatti anche lo scopo della Dichiarazione Universale dei diritti umani e di altri importanti documenti internazionali. Sottoscritti da moltissimi Stati (anche se non ancora da tutti) essi testimoniano un simile impegno pratico, il che non esclude, naturalmente, la continuazione del dialogo anche sugli aspetti teorici, né garantisce, evidentemente, gli esiti concreti; rappresenta, tuttavia, man mano che si estende, una garanzia positiva per la pace. Secondariamente, noto che tale dignità della persona non può che richiamare alle menti il problema del suo fondamento. Se tale fondamento è trascendente, la dignità è maggiormente garantita. Su questo, l'insegnamento della Chiesa ha un compito formidabile ed essenziale. Di fondamentale importanza anche per la costruzione della pace. Rafforzare il senso globale della dignità umana mediante un continuo appello ad un suo fondamento trascendente ed animare così la propria prassi, è il regalo maggiore che la Chiesa può fare alla causa della pace. Questo contributo è anche importante per affrontare con la sufficiente apertura il confronto sulle stesse 4 Cf a questo proposito: P. Valadier, Dignità della persona e diritti dell'uomo, in A. Pavan (a cura di), Dire persona. Luoghi critici e saggi di applicazione di un'idea, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 399-416, specialmente pp. 406-412. 11
visioni teoriche dell'uomo e favorire quindi un dialogo anche su questioni che "precedono" le auspicabili intese pratiche. Proprio perché incentrata su un DioPersona, la fede della Chiesa fa una proposta che travalica ogni singolo "concetto" filosofico di persona, fornendo sia un criterio per valutare le singole antropologie secondo una loro intrinseca gerarchia, sia un orizzonte all'interno del quale i percorsi della retta ragione verso la conoscenza della persona umana possono trovare un luogo di incontro e di confronto. Su queste basi, sono convinto che il futuro ci riserverà delle buone sorprese quanto ad una espansione dell'ideale regolativo dell'ecologia umana a servizio della pace. L'impegno pubblico delle religioni Fino a qualche anno fa sembrava vincente l'idea di uno spazio pubblico internazionale "neutro" dalle religioni, affidato quasi esclusivamente agli Stati e, in particolare, alle due superpotenze. Sembrava che nel mondo occidentale la valenza pubblica della religione fosse inibita dalla laicità della vita politica, quando non dal laicismo e dal processo di secolarizzazione che tendeva a relegare la religione nel privato. Nel mondo comunista, a parte il caso polacco, sembrava che le religioni sonnecchiassero sotto la dittatura o che fossero state fortemente indebolite dalla propaganda ateistica e dalla persecuzione. In ambedue gli emisferi politici sembrava che l'ideologia avesse avuto definitivamente la meglio sulla religione. Inopinatamente, invece, dopo il crollo del Muro e la fine dei blocchi, anche le religioni sono state sdoganate. In Occidente si è così appreso che sotto la patina di un secolarismo rampante, vivevano forti tensioni religiose e non solo nella forma consumistica della new age. Gli Stati Uniti, per esempio, considerati l'avanguardia 12
della secolarizzazione in occidente, hanno riscoperto le proprie radici religiose al punto che qualche osservatore parla di una crescente differenziazione proprio su questo punto tra Stati Uniti ed Europa. In Oriente, dalla disgregazione dell'impero sovietico sono emerse molteplici appartenenze religiose che in alcuni casi sono purtroppo addirittura esplose anche in forma di virulente conflitto. Le migrazioni globali hanno poi posto le religioni l'una accanto all'altra e la scena politica mondiale, con le sue note vicende, ha condotto alla ribalta della cronaca e della politica la religione islamica. Tutto questo ha comportato non solo un rinnovato peso sociale e politico delle religioni, ma soprattutto una loro rivendicazione "di diritto" ad un ruolo pubblico. Se talvolta ciò è stato ed è fonte di conflitto e di guerra, ritengo che possa e debba diventare domani elemento di pace. Su questo terreno si giocherà sempre di più nel prossimo futuro le sorti della pace nel nostro mondo. Ad una condizione fondamentale: che le religioni sappiano evitare con sempre maggiore accortezza i due estremi dello spazio pubblico neutro e del fondamentalismo. Uno spazio pubblico neutro, perseguito da forze ideologiche e politiche e da Stati che si rifanno ad una concezione liberale ed illuministica della vita politica intesa solo come "equità" intesa in senso contrattualistico, e non anche come compromesso per il "bene"5 è impossibile da attuare in quanto contraddittorio. Per negare una visibilità pubblica alla religione, lo Stato neutro dovrebbe imporre un atto di forza altrettanto "assoluto" dell'assolutezza che si vuole impedire alle religioni di esprimere. In quel caso la posizione "laica" si qualificherebbe come "fondamentalismo laico", o come "ideologia laica", ossia qualcosa di molto diverso dallo spazio pubblico neutro. Per garantire una presunta 5 Sul piano teorico la formulazione più autorevole di una simile impostazione è, come noto, il celebre lavoro di John Rawls A Theory of Justice, Cambridge Mass. 1971; tr. it., Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 19976.Tra i sostenitori, invece, della posizione contraria ricordo qui solo M.J. Sandel, Liberalism and the Limit of Justice, Cambridge University Press 1982; tr. it., Il liberalismo e i limiti della giustizia, Feltrinelli, Milano 1994. 13
libertà dello spazio pubblico si impedisce al credente di manifestare liberamente in pubblico la propria appartenenza che dà senso alla sua vita. Tale impedimento si qualifica come un atto sovrano dello Stato che, quindi, si sovrappone alla società civile e alla persona anziché porsi a loro servizio6. Simili posizioni non possono avere altro esito che aumentare i conflitti religiosi, sia tra i gruppi religiosi, sia tra costoro e lo Stato. Contemporaneamente, è necessario evitare il fondamentalismo religioso, ossia l'occupazione diretta dello spazio pubblico da parte di una singola religione. Impedendo la libertà religiosa una simile posizione disconosce un diritto fondamentale dell'uomo e pone quindi le basi per nuovi conflitti. Come si vede sarà sempre più importante garantire in futuro la libertà religiosa non solo nei testi costituzionali, ma soprattutto nella pratica politica concreta. La libertà religiosa non è causa di guerra, anzi essa è la condizione per evitare sia il fondamentalismo laico sia quello religioso, quindi le due principali forme di intolleranza religiosa nel mondo di oggi. Giampaolo Crepaldi Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace Rovigo, 4 febbraio 2007 6 Per una corretta concezione della laicità dello Stato cf Mons. G. Crepaldi, Stato laico e missione della Chiesa, Conferenza di apertura della IV Settimana Sociale dei cattolici di Cuba 24-27 giugno 1999, in "La Società" 10 (2000) 1, pp. 17-27. 14
|
01/06/2007
Scienza, tecnica e nuove forme della produzione
(Cosmopolis (on line))
Scienza, tecnica e nuove forme della produzione
Enzo Rullani
1. Tecnica e complessità: i due registri (dissonanti) della modernità
Se c'è una cosa che più di altro segna la nostra epoca e il futuro che abbiamo di fronte è l'inarrestabile crescita della complessità, ossia della varietà (nello spazio), della variabilità (nel tempo) e dell'indeterminazione (nelle leggi causali) del mondo
05/06/2008
Notiziario2-08.pdf
(CEI)
Vie e forme della teologia cristiana, Queriniana, Brescia 2001. S. Morandini, Nel tempo dell'ecologia. Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999. Il tempo sarà bello. Fondamenti etico-teologici per nuovi stili di vita, EMI, Bologna 2003. SEMINARIO DI STUDIO: PER UNA TEOLOGIA DEL CREATO
09/06/2004
Notziario1-04.pdf
(CEI)
MORANDINI, Nel tempo dell'ecologia. Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999; D.T. HESSEL, R. RADFORD RUETHER (a cura), Christianity and Ecology. Seeking the Well-Being of Earth and Humans, Harvard University Press, Cambridge, Massachussets, 2001;
09/06/2004
Notziario1-04.pdf
(CEI)
MORANDINI, Nel tempo dell'ecologia. Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999; D.T. HESSEL, R. RADFORD RUETHER (a cura), Christianity and Ecology. Seeking the Well-Being of Earth and Humans, Harvard University Press, Cambridge, Massachussets, 2001;
17/04/2007
Vittorio Cotesta - Religione, diritti umani e conflitti politici. Il significato dell'11 settembre 2001
(Società Italiana di Filosofia Politica)
Religione, diritti umani e conflitti politici
La distruzione delle Torri gemelle
a New York costituisce un punto di svolta nei rapporti tra mondo islamico e
occidente. Per la prima volta dopo Pearl Harbor gli Stati Uniti d'America sono
attaccati sul loro suolo con un'azione di guerra. Proprio nel momento del
trionfo del modo di vita americano, dieci anni dopo il crollo dell'Unione
sovietica, gli Stati Uniti si ritrovano dentro casa la minaccia che avevano a
lungo tenuto lontano dal proprio territorio.
|