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Dialoghi.info intervista il Prof. Franco G. Brambilla Visualizza il documento originale
Documento del: 01/06/2006
Fonte: Dialoghi.info
Autore: Simone Esposito (a cura di)
Dialoghi.info intervista il Prof. Franco G. Brambilla

a cura di Simone Esposito

"La vocazione formativa dell'AC

raccomanda una formazione che abbia una forte armatura spirituale, che sappia rinnovarsi ai fondamentali della vita battesimale."

Si avvicina a grandi passi il IV convegno ecclesiale nazionale di Verona che si svolgerà nella città veneta in ottobre: Dialoghi.info ne parla con il prof. Franco Giulio Brambilla , sacerdote milanese, docente di Cristologia e Antropologia Teologica alla Facoltà Teologica

dell Italia Settentrionale;

direttore della Sezione parallela del Seminario arcivescovile di Milano in

Venegono (Va), dove insegna anche Antropologia Teologica, e che è stato scelto dal comitato organizzatore come relatore di apertura del convegno.

Professor Brambilla, la Chiesa italiana arriva a Verona a sei anni da "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia", gli orientamenti pastorali del primo decennio del 2000. A che punto siamo del percorso tracciato da quel testo?

Credo che si possa dire che a sua volta "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia" era l'erede del lungo cammino che la Chiesa italiana ha fatto in questi trent'anni e che potremmo articolare attorno a tre scelte fondamentali: il primato dell'evangelizzazione, la forma ecclesiale comunitaria in cui si realizza questo primato e il metodo di conversione pastorale, di discernimento pastorale comunitario con cui questa coscienza ecclesiale si traduce poi nel ripensare i linguaggi, i gesti, le istituzioni della Chiesa. Queste tre scelte trovavano nel testo un'edizione rinnovata, un rilancio da ripensare nel decennio

che apriva questa nuova fase della Chiesa italiana.

Dentro questo contesto i gesti fatti in questi primi sei anni, che hanno visto apparire i temi del primo annuncio del Vangelo, dell'iniziazione cristiana, del volto missionario delle parrocchie, davano a queste tre scelte una traduzione particolare in termini missionari ed è in questo contesto che si colloca il convegno di Verona: la vetrina, potremmo dire così, della Chiesa italiana, il suo slancio verso la società e verso la situazione che sta vivendo oggi l'Italia. Queste scelte pastorali della Chiesa vogliono trovare un risvolto sociale, un risvolto di presenza culturale e spirituale nella vita delle persone, degli italiani.

Qual è il significato più specifico del convegno di Verona?

E' quello di riprendere il tema indicato da "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia" con l'accento sul tema della speranza, che rappresenta a un tempo un elemento di continuità ed uno di novità rispetto al cammino fatto in questi 30-40 anni dopo il Concilio. L'accento di continuità è quello che riprende il filo rosso della Chiesa italiana nelle tre scelte che ho ricordato precedentemente, quello di novità invece è la sintesi attorno al tema della speranza, anzi del cristiano come testimone della speranza; e questo accento di novità ci consente di mostrare il lato escatologico del Vangelo, quel momento cioè per il quale il Vangelo non dice solo la sua presenza nel mondo, ma anche la differenza cristiana.

Lei, intervenendo al convegno naz dell'AC "disegni di speranza"che si è tenuto proprio a Verona il 29 aprile scorso, ha lanciato tre sfide all'associazione.

"Con tutto il ventaglio delle stagioni della vita gli uomini e le donne di Azione Cattolica possono diventare il luogo di un esercizio vivo del cristianesimo per questo nuovo racconto della speranza"

E' attorno a questa idea forte della speranza cristiana che ha il suo volto, anzi la sua figura concreta in Cristo risorto (per noi la speranza non è solo l'aldilà o l'oltre delle cose, ma ha la sua figura concreta nella Resurrezione di Gesù) che si collocano le tre sfide che ho lanciato così, proseguendo i temi e le scelte della Chiesa italiana indicati per l'Ac. Sono la vocazione formativa, la vocazione sinodale e la vocazione secolare dell'Azione cattolica.

La vocazione formativa dell'AC raccomanda una formazione che abbia una forte armatura spirituale, che sappia rinnovarsi ai fondamentali della vita battesimale, così che il nome cattolico non sia solo il nome di un'appartenenza

anagrafica, ma sia il luogo dove noi ci andiamo ad alimentare, che rispolveri, riscopra la bellezza della fonte, della radice battesimale, ma intesa non tanto come una cosa remota, ma come qualcosa che ci mette nel contesto della Storia. Questa radice va indotta nella sua caratteristica, come dice peraltro la traccia di riflessione di Verona, "drammatica", come una libertà che si mette in gioco. Bisogna ritornare nelle diocesi e nelle parrocchie ad essere gli annunciatori premurosi e tenaci della necessità insopprimibile di formare credenti solidi, storie di vita cristiana che possano dire "io ho visto il Signore". Ecco, questa, che è forse la tradizione più certa per l'Ac, è la prima sfida che io proponevo.

La seconda sfida è quella che potremmo chiamare la vocazione sinodale dell'AC. Mai forse come oggi il laico deve partecipare al carattere corale, sinfonico della testimonianza della Chiesa, deve parlare i molti linguaggi della testimonianza, non può più pensarsi come un credente isolato, come un profeta scartato rispetto alla comunità locale. Magari sarà un pioniere, ma un pioniere che è capace di far da battistrada, capace di trascinare dietro di sé le comunità credenti. È questo, secondo me, la seconda vocazione dell'Ac oggi: il credente di Ac è l'uomo della sinodalità, capace di camminare insieme, come dice appunto l'espressione syn

odòs , per aprire strade comuni. E' necessario sognare una Chiesa abitata da persone che facciano uscire il laicato dall'essere semplice collaboratore dell'apostolato gerarchico per diventare corresponsabile di una comune passione evangelica. Ecco, quest'espressione forte dev'essere ritrovata dentro il contesto della vita quotidiana. E' una cosa che non sono riuscito a dire a Verona, ma guardando le mille e trecento persone presenti dicevo: basterebbe che ciascuno di noi tornando a casa riprendesse la sfida di ridire dentro le nostre comunità questo volto comunionale della Chiesa. Basterebbe solo questo e il passo in avanti richiesto da Verona sarebbe già fatto.

E infine la terza sfida, quella che chiamavo il "genio cristiano" dell'Ac: la vocazione, potremmo tradurre, secolare. Con tutto il ventaglio delle stagioni della vita gli uomini e le donne di Azione Cattolica possono diventare il luogo di un esercizio vivo del cristianesimo per questo nuovo racconto della speranza. Ecco, quest'idea che il cristianesimo è un esercizio, è una libertà in gioco dentro gli spazi della vita, anche questo appartiene alla tradizione più sicura dell'Ac: interpretare gli spazi della vita come luogo dell'Evangelo. Non è semplicemente un Vangelo che si traduce in pratica in un mondo che ne sarebbe semplicemente il teatro passivo, ma un Vangelo che si mette nel mondo, assume i linguaggi del mondo, per farvi esplodere la novità cristiana con il tratto specifico della speranza che Egli è risorto.

Dialoghi, la rivista:

n.3 - anno IV, settembre 2006

L'infinito nel quotidiano

Libri:

Luigi

Alici

La via della speranza

(Ed. AVE )

Ci sono molti modi di incontrarsi sulla via della speranza. Questo libro ne suggerisce alcuni, sulla base di tre approcci: l'analisi culturale, l'impegno pastorale, il racconto di esperienze di vita quotidiana.

Dialoghi.info è un progetto dell' Azione Cattolica Italiana

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