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«Educazione: il cantiere della speranza» Visualizza il documento originale
Documento del: 10/10/2006
Fonte: servizio rassegna stampa
Autore: Giorgio Bernardelli
L’INTERVISTA
Il vescovo Diego Coletti, presidente della Commissione Cei per la scuola e l’università, commenta la dimensione formativa del tema scelto per il Convegno ecclesiale «Solo se avremo una voglia matta di consegnare alle nuove generazioni motivi belli, convincenti e liberanti per vivere, saremo davvero cristiani»

«Educazione: il cantiere della speranza»

«In un mondo paralizzato dalla paura, dobbiamo proporre a tutti i valori che abbiamo ricevuto. Senza arroganza, ma con la fierezza di chi può offrire qualcosa di più grande di un appiattimento su una cultura che rimuove i perché»

Di Giorgio Bernardelli

(Avvenire, 10 ottobre 2006)

C'è un invito «trasversale» che ritorna in questa vigilia del Convegno ecclesiale di Verona. La consapevolezza di un nodo importante, quasi una premessa per essere davvero - come recita il tema dell'appuntamento di Verona - «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo». Che si parli di affetti, di cittadinanza, o di attenzione alle fragilità, emerge sempre con forza l'importanza della dimensione educativa. Come mai? E come raccogliere davvero nel confronto ormai alle porte questa sfida? Ci aiuta nella riflessione il vescovo di Livorno Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione, la scuola e l'università.
«La preoccupazione per l'emergenza educativa - commenta monsignor Coletti - è comparsa almeno tre volte anche nell'ultima prolusione del cardinale Ruini al Consiglio permanente della Cei. In termini certo non allarmati, ma molto seri. Perché è un tema che oggi ci sta così a cuore? Io credo che, da un lato, ne va della saldatura tra la fede e la vita; saldatura assolutamente necessaria se vogliamo che la speranza diventi qualcosa di più di una vaga ipotesi di miglioramento del futuro. E, dall'altro lato, perché solo così i singoli cristiani possono offrire al mondo intero tutta una serie di valori che altrimenti la nostra cultura rischia di perdere, appiattita com'è su certe forme che trasformano l'educazione in un addestramento o in una trasmissione soltanto di notizie (più o meno scientificamente o tecnicamente corrette) su come vanno le cose, senza però mai domandarsi il perché».
Proprio a questa saldatura tra fede e vita guardavano i cinque ambiti della Traccia di riflessione verso Verona. Un esperimento riuscito?
«L'impressione è che questa scansione dei cinque ambiti sia stata trovata dalle diocesi particolarmente congeniale proprio in rapporto a questa connessione tra l'annuncio della speranza e la sua concretezza poi nei vari ambiti della vita. Ora si tratterà di non fermarci a un dialogo sui massimi sistemi, ma di farlo entr are nelle pieghe concrete della vita. Ed è bene ricordare che dal punto di vista educativo non è importante solo il quarto ambito (quello della trasmissione o tradizione dei valori) ma sono importanti tutti e cinque. Perché soltanto un processo educativo degno di questo nome, che non rinunci a trasmettere passioni, ideali e valori grandi, può permettere la crescita di un'umanità capace di affetti e relazioni vere tra le persone, capace di un utilizzo del tempo che non sia un drammatico rimpallo tra il consumo e la produzione, o l'accudimento vero delle fragilità umane o la partecipazione alla cittadinanza attiva»
Nella riflessione verso Verona è tornato spesso il ritornello sull'importanza della formazione. Come dargli concretezza?
«Credo che innanzi tutto bisognerà fare ogni sforzo perché la famiglia torni a essere luogo in cui le nuove generazioni trovano abbondanza di indicazioni di valore, passioni positive. L'impressione (non per colpa di qualcuno in particolare ma per una situazione generale di stili di vita) è invece quella di un mondo adulto in grave imbarazzo nei confronti della trasmissione dei valori, soprattutto ai preadolescenti e agli adolescenti. Oltre alla famiglia, poi, penso alla scuola, anch'essa a detta degli stessi operatori in una condizione di grave difficoltà. Come comunità cristiana ci deve stare a cuore tutta la scuola e il suo problema fondamentale oggi, che è l'isolamento. Rischiamo davvero una specie di paralisi educativa, dovuta anche a una falsa concezione della laicità. Perché abbassare tutti i profili e cancellare tutte le identità forti, non porta alla pace universale ma soltanto a un grande deserto culturale. Senza dimenticare i mass-media, con le loro potenzialità immense ma anche il rischio sempre più evidente di rendere la cultura obesa di informazioni e incapace di discernimento».
Ha indicato tre soggetti sui quali, nei discorsi che si sentono in giro, le speranze non abbondano...
«Credo che dipenda dal prevalere nella cul tura dell'Occidente di una sorta di paura. Più volte il Papa ha parlato di una tendenza al suicidio culturale. Noi dobbiamo sostituire a questa paura non l'arroganza, ma una sana fierezza. Una coscienza della grandezza dei valori che possiamo offrire al mondo intero. Valori da coltivare non in contrapposizione a qualcun altro (penso ad esempio al dialogo con l'islam), ma per aiutare ogni uomo di questo pianeta, se vuole e ne è persuaso, ad accoglierli. Sono infatti valori che abbiamo ricevuto non a nostro uso e consumo, ma per tutti. Perché se la speranza di cui parleremo a Verona fosse solo qualcosa per noi, tutto potrebbe essere tranne che una speranza cristiana. Deve essere un progetto, un impegno, una mobilitazione attiva delle nostre forze perché ci sia speranza per tutti e soprattutto per coloro che oggi hanno più bisogno di un orizzonte di speranza. Perché là dove manca la speranza non c'è calma piatta. C'è disperazione, che produce paura, che a sua volta genera violenza».
Impegno grande. Ma da dove cominciare?
«A me torna in mente soprattutto una rinnovata passione educativa. Soltanto se avremo una voglia matta di consegnare alle nuove generazioni e a chiunque ci chiede ragione della speranza che è in noi dei motivi belli, convincenti, liberanti per vivere, per soffrire, al limite anche per morire, possiamo rispondere davvero alla nostra vocazione di cristiani».
Se dovesse dare un consiglio a un delegato che si prepara a partire per Verona, che cosa gli direbbe?
«Anzitutto raccomanderei di non aspettarsi dal Convegno più di quanto un Convegno può dare. Se no si resta delusi, ci si lamenta, si pensa che si sia sprecato tempo ed energia. Invece no: il Convegno ha una sua misura, limitata ma secondo me ugualmente importante, come occasione di dialogo, di scambio, di risveglio. E poi vorrei raccomandare di guardare al Convegno soprattutto a partire dal giorno dopo, quando si dovrà tornare nella propria diocesi preoccupati di favorire la ricaduta dei temi af frontati. Passo sempre impegnativo. Certo è difficile individuare i meccanismi causa-effetto: dubito che potremo dire "questa iniziativa è nata a Verona". Però anche dopo una buona pioggia non si può mai sapere qual è stato l'acquazzone o la goccia che ha fatto crescere un determinato fiore. Ma si sa che è stata la stagione in cui ci siamo preoccupati di far piovere, che ha creato i fiori e i frutti. Ecco, mi piacerebbe che di Verona si potesse dire questo».
Documenti correlati:

Documenti Chiesa 
06/12/2005 Not4-2005ott.pdf (CEI) Visualizza il documento originale
le sfide dell'educazione, la scuola Diego Coletti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 216 Da cattolici nell'attuale processo di riforma del sistema di istruzione e di formazione. Linee per il discernimento ecclesiale delle associazioni e dei soggetti Don Bruno Stenco .
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24/05/2006 311MARZO2006.pdf (CEI) Visualizza il documento originale
76 Intervento Diego Coletti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 83 LAVORI DI GRUPPO PER SOGGETTI Traccia per i DOCENTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 87 Sintesi a cura di Bruno Stenco . . .