|
|
Due domande a... prof. Giuseppe Savagnone
Documento del: 19/10/2006
Fonte:
Dialoghi.info
Autore: Uffio Stampa A.C.I.
Due domande a...
prof. Giuseppe Savagnone, membro del Forum della Cei per il Progetto Culturale
a cura dell'Ufficio Stampa A.C.I.
Da Palermo a Verona, quale percorso e quali novità si aprono alla vita della Chiesa italiana?
Palermo è stato il convegno del Progetto Culturale. Un convegno in cui si è messo a fuoco l'idea che la Carità non è soltanto dare pane ai poveri, ma anche dare senso e verità a una società occidentale che ciò sta smarrendo in modo drammatico. Con Verona si fa un altro passo avanti: puntando sulla speranza, esso si innesta sul precedente convegno, ne sottolinea la prospettiva di futuro che sempre c'è in un discorso culturale autentico.
La Chiesa si trova di fronte a un mondo che sta cambiando profondamente, e sente il bisogno di dire una parola profetica. La speranza è il futuro, la speranza significa ciò che ancora non esiste ma che per noi è importante perché un giorno esisterà. E noi saremo tra coloro che lo costruiranno questo futuro.
Da Palermo a Verona, non si abbandona il Progetto Culturale, piuttosto - come ci ricordava nella prolusione il card Tettamanzi - si apre una stagione nuova, che innanzitutto significa un maggiore coinvolgimento delle comunità. Soprattutto delle realtà parrocchiali. Perché il Progetto Culturale non resti un discorso di vertice ma diventi carne viva della Chiesa.
La speranza è una chiave di lettura importante per far capire l'attualità del discorso culturale. È tempo di incarnare il Progetto Culturale. Nella prospettiva di un futuro che ormai bussa alle porte, di un appuntamento a cui non possiamo mancare perché decisivo. Tra dieci anni potrebbe essere tardi.
Nella sua prolusione ai lavori del convegno, il card. Tettamanzi fa una serie di riferimenti al Concilio e al magistero di Paolo VI che in vario modo hanno sorpreso giornalisti e delegati. Lei come interpreta questi richiami. È un "necessario" passo indietro o un guardare avanti?
Anche durante i lavori dell'Aula, ieri mattina, c'è stato un riferimento al pontificato di Papa Montini che ha richiamato molti applausi. Vorrei dire che Paolo VI, oggi più che mai, viene sentito come un papa che ha dato un insegnamento di grande attualità che molto ha a che fare con la laicità.
Mentre Papa Wojtyla durante il suo straordinario pontificato ha insistito più sull'unità tra fede e cultura, tra principi teorici e impegno dei laici, che non sulle distinzioni, le differenze (e ciò ha prodotto come effetto collaterale, non voluto dal papa ma purtroppo verificatosi, una certa tendenza alla confusione anche dei piani, con una conseguente diminuzione, in questi anni, della carica della laicità nell'azione politica e culturale dei cattolici), il magistero di Paolo VI - ricordiamolo, discepolo di Maritain, a sua volta discepolo di San Tommaso - mette il tema del "distinguere" in evidenza rispetto a quello dell'"unire": l'idea è che non si possano unire concettualmente i piani se prima non si è analizzata la realtà e non si sono fatte le necessarie distinzioni.
Questo spesso è stato di fatto perduto. Di fatto queste distinzioni nella pratica della vita ecclesiale sono state messe in secondo piano; c'è stata molta unità, ma un'unità pericolosa per la laicità, perché la laicità ha bisogno delle distinzioni, ha bisogno del riconoscimento dei limiti. Dove limite non vuol dire separazione. Distinguere non vuol dire separare, come qualcuno, fraintendendo il pensiero di Maritain, ha creduto. Imputando al filosofo una separazione tra mondo della fede e mondo della politica, tra mondo del vangelo e mondo della cultura mai enunciata. È un equivoco drammatico. Maritain, sulla scia di San Tommaso, distingue ma non separa.
Distinguere serve a percepire meglio il senso dell'unità. Perché l'unità si gioca sul fatto che le diversità entrano in comunicazione come una ricchezza. Perciò io trovo appropriato il riferimento a Paolo VI. Ripeto, non in alternativa a Giovanni Paolo II, ma come l'esigenza fisiologica di una Chiesa che oggi, proprio grazie al potente impulso di papa Wojtyla, deve affrontare problemi specifici che richiedono analisi e percezione delle differenze.
Dialoghi, la rivista:
n.3 - anno IV, settembre 2006
L'infinito nel quotidiano
Libri:
Luigi
Alici
La via della speranza
(Ed. AVE )
Ci sono molti modi di incontrarsi sulla via della speranza. Questo libro ne suggerisce alcuni, sulla base di tre approcci: l'analisi culturale, l'impegno pastorale, il racconto di esperienze di vita quotidiana.
Dialoghi.info è un progetto dell' Azione Cattolica Italiana
i contenuti sono rilasciati sotto licenza CC | crediti
|
31/10/2006
La lezione di Paolo VI
(Segno nel Mondo)
il magistero di Paolo VI ricordiamolo, discepolo di Maritain, a sua volta discepolo di San Tommaso mette il tema del distinguere in evidenza rispetto a quello dell'unire: l'idea è che non si possano unire concettualmente i piani fede e cultura se prima non si è analizzata la realtà e non si sono fatte le necessarie distinzioni.
01/03/2010
Jacques Maritain. Tra pensiero e preghiera
(Dialoghi)
Questo intenso ritratto di Jacques Maritain lo dobbiamo a Paolo VI, che ricordava così il filosofo francese all'indomani della morte, avvenuta il 28 aprile 1973. Con poche ma incisive espressioni Papa Montini volle quasi sigillare l'appartenenza di Maritain alla tradizione cattolica.
25/07/2006
ATTI.doc
(CEI)
Notiziario n. 16
Luglio 2006
Indice
Presentazione
Mons. Carlo Mazza Pag. 4
Programma "" 5
Saluti
S.E. Mons. Lorenzo Chiarinelli "" 8
Dr. Giancarlo Gabbianelli "" 9
Situazione e prospettive della Pastorale del turismo
Mons. Carlo Mazza "" 12
Introduzione
S.E. Mons. Agostino Marchetto "" 17
Prima Relazione
""La Chiesa comunità del Risorto aperta alla missione nel vasto
mondo del turismo""
Mons.
25/07/2006
ATTI.doc
(CEI)
Notiziario n. 16
Luglio 2006
Indice
Presentazione
Mons. Carlo Mazza Pag.
31/10/2006
La lezione di Paolo VI
(Segno nel Mondo)
il magistero di Paolo VI ricordiamolo, discepolo di Maritain, a sua volta discepolo di San Tommaso mette il tema del distinguere in evidenza rispetto a quello dell'unire: l'idea è che non si possano unire concettualmente i piani fede e cultura se prima non si è analizzata la realtà e non si sono fatte le necessarie distinzioni.
01/03/2010
Jacques Maritain. Tra pensiero e preghiera
(Dialoghi)
Questo intenso ritratto di Jacques Maritain lo dobbiamo a Paolo VI, che ricordava così il filosofo francese all'indomani della morte, avvenuta il 28 aprile 1973. Con poche ma incisive espressioni Papa Montini volle quasi sigillare l'appartenenza di Maritain alla tradizione cattolica.
10/10/2006
phil26.doc
(Giovanni Grandi)
Nel 1965 Papa Montini gli consegna il Messaggio dei Padri conciliari agli intellettuali. Nel 1966 pubblica ""Il contadino della Garonna"" sul concilio e sul dopo-concilio, e il libro pone Maritain al centro di rinnovate polemiche. Nel 1970 entra a far parte dei Piccoli Fratelli di Gesù.
01/06/2004
Teoria della conoscenza.
Indagine introno al sapere (dell'uomo).
(Giovanni Grandi)
contrario fosse semplicemente equivoco (puramente molteplice), sarebbe come sparpagliato in tutte le cose, ma senza la possibilità di rintracciare un'unità di fondo, il che in realtà annullerebbe ogni possibilità di conoscenza e di parola: non saremmo in grado a questo punto neppure di concepire gli universali, perché non avremmo alcun appoggio per stabilire una parentela tra le cose (
01/06/2005
Antropologia filosofica.
(Giovanni Grandi)
Scrive Maritain: ""L'esperienza del Sé sopra-fenomenico - esperienza non concettualmente formulata, ma praticamente vissuta dall'intelletto - è il dato fondamentale, la roccaforte della coscienza spontanea"". Ora, che cos'è che dura? Non si tratta evidentemente di qualcosa che si riduce alla fisiologia, anche se certamente il Sé ha bisogno di un supporto fisiologico.
|