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4º CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE Sintesi dei contributi delle Diocesi degli organismi e delle aggregazioni ecclesiali Visualizza il documento originale
Documento del: 06/10/2006
Fonte: CEI
Autore: C.E.I.
4º CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE
Sintesi dei contributi
delle Diocesi degli organismi e delle aggregazioni ecclesiali

4º CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE
Indice
Introduzione Prima parte: sul tema generale del Convegno Le fatiche e i nodi della testimonianza
Il tarlo dell'individualismo Il fascino della religione "fai da te" La sfida del secolarismo laicista e il rischio dell'autoreferenzialità Due involuzioni da evitare Vincere la tentazione dell'accidia Segni di speranza
Le direzioni da seguire a) Discernimento ecclesiale e modelli culturali
Nuovi modelli culturali ispirati al Vangelo Educare al discernimento Uno stile sinodale La testimonianza della comunione Un nuovo paradigma antropologico
b) Una fede adulta: tra contemplazione e impegno nel mondo
Seri cammini di fede La "conversione pastorale" non è ancora compiuta Uno sguardo contemplativo Ripensare l'iniziazione cristiana Una fede pensata Libertà e profezia Una spiritualità della gioia
Le scelte di fondo della testimonianza
La centralità della persona La scelta della parrocchia, per una nuova creatività pastorale La qualità evangelica delle relazioni Il rinnovamento dei percorsi dell'educazione alla fede Il ruolo attivo della famiglia Un annuncio integrale La corresponsabilità laicale Una nuova coscienza vocazionale Il bisogno di essenzialità La via della povertà, dell'alterità e della bellezza
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Un modo più evangelico di vivere la festa Le opportunità della religiosità popolare Stili di vita alternativi L'ecumenismo e il dialogo interreligioso La carità rende credibile la testimonianza Una cultura della "rete" e la "pastorale integrata" La santità è la prima testimonianza La storia e la geografia della santità Il profilo del testimone
Seconda parte: contenuti degli ambiti Vita affettiva Analisi
Le trasformazioni culturali Tra analfabetismo affettivo e bisogno di relazioni profonde Forza e debolezza della famiglia Segni di speranza ed esperienze in atto
Prospettive
La via delle relazioni Rinnovare i linguaggi dell'annuncio Famiglia e Chiesa: una relazione incompiuta Un'emergenza educativa
Proposte
Una Chiesa accogliente, luogo di relazioni fraterne e casa dell'amicizia Una Chiesa che sa accompagnare Una Chiesa che investe sulla formazione Una Chiesa dove la famiglia è protagonista Una Chiesa capace di "fare cultura"
Lavoro e festa Analisi
Il lavoro nell'epoca post-industriale e globale Chiesa e lavoro: un'attenzione che deve crescere La domenica, questione decisiva Nodi problematici Segni di speranza
Prospettive e proposte
La riscoperta dell'etica sociale Ritrovare il valore della domenica per umanizzare il tempo
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Fragilità umana Analisi
La fragilità negata: una vita oltre i limiti Tra vecchie e nuove fragilità Una pastorale fragile La fragilità redenta: segni di speranza
Prospettive
Contemplare il mistero della croce ed evangelizzare la fragilità Speranza e carità La persona al centro dell'azione della Chiesa Condivisione e profezia Fragilità e grandezza dell'uomo: la sfida educativa
Proposte
Verso la fragilità della malattia Verso la fragilità delle relazioni interpersonali Verso la fragilità delle giovani generazioni Verso la fragilità della famiglia Verso la fragilità della disabilità Verso la fragilità dell'esperienza del lutto Verso la fragilità educativa Verso la fragilità delle città Verso la fragilità dei migranti Verso la fragilità dei carcerati
Tradizione Analisi
Il significato di Tradizione: urgenza di un chiarimento Un uomo senza fondamenta Tra disorientamento e chiusura nel presente Comunicare la fede nella società secolarizzata: difficoltà e priorità
Temi di fondo
La Tradizione invoca il testimone: il nodo della cultura La conversione necessaria: ricentrarsi sull'essenziale Un processo formativo integrale Lo stile della comunicazione: identità e dialogo La storia della santità Ascoltare i segni dei tempi
Prospettive
Programmare la santità cristiana La Chiesa è resa credibile dall'amore Processi di purificazione Tradizione e tradizioni
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Stile di comunione e pastorale integrata Un rinnovamento continuo della catechesi Una pastorale integrata tra comunità cristiana, istituzioni culturali e formative, mezzi della comunicazione Un modello educativo "alternativo" La formazione teologica
Proposte Cittadinanza Analisi
Un concetto ampio Cittadinanza locale e globale Elaborare un'identità del cittadino Alcune tentazioni da superare Nodi problematici Segni di speranza
Prospettive Proposte Appendice Elenco dei contributi pervenuti in preparazione al Convegno
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Contributi pervenuti dalle diocesi Contributi pervenuti da organismi, uffici pastorali, associazioni, movimenti, gruppi e istituzioni a carattere nazionale
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Introduzione
Dalla pubblicazione della Traccia di riflessione alla celebrazione del Convegno è trascorso oltre un anno. Si è trattato di un tempo dedicato alla preparazione spirituale e all'approfondimento dei temi indicati nel documento, all'ascolto e alla contemplazione, come la stessa Traccia invitava a fare. Soprattutto, ci si è messi alla ricerca dei segni di speranza presenti nel mondo e nella Chiesa di oggi e delle esperienze che più efficacemente rendono visibile la novità di vita che scaturisce dall'incontro personale e comunitario con il Risorto. In molte Chiese locali, la preparazione del Convegno ecclesiale è stata inserita nell'ordinario cammino pastorale, cui ha dato un'intonazione particolare e nuovi orizzonti di comunione e di missione. In non pochi casi, si è rivelata anche un'occasione di verifica e progettazione della propria esperienza ecclesiale. Se l'accoglienza delle proposte legate alla preparazione del Convegno è stata generalmente buona, con un diffuso e ampio coinvolgimento delle diverse realtà ecclesiali, è andata via via crescendo la sensibilizzazione dei fedeli, per cui ci si è serviti di luoghi e momenti consueti e anche di iniziative straordinarie di vario genere (spirituale, artistico, culturale, catechistico, mediatico ecc.). A favorire la riflessione e l'attesa del Convegno è stato il percorso itinerante nazionale, che ha portato in cinque città italiane (Palermo, Terni, Novara, Arezzo, Rimini) l'approfondimento degli ambiti della testimonianza e l'annuncio della speranza cristiana. Di tutto il lavoro fatto, le relazioni delle diocesi e delle regioni mettono in luce, oltre alle fatiche incontrate, alcuni elementi particolarmente preziosi: lo stile di comunione e il clima di fiducia, che già appare come una testimonianza di sicura speranza per il futuro; la diffusa convergenza sulle principali scelte e orientamenti emersi nel corso del lavoro; l'apprezzamento per l'approccio esistenziale del tema e la conseguente impostazione della riflessione, trasversale rispetto ai consueti settori della pastorale. Ne emerge il volto di una Chiesa consapevole di dover alimentare la propria spinta missionaria, incamminata sulla via della comunione, sempre più attenta alla dimensione culturale della fede e alle sfide che toccano oggi la stessa identità dell'uomo. Frutto di questo abbondante lavoro sono i contributi giunti alla segreteria del Convegno, che si è avvalsa delle relazioni delle diocesi, delle sintesi operate dai coordinamenti regionali, degli elaborati di alcuni organismi nazionali, di altri interventi offerti dalle aggregazioni laicali, da altre realtà e gruppi, compresi alcuni contributi inviati a titolo personale. Anche i giornali e le riviste ecclesiali, gli altri media e le case editrici cattoliche hanno fatto la loro parte, attraverso una produzione vastissima di articoli e
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pubblicazioni sui temi del Convegno. Tutto il materiale pervenuto è stato fatto oggetto di studio e sintetizzato nel presente testo, che segue lo schema adottato anche a livello locale: osservazioni sulla prospettiva generale del Convegno e quindi sugli ambiti della testimonianza, evidenziando per ciascuno gli elementi di analisi, le prospettive emergenti, le proposte pastorali concrete. Si tratta di una fotografia della Chiesa in Italia sotto il profilo della testimonianza, che viene consegnata ai relatori e soprattutto ai singoli convegnisti, affinché nelle giornate veronesi possa confluire tutta la ricchezza del cammino percorso in questi primi anni del nuovo millennio, per "comunicare il Vangelo in un mondo che cambia".
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Sul tema generale del Convegno
I contributi delle diocesi e degli organismi ecclesiali, prima di inserire proposte e indicazioni relative agli ambiti della testimonianza, in molti casi si soffermano a riflettere sul tema generale del Convegno, spesso accompagnando le prospettive individuate con un generale "esame di coscienza" sulla qualità della testimonianza nel proprio vissuto ecclesiale. Alle "direzioni da seguire", contenenti le scelte su cui maggiormente converge la riflessione, è dunque importante premettere il riconoscimento di quanto, dall'interno o dall'esterno della vita ecclesiale, indebolisce la testimonianza dei fedeli e delle comunità. Le fatiche e i nodi della testimonianza Le condizioni del nostro tempo incidono sul modo di vivere la fede e di proporla. Nasce da qui la fatica di una dialettica culturale che consenta la crescita della fede e la percezione della sua bellezza, dentro (e non nonostante) i processi culturali in atto, incidendo nella mentalità e nei comportamenti della gente. Il quadro di analisi risulta omogeneo in tutte le Chiese locali sparse nel territorio italiano: i flussi culturali tendono d'altra parte a globalizzarsi, schiacciando ogni forma di singolarità nella percezione di sé e della realtà. A questi livelli, la cultura è come l'aria che si respira. Così, nel tempo definito "del rischio e dell'incertezza", del "pensiero debole" o anche della "coscienza infranta", la stessa domanda di senso -- cui corrisponde la risposta della fede -- è indebolita nel frastuono di "non-risposte" mondane, cercate con bramosia e nel bisogno di una soddisfazione immediata "qui e ora". Massificazione e individualismo vanno di pari passo, mentre le Chiese non sempre riescono a offrire percorsi di maturazione in cui la persona è esaltata nella sua dignità di soggetto in relazione, cioè nella sua vocazione alla solidarietà, alla compagnia, alla cooperazione. Il tarlo dell'individualismo L'individualismo, in particolare, scava le coscienze e le mette in competizione a ogni livello, penetrando surrettiziamente anche nell'esperienza ecclesiale e costituendo quasi un diaframma insuperabile rispetto alla testimonianza da rendere al Vangelo che, invece, esige di camminare insieme, nel reciproco aiuto, nella mutua accettazione, collaborando con creatività a progetti aperti al futuro, cioè capaci di integrare i diritti delle generazioni future. Il rischio è che anche la fede venga vissuta come "gioco individualistico", a proprio uso e consumo, per la soddisfazione dei propri bisogni, sentiti come assoluti e insindacabili
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quanto più vengono percepiti come diritti individuali. Si insinua per questa via una sorta di schizofrenia religiosa che consente di vivere anche momenti forti di preghiera e di liturgia e, a un tempo, di compiere quella "apostasia silenziosa" evidente nelle tante contraddizioni della vita di molti praticanti. Anche l'appartenenza ecclesiale risulta sfilacciata, mentre si impoverisce il senso dell'oggettività salvifica dei sacramenti e anche il significato autentico del Magistero nella Chiesa: si accolgono così solo alcune delle verità del cristianesimo, intese per altro in modo del tutto soggettivo, senza considerarne lo spessore morale, non solo in campo di etica sessuale, ma anche nell'ambito dell'etica sociale e politica. Il rischio che la fede resti un "fatto privato" è altissimo, per l'incapacità di confrontarsi con la vita e la storia: consuetudini religiose e tradizioni irrigidite diventano palliativi di una fede immobile che non si traduce in gesti concreti di amore e di comunione e vanno a incrementare quel dramma del cattolicesimo -- ben identificato dagli ultimi pontefici -- della separazione tra fede e vita, tra Vangelo e cultura. La comunità cristiana, pressata da queste spinte individualistiche, fatica così a maturare una coscienza ecclesiale, che tanto più appare indispensabile per una autentica testimonianza cristiana nel mondo. Il fascino della religione "fai da te" Il secolarismo, che è una perversione del processo di secolarizzazione, ha fatto emergere una cultura della superficialità e dell'effimero. Essa pervade, soprattutto attraverso i media, le generazioni più giovani e ostacola fortemente i tentativi pastorali di impostare e proporre percorsi seri di conversione di vita, dentro progetti di amicizia e di solidarietà duraturi e profondi. Il rischio è che, mentre si indeboliscono i tradizionali meccanismi di trasmissione della fede da una generazione all'altra, le proposte di formazione si adattino a questo clima culturale, che riduce la religione ad atmosfera: senza impegni, senza regole, senza dogmi e -- talvolta -- senza istituzioni di riferimento. Il consumismo tipico delle società altamente secolarizzate facilita il vissuto di una religione "fai da te", dove tutto è consumo (anche il rapporto con Dio), mentre l'educazione cristiana fatica a trovare motivi convincenti per esigere dalla libertà personale la partecipazione ai sacramenti, l'obbedienza ai comandamenti della fede e agli orientamenti etici che ne consentono la concretizzazione nella vita. Per questa via, la fede cristiana diventa sempre più marginale nella società e d'altra parte i cristiani faticano a comprenderne le conseguenze, sia per la testimonianza del Vangelo e sia per lo sviluppo umano della società. Ciò costituisce anche il motivo della fatica a comprendere il mondo contemporaneo, rispetto al quale risulta comunque disastroso e devastante per la testimonianza un duplice atteggiamento: quello apologetico della condanna inappellabile, che pone il credente "fuori dal mondo", e quello
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dell'accoglienza acritica di tanti aspetti della contemporaneità che sono in realtà solo deformazioni banalizzanti e riduttive dell'umanità. La sfida del secolarismo laicista e il rischio dell'autoreferenzialità Nel mutato scenario culturale è sempre più difficile che alla Chiesa sia riconosciuto quel ruolo centrale di socializzazione che un tempo possedeva e che costituiva una forza preziosa per la comunicazione e l'educazione della fede. La riduzione della presenza sociale della Chiesa, frutto anche di legittimi processi di secolarizzazione, pone i cristiani in una situazione imprevista, caratterizzata da una specie di "lacuna di sostegno" da parte del contesto sociale e civile. È una situazione da saper accogliere come una sfida che richiede una nuova fantasia pastorale, che spinga la comunità cristiana a ripensare se stessa e il proprio modo di operare. Capire questo è indispensabile per poter vivere una fede senza compromessi ed evitare i rischi verso cui spinge il secolarismo laicista. Proprio il laicismo pretende di relegare il cristianesimo nelle sagrestie e nel privato dei templi, denunciando come indebita ingerenza in campi non pertinenti alla fede l'impegno del cristiano nella sfera pubblica, sottraendo alla testimonianza della fede proprio quegli ambiti nei quali in modo più alto si decide delle modalità della convivenza civile e della vita stessa, dal suo inizio al suo tramonto: si pensi alle problematiche odierne legate alla bioetica, al matrimonio e alla famiglia. In questo contesto, numerosi sono i rischi per la fede e la vita della comunità cristiana: -- il rischio che la fede venga vissuta come intransigenza implacabile e il credente si renda incapace di dialogo e di convincimento, perdendo la speranza di "rendere ragione" del carattere vitale e vivificante del cristianesimo, ricadendo nel lamento accusatorio e rendendosi incapace di intercettare gli aspetti promettenti che rendono il nostro tempo un tempo opportuno per l'annuncio del Vangelo; -- il rischio della chiusura in se stessi e dell'autoreferenzialità, che porta a "nutrire solo i già nutriti" e a proporre le solite cose ai soliti che ancora resistono nel recinto, mentre i "pascoli" sono disattesi e non abitati; -- il rischio di pensare a irrobustire la propria presenza nel mondo erigendo strutture e ingigantendo l'organizzazione, e scivolando in un attivismo che dimentica l'essenziale del cristianesimo e produce comunità impegnate a tenere in vita istituzioni e attività che appaiono sempre più fini a se stesse e che sembrano acquisire come obiettivo prevalente la propria sopravvivenza. La missione rischia di languire e con essa anche la visibilità di una Chiesa vicina alla gente, esperta in umanità, capace di dare speranza ai tanti sentieri interrotti della vita personale e comunitaria.
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Due involuzioni da evitare In questo panorama, c'è anche chi segnala il pericolo di alcune pericolose forme di involuzione ecclesiale, riconoscibili ad esempio in due fenomeni, speculari e convergenti nell'indebolire l'efficacia della testimonianza credente: quello del "clericalismo laicale" e quello del "laicismo clericale". Il primo rischia di rinchiudere i laici nelle mansioni del clero, evadendo le responsabilità tipiche della testimonianza cristiana nel mondo; il secondo porta il clero ad assumere ruoli organizzativi di tipo manageriale che deresponsabilizzano i fedeli laici nei loro impegni secolari, e li privano anche della guida spirituale e della formazione delle coscienze. Si comprende allora l'importanza di recuperare e attuare sempre meglio l'ecclesiologia di comunione del Vaticano II, affinché la Chiesa risplenda nel suo volto di corpo ben compaginato che, valorizzando i carismi e i ministeri di tutti, può compiere la propria missione nel mondo, realizzando la propria vocazione: l'annuncio del Regno di Dio e della sua giustizia, secondo la volontà di Dio per l'uomo comunicata in Gesù di Nazaret, perché tutti si sentano e vivano da fratelli, in comunione tra loro. Vincere la tentazione dell'accidia Pur nella condizione del "piccolo gregge" la comunità cristiana non esclude nessuno, valorizza le proprie risorse e opera le sue scelte nella prospettiva di continuare a evangelizzare con più ardore, di riprendere sempre nuovamente il lavoro pastorale senza stancarsi, esercitando la profezia di cui la dota il messaggio che porta al mondo e superando soprattutto l'accidia, che è "allentamento della tensione dell'anima, un senso di vuoto, noia e svogliatezza, spossatezza e ansietà del cuore" (Cassiano), vizio cui la potrebbero spingere le condizioni esasperatamente secolarizzate del tempo presente. La Chiesa confida nel Signore risorto, è animata da un speranza viva garantita dalla compagnia dello Spirito che la pone sempre in cammino e la spinge sempre avanti. Segni di speranza Fatiche e rischi non mancano, dunque. La Chiesa ne ha consapevolezza, come pure ha la certezza di avere in sé quanto nel tempo è necessario per attuare questa missione di comunione nella storia e rendere luminosa la speranza cristiana. I contributi lo mettono in risalto soprattutto dando spazio alle esperienze positive e alle numerose testimonianze del passato e del presente. Sono numerosi i segni di speranza individuati da tutti, nella direzione di percorsi significativi di vita cristiana, esempi di dedizione e di fedeltà al Vangelo, luoghi accoglienti e capaci di offrire risposte sia ai bisogni materiali che alle domande profonde di senso, sperimentazioni pastorali nel segno della comunione e della corresponsabilità, l'incremento della consapevolezza missionaria e della capacità di
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comunicazione con tutti i mezzi, proposte volte alla personalizzazione della fede e alla radicalità della vita cristiana, il fascino perdurante di forme di consacrazione antiche e nuove. Non si tratta -- si fa notare -- di un elenco da contrapporre alle debolezze e alle incoerenze dei credenti e delle comunità, né di semplici inviti all'ottimismo, quanto di riconoscere i segni di "vita risorta" che il Signore non manca di disseminare nella sua Chiesa oggi come sempre. È da questi doni e promesse, dalla forza della testimonianza vissuta -- per lo più nel nascondimento e non raramente fino al martirio -- che nascono le indicazioni delle vie da seguire per il futuro, insieme alla lode e all'invocazione rivolte al "primo testimone", il Signore Gesù, vivo e presente in mezzo ai suoi discepoli. Le direzioni da seguire a) Discernimento ecclesiale e modelli culturali Il discernimento ecclesiale è per se stesso un modello culturale importante e necessario per manifestare il volto sempre giovane della Chiesa. Testimoniare la speranza significa anzitutto "far apparire" e "mostrare" l'evento che ha dato speranza al mondo e alla storia dell'uomo. L'evento dell'amore di Dio riversatosi sull'umanità -- attraverso il Risorto dai morti -- assume forme concrete e precise: anzitutto quella della comunione di persone che, seguendo Gesù di Nazaret, in fedeltà a quanto hanno visto e sperimentato, si impegnano a comunicare con la vita e l'azione la loro "speranza viva", tutta riposta nel Signore risorto. L'esercizio del discernimento è pertanto una dimensione indispensabile della testimonianza che i contributi chiedono di promuovere con maggiore decisione e generosità nella prassi pastorale, anche come frutto di quella spiritualità di comunione indicata da Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte, espressiva dell'ecclesiologia di comunione del Concilio Vaticano II, che deve diventare "prassi ordinaria" delle comunità cristiane. Occorrerà inoltre riscoprire e meglio realizzare l'intera ricchezza di questo Concilio per la crescita di comunità cristiane missionarie, impegnate a vivere una fede adulta nelle vicende tortuose della storia e nelle possibilità dischiuse dai cambiamenti culturali di oggi. La strada è ancora lunga da percorrere, ma il cammino è iniziato e aperto. In quanto ecclesiale, il discernimento è manifestazione della fede. È pertanto misurato dal Vangelo, si compie come accoglienza, ascolto e meditazione della salvezza ottenuta in Cristo, i cui contenuti non sono una dottrina, benché la implichino, ma piuttosto un rinnovamento della vita, una trasformazione dell'esistenza. Il discernimento ecclesiale non è semplicemente una operazione teorica: è contemplazione della vita alla luce del Vangelo -- della sapienza che viene dall'alto -- per penetrare nelle profondità della storia umana e produrre stili di vita conformi al Vangelo, spesso alternativi a quelli della cultura diffusa e dell'ambiente circostante: stili fondati nella frequentazione assidua del Signore, radicati nei
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sacramenti della Chiesa, capaci di dare speranza ai fatti della vita quotidiana. Il Vangelo esige incarnazione nell'esistenza. Il discernimento delle forme concrete di questa incarnazione porta a immaginare modelli culturali atti a "guardare" l'uomo nella concretezza delle sue situazioni ordinarie e dei suoi bisogni più veri: nascita, vita, dolore, gioia, morte, affetti, relazioni umane, lavoro, impegno sociale, cura dell'altro. Nuovi modelli culturali ispirati al Vangelo La natura propria del discernimento ecclesiale impone una fantasia creativa di modelli culturali attraverso i quali il Vangelo ritorni a essere luce che illumina i passi concreti degli uomini, dove fortemente si stringe il rapporto tra rivelazione di Dio e fatti della vita: dal rispetto della vita umana al lavoro dignitoso per guadagnarsi il pane, dal sacrificio per mantenere unita la famiglia al desiderio di farsi carico delle tante fragilità presenti nel territorio, senza dimenticare di lasciarsi aiutare anche dalla bellezza dei luoghi naturali e dalla nobiltà della storia locale, allo scopo di esaltare la tensione alla trascendenza dell'uomo, il senso religioso della gente, l'attitudine alla contemplazione e anche la memoria della storia di santità che Dio ha compiuto nelle vicende singolari di tantissime comunità. Educare al discernimento Così, l'esercizio del discernimento ecclesiale porta alla promozione di modelli culturali ispirati al Vangelo e viceversa: la promozione dei modelli culturali ispirati al Vangelo implica l'esercizio ecclesiale del discernimento. Questo nesso appare inscindibile e prezioso, mentre più forte emerge l'urgenza che l'educazione al discernimento ecclesiale diventi una costante ineliminabile dell'azione formativa della Chiesa. È necessario, infatti, che si moltiplichino i luoghi in cui si ascolta e si dialoga, si cerchino insieme risposte, rompendo con la logica della comunicazione unidirezionale e aprendosi invece alla logica della partecipazione. Il discernimento ecclesiale, personale e comunitario, favorisce la vigilanza sul nostro modo di essere cristiani, esige il coraggio del confronto, della verifica e dell'apertura all'altro. Veri "avamposti della missione" e insostituibili luoghi di discernimento sono i media cattolici, diffusi capillarmente nel territorio e in feconda relazione con esso. Se i mezzi di comunicazione sociale sono spesso motivo di diffusione di una cultura estranea al Vangelo, essi sono anche -- già oggi -- soggetti attivi nel racconto e nell'interpretazione della realtà alla luce della fede. La sinergia tra i media ecclesiali è l'esempio di una cultura della collaborazione e della ricerca dei linguaggi più adatti per testimoniare nella nostra società la speranza cristiana. Per questo, essi vanno diffusi nelle Chiese locali e collegati tra loro con sempre maggiore convinzione.
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Uno stile sinodale La preparazione del Convegno ha visto lo sforzo di valorizzare e di mettere in sinergia carismi e competenze di tutto il popolo di Dio, accogliendo soprattutto il contributo dei fedeli laici: senza rivendicazioni sterili, e in piena corresponsabilità, con un forte senso di partecipazione nella comunione, sotto la guida dei vescovi e dei presbiteri. Questo stile sinodale è segno di maturità ecclesiale e fecondo di conseguenze per il futuro. L'esperienza del cammino preparatorio ha dato almeno due risultati importanti, degni di menzione: -- la possibilità di interagire tra realtà diocesane, anche diverse, dentro un progetto unitario, specie in regioni ecclesiastiche la cui configurazione geografica spinge alla dispersione e alla frammentazione; -- la possibilità di interloquire, ponendole in un circuito fruttuoso, con competenze artistiche, letterarie, scientifiche e sociologiche che hanno consentito di confrontarsi con i vari linguaggi della cultura moderna, anche di quei settori, spesso percepiti come ostili o pericolosi rispetto al messaggio cristiano. L'esito ultimo è stata la chiara percezione che le sfide culturali del tempo presente devono e possono aiutare in termini positivi la Chiesa a ripensarsi globalmente e a inventare nuovi modi di operare e di proporsi agli uomini e alle donne nostri contemporanei. Le difficoltà del discernimento ecclesiale sono interne ed esterne: rimandano cioè alla bellezza del mistero di comunione della Chiesa, sempre da riscoprire e amare, e anche al cambiamento rapido di una società che vive un ritmo accelerato, e spesso disorienta. Resta però che non si può non discernere e non si può non farlo insieme, nella concretezza della vita feriale, perché ogni uomo e ogni donna ritorni a trovare nel Vangelo di Cristo la risposta vera alle tante domande di senso e di verità, nascoste nei tanti drammi dell'esistenza e intuite nei tanti progetti di speranza per un futuro migliore. La testimonianza della comunione Tutto questo esalterà da una parte il fatto che l'azione pastorale va ripensata e vissuta in comunione e, dall'altra, la necessità di tradurre l'annuncio del Vangelo in una visione di vita fondata su irrinunciabili valori etici. Così tutto il popolo di Dio sarà il soggetto -- e non semplicemente l'oggetto -- dell'azione pastorale e la Chiesa potrà esercitare il suo doveroso ruolo pubblico a servizio dell'umanità dell'uomo, in nome del Dio di Gesù Cristo, potendo essere percepita non solo come istituzione sociale, ma piuttosto come presenza visibile dell'amore di Dio in mezzo agli uomini. Per questa via, la fede cristiana -- testimoniata perché vissuta in comunione -- potrà sfuggire il rischio sempre latente dell'intimismo religioso, che la relega nelle zone separate e infeconde dell'inespressività rituale, nel chiuso dei templi e delle sagrestie o dei devozionalismi individuali, diventando invece la forma buona e ordinaria della vita che
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misura l'esperienza umana -- anche sociale e politica -- alla luce del Vangelo e sa affrontare con serenità e vigore i tanti problemi dell'esistenza, aprendo alla speranza di una possibile ed effettiva liberazione. Un nuovo paradigma antropologico Il Dio di Gesù Cristo e lo stesso Cristo non sono concetti astratti, un generico ideale di umanità, né tanto meno una regola morale: sono una storia d'amore nella vita degli uomini, i quali possono imprimere la forza della risurrezione in ogni concreta situazione di morte, nella riscoperta della propria vocazione. Gli uomini, infatti, non sono destinati alla solitudine e all'isolamento, ma sono chiamati alla condivisione, all'amicizia autentica, alla libertà del dono di sé nell'unità dell'amore. Una fede ecclesiale che faccia trasparire tutto ciò offre un paradigma antropologico nuovo non solo a livello personale, ma anche nei rapporti con la realtà sociale e politica. Un'azione pastorale di tale spessore punterà sulla formazione di coscienze critiche che sappiano leggere i "segni dei tempi", intercettando in essi la volontà salvifica di Dio per oggi, dando testimonianza della possibilità -- proprio nelle mutate condizioni culturali -- di una fede adulta: adulta anzitutto perché, contro tutti gli impulsi schizofrenici a separare, sa tenere uniti e coniugare fede e ragione, esperienza personale e vita sociale, contemplazione di Dio e impegno per l'uomo. b) Una fede adulta: tra contemplazione e impegno nel mondo La testimonianza è manifestazione di una fede adulta: il cristiano adulto è un testimone; ma adulti nella fede non si nasce, si diventa. Il cristiano non si sente un arrivato, ma si percepisce sempre come un "umile viandante", si mette in gioco con la consapevolezza delle proprie povertà e ricchezze: sa di sé, ha coscienza del proprio battesimo, ne custodisce i tesori inestimabili di grazia e li fa fruttificare. La fede adulta preme perché la Chiesa sia meno ritualistica, meno abitudinaria e più profetica, missionaria, testimone della radicalità evangelica e della speranza teologale, che è anzitutto speranza di fare un salto di qualità nella fede. Seri cammini di fede Per questo, i contributi al Convegno guardano con grande interesse al progettarsi e attuarsi di seri cammini di fede, fondati nell'ascolto della Parola di Dio e nel discernimento ecclesiale delle istanze dell'uomo contemporaneo. Aperte alla imprevedibilità di Dio e alla sua creatività, le comunità cristiane hanno oggi gli strumenti adeguati per formare le coscienze all'esperienza cristiana autentica, che stringe indissolubilmente il legame tra Dio e l'uomo, tra contemplazione e impegno nel mondo, ripensando anzitutto il proprio stile di comportamento perché sia adeguato al proprio essere.
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La "conversione pastorale" non è ancora compiuta I contributi, in proposito, mettono in risalto l'accresciuta consapevolezza che la missione non è un fatto straordinario, una attività episodica, ma è costitutiva dell'identità cristiana. Non esistono vicende umane che non siano anche "storia di Dio". Perciò i cristiani, inseriti in questa storia d'amore, si sentono debitori del Vangelo verso tutti, servi di una Verità che salva e libera tutti gli uomini, e di cui occorre mostrare il vero volto. Si comprende perché l'urgenza di passare da una pastorale di conservazione a una pastorale di missione deve essere ancora ribadita, meglio pensata e organizzata, comunitariamente, e anche attenta a far sorgere un linguaggio idoneo a evocare il cambiamento: non "missione al popolo" ma "popolo in missione"; da una "pastorale dei concetti" a una "pastorale dei contatti". Contro le derive pastorali cui spinge l'autoreferenzialità di tante comunità cristiane, di alcuni gruppi e singole persone, è necessario riscoprire e dare maggiore attenzione alla dimensione comunitaria del soggetto pastorale e alla dimensione personale della fede che si comunica "cuore a cuore". La "conversione pastorale" alla missione, avviata in questi anni, non deve far trascurare la missio a gentes, che anzi costituisce il suo costante orizzonte e paradigma. La missione infatti è unica e universale e, pur avendo modalità e urgenze diverse nei diversi contesti, si alimenta dell'unica passione per la testimonianza della fede e l'annuncio del Vangelo. Uno sguardo contemplativo Per questa via emergeranno le insondabili profondità e larghezze della missione cristiana: nella logica dell'incarnazione essa corrisponde alle vere provocazioni e domande dell'uomo incontrato nella concretezza delle sue situazioni di esistenza, sempre da amare, ascoltandone e condividendone i bisogni, con l'avvertenza di saper sempre annunciare il Vangelo della speranza. In questa impresa è difficile offrire ricette preconfezionate ma è bene ribadire che l'annuncio va fatto, perché la vicinanza solidale del cristiano sia percepita come un atto di "carità cristiana" e non riduttivamente come un servizio sociale. Ogni impegno nel mondo, inoltre, deve trovare la sua ultima motivazione nel riconoscimento gioioso della presenza di Cristo risorto nella storia, aiutando a maturare per sé e per gli altri uno sguardo contemplativo sull'uomo e sui suoi rapporti sociali, per sottrarli alla forbice riduttiva della produzione-consumo. Ripensare l'iniziazione cristiana La fede adulta del cristiano va curata, creando le condizioni comunitarie perché sorga e si sviluppi nel tempo, producendo "nuovi evangelizzatori" per la "nuova evangelizzazione". Perciò si avverte l'urgenza di ripensare "da cima a fondo" il cammino di iniziazione cristiana, nel necessario circolo virtuoso tra catechesi-liturgia-vita. L'attività
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educativa dovrà valorizzare la comunicazione di esperienze e l'esempio offerto dai testimoni della fede, ed essere attenta alla realtà, sfruttando la forma narrativa del racconto, perché si noti con immediatezza che la fede ispira fatti di esistenza. Da qui la sottolineatura di "formare per la vita cristiana" e non solo "alla vita cristiana". La via dell'esperienza nell'educazione alla fede non può far dimenticare l'importanza che i cristiani "sappiano" quello in cui credono: tutta la ricchezza e la bellezza del cristianesimo va conosciuta perché possa essere mostrata. L'ignoranza dei cattolici circa il cristianesimo, le sue fonti e la sua storia è una lacuna da superare. Nessun sacramento dovrebbe essere amministrato senza far comprendere il senso, il significato e le conseguenze per la vita. Saper rendere ragione della speranza esige che si sia in grado di declinare la sapienza del Vangelo dentro le situazioni della vita. Una fede pensata In questo contesto, viene osservato in diversi contributi che occorre dare più ampia ministerialità pastorale all'insegnamento della teologia, come luogo dell'esercizio critico di una fede vissuta con intelligenza, valorizzando le istituzioni teologiche deputate al suo sviluppo. La formazione teologica del popolo di Dio appare per il futuro come un compito da non eludere: si tratterà di immaginare nuove forme e modalità perché sia possibile formare teologicamente, specie quelli che condividono più da vicino la corresponsabilità pastorale. L'accentuazione della testimonianza per una fede adulta non può sbilanciare il credente a una pratica religiosa senza consapevolezza e senza intelligenza. La fede è adulta anche perché pensata. In particolare va curata la formazione teologica dei giovani sacerdoti, perché sappiano a loro volta educare a un cristianesimo completo, capace di mediazione culturale. Senza questa mediazione, infatti, la fede rischia di scadere in intimismo e in spiritualismo e di scadere nell'indifferenza e nel distacco dalle questioni vitali dell'uomo (personali, sociali, politiche, storiche). L'interpretazione credente della vita avviene a tanti livelli, tutti indispensabili oggi, nel tempo delle società complesse e in continua trasformazione culturale. C'è il livello scientifico della teologia e quello della dialogo non negligente con tutti gli uomini di buona volontà, così come c'è l'incontro personale con il Signore con la Scrittura e nella preghiera. Libertà e profezia Una sapiente coniugazione tra impegno nel mondo e contemplazione aiuterà anche la riscoperta del valore pubblico della fede, della sua incarnazione nella vita e dunque della necessità di una cultura nuova, incentrata sulla persona umana, sulla sua dignità e integralità. Ciò impedirà la riduzione cultuale della fede, ma anche il superamento di compromessi tra credenti, Chiese e istituzioni civili, aprendo alla libertà di un rapporto di
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reciproca stima e collaborazione, nell'autonomia delle sfere di competenza, senza favoritismi o deleghe che possano bloccare la capacità profetica di denuncia e di presenza, propria di comunità cristiane quotidianamente rigenerate dal Vangelo. Nella libertà guadagnata dal Cristo crocifisso, che chiede di rinunciare a ogni nostalgia di posizioni di potere, le Chiese e i cristiani devono testimoniare con coraggio e audacia il senso della giustizia proprio del Vangelo, il quale supera ogni sua attuazione storica, spinge sempre in avanti e critica profeticamente ogni forma di giustizia umana che pretenda con presunzione di imporsi come assoluta. In questa luce, va sottolineato l'impegno della comunità cristiana nel promuovere una nuova cultura della vita e della pace, attraverso percorsi condivisi, che riconoscano la complessità delle problematiche, il valore del dialogo, la laicità come progetto di convivialità umana. Una visione globale e unitaria dei problemi porterà a meglio tutelare la vita nella sua interezza e ad annunciare la bellezza della vita in modo globale e gioioso, favorendo un clima di fiducia e serenità, e valorizzando il contributo di tutti. Una spiritualità della gioia L'impegno credente nel mondo non può essere svolto senza un profondo radicamento spirituale: la gioia di vivere che dona speranza a un mondo attraversato dalla tristezza e dalla noia esige una corrispondente spiritualità della gioia, che la lectio divina, la partecipazione liturgica, la preghiera personale possono far sorgere, motivare e continuamente alimentare, perché l'opacità del quotidiano possa essere perforato dalla luce della bellezza cristiana. In particolare, la Parola di Dio, ascoltata e meditata, produce un modo nuovo di pensare e di essere, fornisce le categorie di giudizio e di valutazione, vero valore aggiunto per rigenerare il quotidiano e disporlo alla via creativa della speranza. Irrobustite dal nutrimento spirituale, le comunità cristiane eviteranno la tentazione di chiudersi in un atteggiamento di difesa (sindrome della cittadella assediata), e sapranno sfruttare tutte le occasioni di dialogo e di confronto sui temi centrali dell'esistenza umana con chiunque sia disponibile a lavorare per l'uomo e la sua libertà, vivendo forme sempre più profonde di simpatia per il mondo e per l'uomo, via della Chiesa. La fede adulta porta a forme diverse di coniugazione tra contemplazione e impegno nel mondo. Unica è tuttavia la linfa vitale che le attraversa: la comunicazione della speranza cristiana che rigenera la vita e la apre a un futuro di gioia e di sapienza, nella necessaria edificazione di una convivenza pacifica e giusta tra gli uomini, in nome di Dio. La fede però è adulta anche perché non è infantilmente ingenua: sa delle fatiche e dei rischi presenti nel proprio cammino, vive nel "dramma" umano e perciò affronta le sue "agonie", le sue lotte per l'esistenza, le sue battaglie per il diritto-dovere di annunciare il
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Vangelo e di viverlo con integralità, senza riduzioni pratiche o dottrinali, mostrando la grande gioia che deriva dal praticarlo. Le scelte di fondo della testimonianza Quando la luce del Risorto irrompe nell'ordinarietà della vita personale, tutto cambia. L'essere ricreati nel battesimo manifesta tutta la sua bellezza in un vissuto umano che solo Dio rende possibile. Le comunità cristiane devono mostrarlo con atteggiamenti e comportamenti che rivelino la cura misericordiosa con la quale il Padre incontra ogni uomo nella propria singolare vicenda e nella storia di tutti. Testimoniare la speranza significa soprattutto comunicare che il Dio della nostra speranza è un Dio vicino. Alcune scelte di fondo dovranno visibilizzare questo annuncio centrale dell'esperienza cristiana. La centralità della persona La prima di tali scelte è quella che esprime la compagnia all'uomo. Maestra in umanità, la Chiesa ha la sapienza necessaria per interpretare nel profondo i bisogni degli uomini, le ansie, le attese del cuore, la loro fame di vita e di senso. Deve però fare uno sforzo particolare oggi, nel tempo della babele dei linguaggi e del disorientamento delle coscienze, per aiutare l'uomo a formulare alcune domande e a cercare la verità là dove essa si trova. Il processo di decodificazione del mondo dell'altro è faticoso, ma è anche espressivo della vicinanza più profonda alla sua vita: nel mondo siamo diversi e le dimensioni multietniche e multireligiose cresceranno ancor più nel futuro. È una sfida e allo stesso tempo una ricchezza, un grande impegno di partecipazione all'umano concreto delle persone che devono essere accolte oltre ogni pregiudizio, incomprensione, barriera. L'attenzione alla singola persona, alla sua storia, alla sua biografia, prendendo l'iniziativa di andare incontro a tutti, è la chiave di volta dell'efficacia della missione. L'esempio del "buon pastore" resta luminoso e indimenticabile: conosce le sue pecore, singolarmente. La fede ha una insuperabile dimensione comunitaria e popolare: questo però non impedisce, anzi esige che, nel popolo, sia la persona a essere incontrata, guardata, custodita nella sua specifica fragilità, perché trovi in Cristo il "medico della sua anima". La scelta della parrocchia, per una nuova creatività pastorale In questa direzione va riconfermata la scelta della parrocchia quale figura di una Chiesa vicina alla gente, e per questo missionaria, aperta al territorio, secondo i precisi orientamenti pastorali di Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia e della nota su Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Una nuova creatività pastorale è richiesta per migliorare la qualità della proposta ordinaria con cui si alimenta la vita spirituale del credente, perché la parrocchia venga percepita
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come "famiglia di famiglie", sfuggendo l'individualismo e l'autoreferenzialità, e offra effettivamente esperienza di comunità. I tre grandi servizi ricordati da Benedetto XVI nella sua enciclica (annuncio della parola, liturgia e servizio della carità) restano quelli di sempre, ma andranno "personalizzati" dalla comunità, ossia resi "appropriabili" da ogni persona, che in essi trova risposte profonde alle attese della sua vita e i segni di speranza per la propria e per l'altrui esistenza. Grande aiuto potrà venire, in questo, dalle esperienze di vita ecclesiale delle giovani Chiese nel mondo, attingendo da esse nuove intuizioni apostoliche, tra cui l'indicazione ad articolare le parrocchie in piccoli nuclei, facilitando l'ascolto in profondità della Parola, stimolando i laici all'impegno negli ambienti di vita, e facendosi carico della folla mondiale dei poveri. La qualità evangelica delle relazioni In quest'ottica, non è difficile comprendere l'importanza di rendere "evangelicamente significativi" tutti i rapporti legati agli itinerari di fede, mostrando la vitale relazione tra i momenti salienti della vicenda umana delle persone (nascita, crescita, maturità, dolore, declino) e la parola della speranza donata da Dio in queste situazioni esistenziali. In particolare, la comunità cristiana dovrà essere attenta a far sì che la sofferenza umana, provocata dalle concrete situazioni di bisogno (disoccupazione, mancanza di casa, solitudine, abbandono degli anziani, presenza di persone diversamente abili), sia un luogo in cui sperimentare la premurosa vicinanza di Dio, attraverso la reale vicinanza della famiglia dei credenti, e potendo così veramente avvertire che il Vangelo di Cristo è "una buona notizia". Il rinnovamento dei percorsi dell'educazione alla fede L'educazione alla fede si impone come priorità. Essa dovrà essere sempre più organica e permanente: a questo potranno servire momenti di studio e di riflessione sulla Parola di Dio, la proposta di itinerari di spiritualità, la conoscenza necessaria del magistero e anche una formazione teologica di base che aiuti il discernimento ecclesiale nell'odierna società complessa. Un impegno continuo va posto sul ripensamento della iniziazione cristiana e sulla conseguente revisione dei percorsi di preparazione ai sacramenti. Il carattere esperienziale e non solo dottrinale dell'impatto con il mistero di Cristo esige che la catechesi abbia una maggiore impostazione mistagogica, dentro un percorso "catecumenale" nel quale il singolo credente, a partire dall'adulto, si senta accompagnato dalla comunità. Nuovo impulso andrà dato anche all'Apostolato biblico nelle diocesi, nelle parrocchie, nei vari gruppi, attraverso un ampio ventaglio di modalità e strumenti.
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Il ruolo attivo della famiglia Nell'educazione alla fede, e più in generale nella pastorale e nell'evangelizzazione, non si potrà fare a meno della famiglia, la cui centralità va ribadita, perché venga -- in quanto tale -- coinvolta in tutte le dinamiche ecclesiali. La famiglia non è solo oggetto di missione, deve diventare sempre più soggetto, ricordando anche che le relazioni familiari, gli affetti custoditi nella famiglia sono un modello per ridare spessore pastorale ai rapporti interpersonali. La vita nuova in Cristo radica in un affetto nuovo, più forte e creativo di quello dei rapporti di sangue, anch'essi spesso sospesi e impoveriti dall'indifferenza e sacrificati all'interesse economico. Questa comunione "affettuosa", da non confondersi con sentimentale, è l'anima della comunità cristiana e deve essere il frutto della partecipazione al suo cammino e alla sua vita sacramentale, in piena libertà e senza forzature, affinché il cristianesimo non appaia come un'immensa "macchina del sacro" distributrice di servizi religiosi. Per questo occorre programmare e accompagnare, incentivare e promuovere cammini formativi per le famiglie, perché esse possano assolvere il loro insostituibile ruolo nella trasmissione della fede. Nella famiglia la persona umana viene generata alla vita e la famiglia -- con i suoi tempi, le sue straordinarie risorse umane, le modalità proprie della sua relazionalità, i soggetti diversi che la compongono -- dovrà essere una delle risorse più preziose per quella "pastorale delle generazioni" che si prende cura degli inizi del credere, del suoi sviluppi e anche della comunicazione della fede ai "lontani". Perciò, sarà opportuno lanciare delle sfide educative e un'"alleanza educativa" con le famiglie. Un annuncio integrale La Chiesa deve scegliere di annunciare Cristo "integralmente", nella verità della dottrina e nella serietà delle sue conseguenze etiche, senza equivoci o annacquamenti di linguaggio, senza paura di essere rifiutata. Lo deve fare, però, nel rispetto della libertà di coscienza, senza forzature, presentando ciò che è bene e ciò che è male come un appello alla scelta responsabile della persona, la cui libertà non è compromessa dall'obbedienza della fede. Quest'ultima in realtà esalta la libertà umana, che non può essere fraintesa con l'arbitrio di poter fare quello che si vuole: i comandamenti del Signore sono per la liberazione della libertà, per l'autenticità dell'esperienza umana consapevole e matura. Questo deve essere spiegato, senz'altro, con argomenti convincenti e con riflessioni di carattere biblico e filosofico, ma soprattutto deve essere mostrato vitalmente, attraverso la testimonianza delle persone.
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La corresponsabilità laicale I contributi mettono in evidenza quanto risulti sempre più indispensabile la corresponsabilità pastorale del laicato: tutti i fedeli laici, in quanto battezzati, sono soggetti attivi e responsabili della missione della Chiesa, e insostituibile è la loro testimonianza negli ambienti e nelle esperienze della vita quotidiana. La vita dei cristiani è la prima risorsa capace di mostrare coi fatti quanto il Vangelo liberi la vita, la affranchi da tante catene esterne e interiori e risulti salvezza delle relazioni umane, perché promuove l'umano dell'uomo e l'autentico sviluppo della persona. Viene così ribadito che la nuova ministerialità laicale -- anche quando si esprime nell'assunzione di responsabilità "interne" alla vita della comunità cristiana -- non chiude il fedele laico "nel tempio", ma lo invia all'esterno con un più alto impegno di manifestazione e di rappresentatività: tutta la vita del fedele laico è luogo in cui si può testimoniare che il Vangelo dischiude orizzonti nuovi di compimento della libertà nel dono di sé, nell'amore che tiene unita la famiglia e che edifica la comunità civile. Andranno pertanto ricercate le forme, e rinnovate quelle esistenti, per una reale corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa, un ascolto effettivo della loro esperienza, una valorizzazione nella fiducia e nell'affidamento di idonee responsabilità. Una nuova coscienza vocazionale Nella sinfonia dei doni e dei carismi di cui la comunità cristiana è ricca, si potranno riconoscere le plurali e diversificate figure vocazionali. Ogni stato di vita assume una connotazione vocazionale specifica e singolare: la vita consacrata, il sacerdozio ministeriale, la famiglia, i laici e -- in modo proprio -- le associazioni e i movimenti di ispirazione cristiana. Si tratta, insomma, di scoprire dimensioni nuove delle stesse vocazioni, perché in ogni situazione della vita vissuta si dia la testimonianza cristiana e la fede sia incarnata, specie nei luoghi, nei tempi e nelle condizioni in cui è evasa e la si vuole zittire o mettere da parte. I consacrati sono fortemente interpellati: compito specifico della forma di vita secondo i consigli evangelici è proprio l'affermare il primato di Dio, rivelatoci in Gesù Cristo. Di questo i consacrati sono testimonianza, innanzitutto con la propria scelta di vita. Essi, in forza della vocazione specifica, testimoniano la verità di Dio che si offre alla libertà dell'uomo come fonte per ciascuno di vita autentica e rinnovata. Anche il ruolo delle donne appare decisivo. Esse, che furono le prime testimoni della risurrezione di Cristo, sono un risorsa indispensabile oggi per i tanti aspetti legati alla vita umana e al riconoscimento della sua sacralità, per le questioni concernenti la responsabilità educativa, il valore della vita anche se debole e il primato della persona, la verità del matrimonio e della famiglia e, non ultima, la partecipazione attiva alla "cosa pubblica" mediante l'impegno sociale e politico.
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Il bisogno di essenzialità La qualità della presenza cristiana nel mondo è affidata alla testimonianza che le persone riescono a offrire, in tutta umiltà, vivendo la loro condizione di vita, interagendo con le difficoltà della vicenda umana, senza evaderle e in esse mostrando che il Signore è risorto, cioè che la potenza della risurrezione è reale, viva ed efficace nella storia personale e comunitaria. In questa direzione, tanti possono essere gli strumenti idonei a formare coscienze cristiane mature. Negli anni passati, le Chiese ne hanno sperimentati diversi sia nella pastorale ordinaria che in quella degli ambienti: dalle iniziative intorno alla preparazione ai sacramenti a nuove modalità di educazione catechistica, dall'attenzione agli adulti e ai giovani alla creazione di opportunità per le famiglie, dai centri di ascolto del Vangelo alla partecipazione dei fedeli laici nei consigli parrocchiali. Tutto va mantenuto in ciò che di buono ha espresso e tutto va rivitalizzato, perché divenga occasione propizia per la comunicazione del Vangelo. Nulla può essere trascurato o banalizzato di quanto permette l'esercizio della testimonianza cristiana: dalle celebrazioni alle quali partecipano occasionalmente i non praticanti alle omelie domenicali, che costituiscono spesso l'unica possibilità di mettere il popolo a contatto con la Parola di Dio. In tutto, però, si avverte un forte bisogno di essenzialità, che investe sia la riscoperta delle radici della fede che la proposta della vita cristiana. Da qui anche la richiesta di snellire le scelte pastorali, perché evidenzino meglio e più direttamente il legame tra la speranza di Gesù e i "luoghi" della vita ordinaria, oltre agli ambienti in cui l'uomo vive. La via della povertà, dell'alterità e della bellezza Alcune vie particolari, coerenti con la natura della missione ecclesiale e particolarmente apprezzate dagli uomini e dalle donne di oggi, appaiono decisive per il futuro delle Chiese. Si tratta di: -- la via della povertà, che è scelta dell'essenzialità e della coerenza dei mezzi e di attenzione agli "ultimi"; -- la via dell'alterità, che è educazione alla ricchezza dell'altro in quanto diverso, come valore da accogliere e mai discriminare; -- la via della bellezza (via pulchritudinis) che è valorizzazione dell'arte come linguaggio comprensibile a tutti per parlare del mistero di Dio e dell'uomo. Il recupero del ricco patrimonio artistico e storico-culturale disseminato nel nostro territorio va fatto nella consapevolezza che in ogni espressione artistica si mostra la genialità dello spirito umano fatto a immagine e somiglianza di Dio -- e dunque dotato di intuito di trascendenza -- ma soprattutto che in essa si rende visibile la bellezza della storia di amore costruita da Dio per gli uomini e attraverso gli uomini, in tutti i tempi e in tutti i luoghi. La bellezza si esprime in tutte le forme dell'arte e prima ancora nello
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splendore dello spirito umano: splendore del bene reso possibile da Dio e compiuto realmente dall'uomo. Un modo più evangelico di vivere la festa Al valore autentico della bellezza si può collegare la necessità di un modo nuovo e più evangelico di vivere la festa, intesa non come tempo "vuoto", per il disimpegno o per spezzare la routine, ma come tempo gioioso per coltivare se stessi e le relazioni umane interpersonali, familiari, comunitarie. Esso è tempo riempito dal dono di sé in gesti di solidarietà e di vicinanza alle persone, tempo per "riposare in Dio", anche servendo i fratelli nei loro bisogni. Nel tempo della festa, vissuto come tempo di libertà vera, si testimonia la spiritualità che anima la vita del cristiano. Qualunque sia la sua forma e il suo contenuto, essa nulla ha a che fare con uno spiritualismo evanescente e disincarnato. La spiritualità cristiana -- da riscoprire in tutte le sue possibilità e ricchezze -- è risorsa e strumento per il rinnovamento del cristianesimo futuro. La spiritualità e il modo di vivere il tempo devono sempre lasciarsi custodire e modellare dall'Eucaristia, la festa per eccellenza della fede, criterio insuperabile cui tutto orientare come paradigma fondamentale e giudizio della qualità della proposta cristiana. Le opportunità della religiosità popolare Riferita all'Eucaristia, la stessa religiosità popolare, mentre diventa "sempre più delizia e sempre meno croce", è una grande opportunità di evangelizzazione per tutto il Paese, e non solo per le comunità del Mezzogiorno. I numerosi pellegrini che, uniti dalla devozione, accorrono verso i santuari sparsi nel territorio italiano (e non solo) rappresentano quasi il "segno dei tempi" di un cristianesimo che riscopre il suo carattere nomade e cerca segni incarnati di Vangelo, a partire dalla testimonianza dei santi. Costituisce per altro anche un pungolo per la stessa parrocchia, affinché riscopra la propria natura: non sedentaria, ma itinerante, dinamica, aperta, addetta alla pastorale "dei pascoli" e non "dei recinti", sempre in movimento. Stili di vita alternativi Le nostre società vanno assumendo un volto marcatamente multiculturale: non solo per il flusso migratorio che impone l'incontro e l'interscambio culturale per una convivenza feconda, ma anche per l'affermarsi di plurali visioni del mondo e nuove ideologie, come quelle del benessere a tutti i costi e del consumismo. In un contesto simile, per una fede matura e senza compromessi, appare difficile animare la missione senza passare attraverso stili di vita alternativi perché veramente evangelici, improntati alla gratuità, alla sobrietà, all'attenzione al prossimo, specie se bisognoso. Così la profezia della fede si
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manifesta come giudizio e discernimento dei modelli di pensiero e di vita della cultura dominante, con la conseguente rinuncia ad assumerli acriticamente. Essendo "sale e luce" nel mondo e per il mondo, il cristianesimo deve ispirare una vita alternativa, perché corrispondente all'identità dei credenti che sono in questo tempo "ospiti e pellegrini". Saranno perciò stili di testimonianza improntati a dolcezza, rispetto, dialogo, sincerità, umiltà, volontà di instaurare buone relazioni. La creazione di stili di comportamento nei quali la qualità cristiana della vita si incarna appare come la via esperienziale idonea anche a ridare significato e intelligibilità a quegli elementi della tradizione cristiana che non sono più eloquenti per i nostri contemporanei nell'attuale società. L'ecumenismo e il dialogo interreligioso La crescita della sensibilità ecumenica, anche se resta molto da fare per un suo inserimento nelle attenzioni ordinarie delle comunità, è un segno di speranza che emerge nel presente e una via da percorrere con sempre maggiore convinzione per il futuro. Molte sono le occasioni preziose per portare la sensibilità e il dialogo ecumenico nella vita delle comunità, a partire dai Consigli locali delle Chiese cristiane. La Charta Oecumenica, in particolare, è ricca di indicazioni da accogliere e seguire con sapienza. Un rinnovato stile di dialogo deve caratterizzare anche il rapporto con le altre comunità religiose presenti nel nostro Paese. Occorre comprendere le differenze e approfondire la conoscenza reciproca, attivando sistematicamente momenti di incontro. Tale processo non costituisce una minaccia né spinge al relativismo, ma è piuttosto un arricchimento per le diverse identità religiose. Un'attenzione particolare deve andare alle fedi che condividono il riferimento ad abramo. Importante quindi è una piena valorizzazione della Giornata dell'ebraismo (17 gennaio) e quella per il dialogo islamo-cristiano, che già si celebra da alcuni anni in diverse Chiese locali. La carità rende credibile la testimonianza La missione conosce un rilancio quando parrocchie, gruppi, famiglie, in nome di Dio, si fanno carico delle situazioni concrete di disagio, superando in loro stessi una mentalità egoistica e contrastando stili di vita utilitaristici con l'aprirsi a gesti di condivisione e di accoglienza gratuita. Si tratta di un rinnovamento radicale di se stessi, che porta a un nuovo operare, inequivocabile perché porta i segni chiari della carità cristiana come nasce dall'Eucaristia che, incondizionatamente e senza calcoli, esige il prendersi cura dell'altro nella fraternità dell'amore. Attraverso lo stile della vita improntato alla carità si diventa autorevoli nell'annunciare la speranza: la presenza coraggiosa della Chiesa nelle "opere di misericordia corporale" causa e giustifica la sua credibilità: "solo l'amore è credibile" (von
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Balthasar). Le tante forme della marginalità sociale diventano allora un "luogo teologico" nel quale Dio interpella la libertà dei credenti, perché siano operosi e lo siano "insieme", in comunione di intenti. Una vita realmente fraterna si fonda infatti su una "spiritualità di comunione" continuamente alimentata e tradotta in cultura e in gesti che interessano tutti i campi dell'esistenza. Una cultura della "rete" e la "pastorale integrata" L'allontanamento di molti dalla fede e dai valori della tradizione cristiana non può essere affrontato facendo leva solo sulla buona volontà dei singoli: anche nell'evangelizzazione è necessaria una "cultura della rete" che impedisca la dispersione delle energie e delle esperienze, istituendo canali permanenti di comunicazione tra i singoli credenti, tra gruppi e movimenti, nelle parrocchie e tra le parrocchie, coinvolgendo le stesse realtà diocesane, in uno stile di reciprocità e di sussidiarietà. In proposito, come emerge da molti contributi, grande speranza è riposta nella "pastorale integrata", "in cui, nell'unità della diocesi, abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, le parrocchie si collegano tra loro, con forme diverse a seconda delle situazioni -- dalle unità pastorali alle vicarie o zone --, valorizzando la vita consacrata e i nuovi movimenti" (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 6). Muovendo da una "logica integrativa" si potrà meglio promuovere uno stile sinodale e mostrare la natura comunionale della Chiesa, evitando le derive dell'autoreferenzialità e della burocratizzazione. La "pastorale integrata" apparirà come un nuovo modo di fare pastorale quanto più sarà reale e visibile la comunione -- e quindi anche la collaborazione e la corresponsabilità -- tra sacerdoti, diaconi, religiosi e laici. Si tratta di un'occasione importante per ripensare il ruolo di tutti, specialmente delle aggregazioni ecclesiali, e di farlo non isolatamente, ma in un clima di comunione nel quale nessuno si senta giudicato o privato della propria identità, che va riscoperta sempre nuova nel servizio e nel dono. Rilanciare la missione impone infatti anche la nascita di "nuovi protagonisti" dell'evangelizzazione e di un nuovo stile dell'azione pastorale, per creare spazi di reale partecipazione in cui tutti si sentano coinvolti. La santità è la prima testimonianza L'elenco delle scelte e degli strumenti per rinvigorire la testimonianza ecclesiale è lungo e variamente articolabile. Resta tuttavia illuminante l'insegnamento di Giovanni Paolo II: la sua figura e il suo magistero ci ricordano che "non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggior acutezza le basi bibliche e teologiche della fede, ma occorre suscitare un nuovo ardore di santità" (Redemptoris missio,
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n. 90). La santità -- "misura alta della vita cristiana ordinaria" dei singoli e delle comunità -- è la sorgente ultima di quegli stili di vita e di testimonianza cui occorre dare priorità per rilanciare la missione e impegnarsi in una nuova evangelizzazione cristianamente feconda. La stessa vita liturgica e sacramentale andrebbe approfondita nelle sue radici fondamentali allo scopo di creare modi di essere conformi al Vangelo, non solo per le singole persone, ma soprattutto per le comunità. La testimonianza, infatti, come la santità, è ultimamente quella della Chiesa. La storia e la geografia della santità La storia di santità del cristianesimo cattolico è ricca di testimonianze e ha una geografia che copre tutto il territorio italiano. Riferirsi ad essa, alle sue vicende più significative e ai suoi santi più prestigiosi non manifesta tanto un sentimento di nostalgia o un ripiegamento verso il passato. Tutt'altro, rappresenta invece un aspetto prezioso della missione da rilanciare. Nei santi, infatti, ritroviamo incarnati quegli stili di vita e quei modelli culturali che dovremmo nel futuro creativamente reinventare. Il profilo del testimone Pochi giorni prima della sua elezione a vescovo di Roma, il card. Joseph Ratzinger, in una conferenza a Subiaco su L'Europa nella crisi delle culture, ebbe modo di ribadire il bisogno che abbiamo di uomini che, "attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. ( ) Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini". Questo è il profilo del testimone che, sull'esempio della fede di chi ci ha preceduto, continua a raccontare il Vangelo, a incontrare il Risorto, a mostrare la Salvezza: la triade indivisa di Parola, sacramento e vita costituirà anche per il futuro la garanzia che il seme buono del seminatore, caduto nel campo della vita dell'uomo, darà frutto "dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento".
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Contenuti degli ambiti
Vita affettiva
Considerare la vita affettiva uno degli ambiti della testimonianza e della speranza cristiana significa vedere nella persona umana il centro dell'azione della Chiesa e un valore in sé, da custodire e da promuovere. Essa infatti è il luogo in cui la persona diviene se stessa, un elemento che connota ogni relazione e che riveste un ruolo fondamentale per la crescita di una personalità matura. È questa la convinzione che fa da sfondo ai contributi relativi a questo ambito, dai quali emerge apprezzamento per l'approccio "esistenziale" al tema della testimonianza cristiana. La vita affettiva, si fa notare, guadagna sempre più spazio e rilevanza nella società contemporanea. Essa non è circoscritta alle sole relazioni familiari, ma si allarga all'ampio raggio dei rapporti interpersonali e alla complessa sfera dei sentimenti e della vita interiore, ed è sottoposta oggi a profondi mutamenti e influenze di ogni genere. Analisi Le trasformazioni culturali L'analisi della situazione, presente in tutti i contributi, evidenzia in primo luogo il drastico cambiamento culturale e sociale che ha toccato sensibilmente il modo di essere degli uomini e delle donne, modificando anche le forme con cui vengono costruiti i legami affettivi. È constatazione diffusa che la mentalità relativistica e la cultura edonistica di massa, caratterizzanti la società occidentale, portino a ridurre la persona a individuo, spingendolo a rinchiudersi su se stesso nella ricerca superficiale di piaceri e gratificazioni private, rivendicate come diritti: la vita affettiva diventa di conseguenza spontaneistica, instabile, insicura, tendenzialmente aggressiva e fragile. A condizionare fortemente le relazioni sono anche il "fattore tempo", sempre più precario, e l'invadenza dei moderni mezzi di comunicazione. Soprattutto nei giovani, i più sensibili alle nuove tendenze, il primato sembra essere riservato alle emozioni e alle sensazioni forti, che si consumano nell'esperienza immediata e sono facilmente slegate da ogni senso di responsabilità, con crescenti difficoltà per quanto concerne la perseveranza, la fedeltà e la relazione di amore. Sempre di più, inoltre, il rapporto tra affettività e sessualità, la relazione tra i sessi, il modo di guardare alla paternità e alla maternità registrano un evidente scostamento dalla tradizione e dagli insegnamenti della Chiesa.
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Tra analfabetismo affettivo e bisogno di relazioni profonde La conseguenza di questo stato di cose viene da più parti definita come "analfabetismo affettivo". A esserne colpiti non sono soltanto i giovani, spesso impauriti da prospettive di legami d'amore stabili e durevoli, ma gli stessi adulti, esposti all'influenza del giovanilismo imperante e alla tentazione di abdicare dalla propria responsabilità educativa per i sacrifici che essa comporta. L'adulto, inoltre, si trova in difficoltà davanti alla fragilità affettiva delle nuove generazioni e fatica a possedere quella "competenza emotiva" che porta a riconoscere i sentimenti propri e degli altri e ad acquisire gli strumenti interpretativi della vita affettiva dei più giovani. L'assolutizzazione della libertà individuale, che viene posta al di sopra di ogni altro dato e genera perfino il mito di un uomo esclusivamente "figlio di se stesso", contribuisce ad accrescere l'instabilità affettiva. Quando le relazioni sociali sono condizionate dalla mancanza di fiducia verso l'altro, inevitabilmente scattano meccanismi di difesa quali la chiusura e l'isolamento, il rifiuto di coinvolgersi in profondità e di vivere l'amore nel segno della responsabilità. Sono, questi, i modelli di gestione della vita affettiva che spesso veicolano i mass media, riducendo gli affetti a beni che, in quanto tali, devono portare gratificazione immediata, sono a rischio di deperimento veloce e quindi devono essere rapidamente sostituiti. L'aumento vorticoso delle comunicazioni sociali non significa automaticamente una crescita della qualità delle relazioni e la diminuzione della solitudine, che invece è sempre più diffusa, specialmente tra i giovani e gli anziani. I "legami liquidi" però non bastano alla persona. È facile così registrare i segni di una diffusa necessità di relazioni più autentiche e profonde di quelle generalmente presenti, a ogni età della vita. Cresce il bisogno di stare con gli altri, come dimostrano la moltiplicazione dei punti di incontro. Non basta però riempire un ambiente di persone per metterle in relazione viva tra loro. Forza e debolezza della famiglia Alla condizione attuale della famiglia sono dedicate le maggiori osservazioni nei contributi delle diocesi. La famiglia, infatti, è l'ambito primario in cui normalmente prende forma la vita affettiva della persona. Qui si impara ad amare, a sentirsi amati, a rendersi amabili nelle relazioni. In famiglia avviene anche la prima testimonianza dell'amore e della fede cristiana attraverso gli affetti e i legami reciproci. La realtà più esposta alle trasformazioni in atto è proprio la famiglia. È rilevata da tutti la sua condizione di debolezza, che si manifesta soprattutto attraverso il fenomeno ancora preoccupante della denatalità e il crescente numero di convivenze, separazioni, divorzi. I motivi di questa fragilità sono di carattere prevalentemente culturale e sociale. Tra questi, vengono ricordati i ritmi di vita sempre più frenetici, l'individualismo diffuso, l'egoismo
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generazionale, la riduzione dell'amore all'attrazione fisica, la disattenzione alla famiglia da parte delle istituzioni educative e politiche, la sua riduzione a soggetto di consumo o a contenitore di servizi -- con la conseguente imposizione di ruoli innaturali -- la scarsa propensione al sacrificio, al dialogo e alla gestione positiva dei conflitti, l'innalzamento dell'età del matrimonio, la forte competitività sociale e la precarietà lavorativa, che impedisce alle giovani coppie di pensare il proprio futuro in termini di stabilità e di serenità. Alcune problematiche sembrano imporsi con particolare urgenza: sono quelle relative all'aumento delle situazioni di disagio e di fallimento matrimoniale, con drammatiche conseguenze nella vita e nella crescita dei figli; la difficile condizione degli anziani, esposti alla solitudine e all'esclusione sociale; la crisi della relazione educativa e delle figure genitoriali; una mentalità che scardina dalle sue fondamenta l'istituto familiare e il valore della vita umana dal concepimento al suo termine naturale. Se il panorama non è certo incoraggiante, non sono poche le regioni che rilevano come, nonostante la fragilità e le diffuse lacerazioni, la famiglia ancora "tenga", ossia vengano tenuti in grande considerazione i valori che essa rappresenta e la funzione, educativa e socio-economica, che da sempre riveste nella sfera civile. Pur essendo il crocevia da cui passano tutte le trasformazioni culturali, la famiglia è in grado dunque di riproporsi come elemento centrale del tessuto sociale e come vaccino contro ogni forma di disagio. Anche per questo, essa oggi domanda fortemente di essere fatta oggetto di un'attenzione strategica sul piano culturale, pastorale, educativo, sociale, economico e politico. Segni di speranza ed esperienze in atto Rilevante è lo spazio che i contributi dedicano all'individuazione dei segni di speranza riguardanti la realtà della vita affettiva. Davanti ai nostri occhi, si osserva, non c'è solo disordine morale, confusione di valori, senso di solitudine crescente, ma anche elementi positivi ed esperienze forti da valorizzare. Tra i primi, si mette in evidenza la sensibilità giovanile per l'amicizia, il fascino di qualche forma di vita fraterna e, dal punto di vista pastorale, l'interesse spesso riscontrato verso proposte di formazione e spiritualità rivolte a fidanzati o giovani sposi. Luoghi di educazione dell'affettività, sperimentazioni di nuove modalità di organizzazione dei corsi di preparazione al matrimonio, iniziative a sostegno della responsabilità educativa dei genitori sono esperienze sempre più diffuse e apprezzate, specialmente quando puntano sul coinvolgimento attivo delle persone e adottano un linguaggio comprensibile e propositivo. Si registra inoltre il crescere dell'attenzione alle situazioni di crisi familiare, con il sorgere di percorsi specifici per separati e divorziati e l'opera sempre preziosa dei
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centri di consulenza e collegamento familiare (consultori, centri di ascolto, associazioni specifiche ) promossi dalle realtà ecclesiali. Si fa sempre più forte anche la domanda di una spiritualità coniugale più profonda e più radicata nella Parola di Dio. Tra i segni di speranza che la comunità cristiana può diffondere nella società odierna viene particolarmente sottolineata la testimonianza offerta dalle famiglie che si aprono con generosità alla vita, all'adozione (anche prenatale) e all'accoglienza di persone portatrici di handicap o in difficoltà, nonché delle famiglie che si impegnano nella pastorale, nella missione e nella vita sociale. In molti coniugi si riscontra oggi una forte sensibilità per un'armonia familiare fondata su rapporti di pari dignità e sul rispetto verso ogni membro della famiglia. Non mancano famiglie generose e ricche di fede, che sono testimoni del Vangelo nel sacrificio nascosto e quotidiano, spesso eroico, raggiungendo i vertici della santità cristiana. Una caratteristica presente in molti contributi è la descrizione di esperienze in atto. Esse comprendono una grande varietà di tipologie, tra cui: progetti pastorali di educazione all'amore e alla famiglia, iniziative di spiritualità, forme di "tutoraggio" e di accompagnamento delle coppie, corsi per genitori, collaborazioni con enti locali e altri soggetti sociali, centri esplicitamente dedicati alla pastorale della famiglia. Prospettive Dalle relazioni delle diocesi e degli organismi ecclesiali emergono alcuni nodi problematici di particolare rilievo per la testimonianza evangelica nella vita affettiva, cui corrispondono prospettive e obiettivi verso cui camminare. La via delle relazioni È facile riscontrare come le difficoltà relazionali e affettive siano diffuse anche nelle realtà ecclesiali: all'interno dei gruppi e delle parrocchie, nei rapporti fra clero e laici, nella difficoltà a instaurare delle prassi di dialogo, stima e cooperazione organica e stabile fra soggetti ecclesiali diversi. Il primo passo della comunione è quello capace di fondare le relazioni sulla cordialità, il riconoscimento reciproco, l'amicizia sincera. Nelle comunità cristiane, si fa notare, non raramente la dimensione funzionale e organizzativa sembrano prevalere rispetto alla cura delle relazioni interpersonali. Se anche il vissuto ecclesiale non è immune da logiche di efficientismo e di formalismo -- di cui soffre talvolta la liturgia -- va comunque crescendo la consapevolezza della rilevanza delle relazioni rispetto alle funzioni e l'attenzione a rendere le comunità luoghi "caldi" e accoglienti, senza cedere all'emotivismo, e in cui saper prestare attenzione alla vita affettiva e relazionale delle coppie e delle persone. Le relazioni stesse, quando sono "buone", sono luogo di umanizzazione, di formazione alla vita cristiana e di vera evangelizzazione.
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Rinnovare i linguaggi dell'annuncio Un ulteriore aspetto problematico è quello che riguarda le modalità dell'annuncio della visione cristiana sulla vita affettiva. Se è necessario aiutare le persone, e soprattutto i giovani, a scoprire il messaggio liberante della fede sull'affettività, ciò potrà avvenire solo puntando su un linguaggio semplice e comprensibile -- capace di farne cogliere la bellezza, l'ampiezza di prospettive e il valore umanizzante -- e non sbilanciato sul versante dei divieti e sulla riduzione della questione affettiva alla gestione della sessualità. Occorre piuttosto disponibilità al dialogo, pazienza e rispetto. In questo contesto, si sottolinea l'esigenza, che tocca diversi campi della pastorale, di dar spazio alla narrazione della fede, valorizzando una pluralità di linguaggi, soprattutto quelli capaci di coinvolgere anche il mondo degli affetti e delle emozioni. La speranza si annuncia nell'affettività anche attraverso un'opportuna educazione al valore del corpo, che è dono, linguaggio, apertura al dialogo, relazione con l'altro e vocazione alla comunione. Ma l'amore si comunica soprattutto attraverso l'amore stesso. Famiglia e Chiesa: una relazione incompiuta Il rapporto tra Chiesa e famiglia non è sempre facile. Nonostante la ventennale esperienza e proposta nell'ambito della pastorale familiare, orientata dall'apposito Direttorio, sono ancora molte le realtà affidate all'improvvisazione e o al più tese verso uno sforzo di adattamento, da cui deriva una molteplicità di iniziative che rivestono però ancora carattere sperimentale e non hanno raggiunto una sufficiente organicità. Nei percorsi formativi, da entrambe le parti, si coglie inoltre la fatica nell'affrontare le tematiche relative alla vita affettiva, rispetto alle quali persiste talvolta un'impostazione di stampo moralistico. Viene segnalata come difficoltà dell'azione pastorale la scarsità di contatti tra la parrocchia e le coppie nei primi anni di matrimonio, e si guarda con preoccupazione il fatto che diventa sempre più difficile per le comunità tenere aperti i canali di comunicazione con la realtà della famiglia -- da sempre interlocutore privilegiato -- in così rapida trasformazione. Un punto particolarmente debole è quello che riguarda l'incidenza culturale delle proposte rivolte alla realtà affettiva e familiare, con la conseguente fatica a offrire modelli di vita percorribili e affascinanti circa l'esperienza dell'amore, del matrimonio e della famiglia: forme di vita quotidiana fatta di fiducia e rispetto, fedeltà e libertà, pazienza e perdono, accoglienza e ospitalità, attenzione ai piccoli e ai deboli. Non si tratta solo di difficoltà dovute ai mutamenti di costume, che trovano peraltro cittadinanza, nel bene e nel male, anche tra i credenti. La fatica consiste nel riuscire a cogliere e comunicare quanto la fede nella resurrezione di Gesù dia pienezza di realizzazione e fondamento ultraterreno alla speranza di un amore compiuto.
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Anche per questo, molti chiedono che la famiglia, in quanto tale e tenendo conto del contesto esistenziale di oggi, venga maggiormente considerata come una risorsa dal punto di vista ecclesiale. E non solo come serbatoio per l'individuazione di operatori pastorali. È nella direzione di una Chiesa-famiglia che viene invocata da alcuni l'esigenza di andare "oltre la pastorale familiare". Con questa espressione non si intende certo un'attenzione inferiore verso la famiglia, bensì il passaggio da un ambito pastorale ristretto (talvolta lasciato agli addetti o agli appassionati) a una vita ecclesiale interamente a misura di famiglia, pensata e vissuta con e per la famiglia. Un passaggio che non è ancora avvenuto sebbene ne venga da tempo indicata la necessità. Un'emergenza educativa Molti contributi evidenziano che l'educazione all'amore e all'affettività rappresenta una sfida per la comunità ecclesiale rispetto alla quale i percorsi proposti sono ancora carenti. Lo sviluppo della vita affettiva e la proposta di vita cristiana nell'amore coniugale non possono essere affidati solo al momento della preparazione al matrimonio, ma vanno costruiti a piccoli passi fin dagli anni dell'iniziazione cristiana. Si tratta di proporre ai giovani, ma anche agli adulti, non più soltanto corsi, ma veri e propri "percorsi" per riscoprire la fede, i suoi contenuti e le sue motivazioni riguardo alla famiglia e all'intero mondo degli affetti. Un più forte investimento educativo in questo campo è sentito da molti come un'urgenza pastorale primaria. Vanno potenziati i luoghi, e soprattutto la formazione di persone capaci di animare percorsi per fidanzati e sposi, gruppi di sostegno alle giovani coppie, iniziative di intervento verso le diverse tipologie di disagio affettivo e familiare. Operatori competenti non solo rispetto alle problematiche umane e sociologiche, ma soprattutto formatori della fede, autentici "catechisti dell'amore cristiano" che siano all'altezza della loro missione in questo momento storico, grazie a una profonda fede, a una conoscenza accurata della Rivelazione e del Magistero della Chiesa in ordine al matrimonio, a una pratica di vita cristiana che consenta di testimoniare credibilmente le loro qualità di sposi e genitori cristiani. Le iniziative specifiche non devono comunque impedire che i normali cammini di fede conducano le persone a incontrare la "vita affettiva" di Gesù. La sete di amore rappresenta una sfida urgente e allo stesso tempo affascinante per la Chiesa, perché la richiama a puntare all'esenziale del cristianesimo: annunciare Cristo e il Vangelo come la persona e la via che comunicano l'amore, vincendo la solitudine, l'angoscia, ogni forma di morte.
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Proposte Gli obiettivi rapidamente delineati hanno portato all'individuazione di numerose proposte e indicazioni operative, molte delle quali emergenti dalle esperienze in atto nelle diocesi e nelle realtà ecclesiali. Ciò che le accomuna è l'immagine di Chiesa che ne emerge. Una Chiesa accogliente, luogo di relazioni fraterne e casa dell'amicizia Vivere delle relazioni fraterne e significative è importante per vivere la Chiesa comunione e per trasmettere la fede. Ognuno deve sentirsi accolto personalmente e deve poter sperimentare la dimensione "familiare" della Chiesa, che ama ben più di quanto giudichi e aiuta a crescere ben più di quanto punisca. Dio è amore, dunque è soprattutto attraverso l'amore che lo si può annunciare. Occorrerà perciò: -- rafforzare e far crescere, anche mediante apposite iniziative, il tessuto ordinario delle relazioni fra i membri delle comunità, fra le diverse vocazioni e realtà ecclesiali, fra le differenti età e generazioni, mettendo al centro l'insegnamento evangelico sull'amore reciproco, sul perdono e sulla correzione fraterna. I ruoli non devono mai mettere in secondo piano la comune dignità e il primato delle relazioni sulle funzioni; -- promuovere esperienze di vita comune per i giovani e per le stesse famiglie; -- proporre un patrono dell'amicizia e valorizzare questa dimensione nella pastorale ordinaria; -- prestare attenzione alle situazioni di particolare solitudine: single, vedovi, persone colpite da fallimenti affettivi e familiari; -- rendere protagonisti della vita della comunità anche gli anziani, valorizzandoli come parte attiva e preziosa; -- favorire l'articolazione della vita comunitaria secondo impostazioni e modalità (a esempio, attraverso gruppi di dimensioni limitate) che permettano l'effettiva comunicazione fra le persone e l'accoglienza di tutti; -- rimotivare la generosità nell'accogliere la vita come autentico segno di speranza e testimonianza per il nostro tempo; -- valorizzare l'accoglienza all'ingresso della chiesa prima delle celebrazioni liturgiche. Una Chiesa che sa accompagnare La solitudine nella società attuale, soprattutto quella che colpisce le famiglie, provoca la comunità cristiana a farsi sempre più compagna di vita e a dar vita a prassi pastorali attente alla persona e al suo stato di vita. Per questo: -- occorre pensare a un nuovo ministero dell'accompagnamento, rivolto alle persone che entrano a far parte della comunità, alle giovani coppie (nella fase della preparazione al matrimonio e nei primi anni della vita coniugale), alle famiglie in difficoltà, alle
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coppie conviventi, ai coniugi separati e divorziati, alle persone e alle famiglie immigrate, agli anziani, a quanti sono colpiti da lutti o eventi dolorosi, ai minori a rischio; -- sperimentare la presenza di tutor per le coppie che decidono di far battezzare il proprio bambino; -- qualificare l'accompagnamento spirituale delle persone (giovani e adulti) e delle famiglie, a opera di sacerdoti, di religiosi e religiose, e anche di laici e coppie di sposi; -- promuovere un atteggiamento di ascolto e accoglienza anche nei confronti delle persone che vivono in situazioni non conformi alla morale cristiana, individuando iniziative e strumenti che coniughino la chiarezza e la fedeltà alle esigenze del Vangelo con la carità e la vicinanza della comunità; -- offrire sostegno e aiuto al compito educativo dei genitori nelle diverse fasi della vita dei figli; -- far sentire alla comunità cristiana la responsabilità di raggiungere le famiglie nelle proprie case, attraverso visite, benedizioni delle famiglie, momenti di catechesi ecc.; -- non trascurare, in relazione alla vita affettiva, la particolare condizione delle persone disabili. Una Chiesa che investe sulla formazione La qualificazione delle iniziative di formazione all'amore, da strutturare come veri percorsi, prolungati e con taglio vocazionale, costituisce una priorità pastorale non più differibile, insieme alla preparazione di figure educative che, a vario titolo, siano capaci di accompagnare le persone nelle diverse situazioni della vita e orientarle nella maturazione affettiva. Si segnala pertanto la necessità di: -- ripensare i cammini dell'iniziazione cristiana e l'intero apparato catechisticoformativo, nell'ottica di una pastorale integrata che tenga sempre presente l'unità della persona umana, al di là della settorialità delle sue molteplici appartenenze sociologiche; -- rinnovare i corsi di preparazione al matrimonio, qualificandoli come luoghi di primo annuncio e itinerari di formazione alla vita cristiana; -- valorizzare i centri di spiritualità coniugale e la diffusione di una spiritualità che riscopra la tradizione della preghiera in famiglia; -- rinnovare i linguaggi della formazione e dell'annuncio curando che siano comprensibili e appropriati, a partire dal "linguaggio" dell'affetto profondo, che supera gli ostacoli generazionali e comunica libertà e gratuità;
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-- educare al discernimento, in modo da aiutare i singoli e le coppie a vivere con più consapevolezza il mondo degli affetti, a integrare ragione, sentimenti ed emozioni, a crescere nell'"unità spirituale" della persona; -- recuperare il valore del tempo del fidanzamento, valorizzando il rito specifico e alcuni gesti che siano espressione di testimonianza pubblica della propria scelta; -- offrire una visione integrata e positiva della sessualità attraverso la formazione specifica dei catechisti e degli operatori pastorali; -- approfondire e proporre il valore della castità, nel suo significato profondo e liberante, proprio di tutti gli stati di vita, mettendo in luce una chiara reciprocità tra matrimonio e verginità, tra famiglia e vita consacrata; -- curare che tra i catechisti e gli educatori non manchino adulti, coppie di fidanzati o di sposi; -- sviluppare una particolare attenzione per la maturazione affettiva anche nei percorsi formativi dei presbiteri e dei consacrati; -- incoraggiare gli insegnanti di religione a sviluppare la dimensione affettiva nel loro compito educativo e a promuovere opportune iniziative in collaborazione con le altre componenti della scuola. Una Chiesa dove la famiglia è protagonista Prima di essere un soggetto da tutelare e promuovere o destinataria di interventi e proposte, la famiglia è, in quanto tale, risorsa preziosa e soggetto primario di pastorale e di evangelizzazione. È modello e icona della Chiesa stessa. La sua collocazione al centro dell'azione pastorale apre e consolida nuove modalità e prospettive dell'azione pastorale. Dà un'impostazione particolare al modo in cui la comunità cristiana si pone nei confronti delle persone. Certo la famiglia va aiutata a riscoprire continuamente la propria vocazione; questo però può avvenire solo attraverso una fiduciosa "scommessa" nei suoi confronti e la sua responsabilizzazione nella vita della comunità. In questa prospettiva, si propone di: -- valorizzare la responsabilità della famiglia nell'educazione alla fede dei figli (anche rendendo prioritaria la catechesi ai genitori rispetto a quella sacramentale dei bambini), nei diversi percorsi formativi della comunità, nell'assunzione di responsabilità sociali; -- potenziare i luoghi e le iniziative incentrate sulla famiglia (consultori, centri di sostegno e consulenza, associazioni familiari, organizzazioni di volontariato ecc.), elaborando progetti e costituendo vere e proprie "reti" fra tali realtà e fra le stesse famiglie: "reti" che, in qualche caso, possono anche arrivare alla realizzazione di nuovi modelli abitativi che valorizzano il vicinato, il mutuo aiuto, la comunicazione reciproca;
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-- diffondere l'esperienza dei gruppi di famiglie, o a misura di famiglia, rendendo le case cenacoli aperti all'incontro, alla condivisione e alla preghiera; -- curare la collaborazione e la promozione di iniziative comuni tra i diversi ambiti e soggetti della pastorale, soprattutto quelli che si rivolgono ai giovani, alle famiglie, ai luoghi dell'educazione. Una più forte unità fra le parrocchie e le altre realtà ecclesiali favorirà l'incisività della testimonianza in questo ambito come negli altri; -- attuare ogni intervento e strategia possibile per promuovere e accogliere la vita, in ogni momento e condizione, specialmente nel suo formarsi e nelle situazioni di maggiore fragilità e mancanza di rispetto, valorizzando la famiglia, "santuario della vita" in quest'opera di tutela e promozione. Una Chiesa capace di "fare cultura" Sempre più avvertita è la necessità, da parte della comunità cristiana, di una "rifondazione" culturale ed etica della vita affettiva, che sia in grado di interpretare la realtà, contrastare quanto la banalizza e la svilisce, offrire nuove direttrici di pensiero e di esperienza per una cultura positiva dell'amore e della famiglia. Ciò richiede di: -- diffondere stili di vita personale e familiare improntati all'accoglienza, alla sobrietà, alla fedeltà, al dono di sé, alla partecipazione responsabile, alla condivisione; -- denunciare quegli aspetti della cultura di oggi che contrastano con una concezione integrale della persona umana e sviliscono la dignità della corporeità e della vita affettiva; -- promuovere e difendere l'identità della famiglia fondata sul matrimonio e la vita dal concepimento fino al suo termine naturale; -- prestare una particolare attenzione al mondo dei mass media, offrendo alle persone criteri di discernimento e occasioni formative, e agendo in essi dall'interno affinché promuovano e valorizzino una corretta cultura del corpo, dell'amore e della famiglia, anche attraverso la proposta di esperienze e modelli positivi; -- approfondire, oltre alla conoscenza della fede, anche la capacità di leggere la realtà, di individuarne le dinamiche di sviluppo e di entrare in dialogo con i luoghi dell'elaborazione e della diffusione culturale, al fine di contribuire alla formazione di una cultura degli affetti ispirata a una corretta antropologia personalistica; -- curare il dialogo con il legislatore per lo sviluppo, a tutti i livelli, di politiche familiari adeguate ai bisogni reali delle famiglie; -- valorizzare il patrimonio di esperienze presente nell'associazionismo cattolico, e in special modo in quello familiare, non solo nella prospettiva del sostegno alle famiglie, ma come avamposto prezioso nell'elaborazione culturale e nell'evangelizzazione; -- promuovere il dialogo tra le famiglie di cultura e di religione diversa;
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-- rendere le parrocchie e le aggregazioni ecclesiali "palestre" di una cultura di pace, di cooperazione e di gestione positiva dei conflitti.
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Lavoro e festa
Analisi L'osservazione preliminare, che costituisce la chiave di lettura più ricorrente, è che tra il lavoro e la festa non ci sia dicotomia, essendo modi diversi di vivere la stessa condizione umana. Tale persuasione lascia intendere che la prospettiva privilegiata sia quella antropologica, che è sottoposta a una continua fibrillazione a causa dei cambiamenti emergenti nel contesto economico e sociale. Il lavoro nell'epoca post-industriale e globale Il primo dato, pressoché condiviso da tutti, è il profondo cambiamento della categoria-lavoro all'interno di quel più vasto processo di globalizzazione che ha prodotto -- come a cascata -- fenomeni inediti quali: la de-localizzazione delle imprese, che hanno così perduto un riferimento significativo al territorio; la concorrenza che induce a riassetti aziendali che poco tengono conto della variabile umana, e da cui consegue la crisi occupazionale che ha investito larghi strati della società, minandone fiducia e serenità. Naturalmente in base alle diverse aree geografiche del Paese le rilevazioni si diversificano: se al Nord -- ad esempio -- l'obiettivo di una piena occupazione è più facilmente centrato, al Sud, invece, la piaga endemica della disoccupazione va aggravandosi e diventa terreno di coltura di fenomeni malavitosi, a tutti noti. L'impressione di fondo è che lo sviluppo abbia anche da noi una connotazione esclusivamente economicistica e poco tenga in considerazione le ricadute in termini di costi umani. Non sorprende che si allarghino a macchia d'olio le famiglie e le persone considerate `superflue', ma anche fenomeni di segno opposto, per cui il supersviluppo degenera in violenza, droga e criminalità. Accanto a questo scenario postindustriale, sopravvivono sacche di economia legate al mondo dell'agricoltura e dell'artigianato che tentano di riorganizzarsi per entrare nel mercato globale, ma salvaguardando le proprie peculiarità. Chiesa e lavoro: un'attenzione che deve crescere Il secondo dato che emerge è la scarsa attenzione della comunità cristiana al mondo del lavoro: le parrocchie sono generalmente disattente o peggio sorde ai problemi e alle sfide che provengono da fuori, quasi che si tratti di un'altra dimensione. Scarso rilievo, ad esempio, hanno gli incidenti sul lavoro o le crisi occupazionali nella dinamica quotidiana di una comunità, a conferma di un'equivoca separatezza tra sfera spirituale e sfera materiale, che risulta essere solo l'ennesima variante della frattura tra Vangelo e cultura. E la riprova di un deficit teologico nella concezione del lavoro, di cui sfugge normalmente la portata
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spirituale e insieme il valore creativo. Sta di fatto che la sensibilità media intorno all'etica sociale è piuttosto ridotta. Legata a questa carenza c'è evidentemente la questione del laicato che -- fatta eccezione per alcune avanguardie -- fatica a essere alfabetizzato socialmente e sottovaluta l'incidenza della fede nella lettura del fatto economico. Si finisce così per andare a rimorchio di una mentalità per un verso priva di suggestioni ideologiche ormai tramontate e per altro verso ormai succube di un unico criterio valido e immodificabile: la presunta oggettività dell'economia cioè, in altre parole, il profitto. Resterebbe invece da inserire in questa valutazione un altro parametro di ordine non più solo quantitativo, ma qualitativo che è la dignità dell'uomo e il bene comune. La domenica, questione decisiva L'accelerazione dei processi economici e dei ritmi lavorativi fa emergere con più forza l'esigenza di ritrovare nell'alternanza con la festa la possibilità di una cesura che ripristini un ritmo umano e faciliti l'incontro con se stessi, con gli altri e con Dio. Si tratta qui di ritrovare un rapporto di armonia non solo con lo spazio, ma anche con il tempo, cosa che è avvertita da tutti come prioritaria. La sconfitta più grave della cultura contemporanea è d'altra parte l'incapacità di pensare il tempo libero come sottratto al dominio del mercato e del denaro. Per questo, tutti i contributi vedono nella domenica una questione decisiva per sottrarre la festa a un vissuto individualistico ed edonistico, che rischia di ridurla all'ennesima occasione di consumo. Al contrario, la domenica rappresenta il tempo propizio per tessere nuovi legami liberi e maturi, all'insegna della gratuità che preserva la gioia e dona il riposo. Di qui la persuasione diffusa che la domenica ben più che un precetto sia una testimonianza necessaria per evitare una disumanizzazione prima ancora che la secolarizzazione. Infatti non è sufficiente riposare soltanto nel senso di non lavorare. All'uomo è chiesto invece di trovare ulteriori significati nei quali consiste la sua identità relazionale, pena la sua riduzione a soggetto di produzione e di consumo, ossia il prevalere dell'avere sull'essere. Per molto consumare infatti occorre molto lavorare, e di conseguenza la serie dei legami tende paurosamente ad allentarsi. Nella visione cristiana, la forza della domenica si irradia poi per tutta la settimana, essendo, non a caso, il "primo" giorno e non certo l'ultimo. Il che sta a significare che il dono del tempo festivo invade tutto il tempo settimanale: da allora ogni giorno è il giorno del Signore! In tal modo tra la festa e il lavoro si definisce una sorta di reciproco contatto, nel tentativo sempre in divenire di vivere il lavoro come un cooperare all'opera creatrice di Dio e un riconoscerci come fratelli e sorelle nel comune sforzo di migliorare il mondo e l'umanità.
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Nodi problematici Tra i nodi scoperti dell'attuale congiuntura economico-sociale, alcuni ritornano puntualmente, sotto ogni latitudine. Anzitutto la crescente precarietà: da più parti si sottolinea che la flessibilità, pur necessaria per stare dentro ai nuovi processi economici, non deve diventare un'insicurezza permanente che impedisce qualsiasi progetto di vita e disaggrega la persona e le persone tra di loro. Per i giovani questo significa un ritardo nell'inserimento attivo dentro il ciclo produttivo e la tentazione di ripiegare pigramente in evasioni e illusioni. C'è poi la necessità di conciliare i tempi di lavoro e i tempi di vita, cioè l'esigenza crescente di armonizzare le esigenze del lavoro con quelle della vita familiare. Soprattutto le donne e in generale le famiglie con bambini piccoli faticano a trovare una loro modalità accettabile. In particolare le trasformazioni che la tecnologia impone causano orari scombussolati, che rendono difficili i rapporti familiari. Si ha poco tempo condiviso e la casa si trasforma in centro di riposo multifunzionale. Un terzo punto di crisi è rappresentato dalla politica di sviluppo territoriale, che nel nostro Paese significa essenzialmente il Mezzogiorno. Se è evidente che "solo dal Sud può germogliare lo sviluppo di un nuovo Sud", questo non vuol dire che il Sud possa essere lasciato a se stesso, abbandonato al suo destino e alla mancanza di una qualsiasi scelta politica coerente e impegnativa per tutta la comunità nazionale. L'ultima zona di criticità è quella del lavoro degli immigrati. È sotto gli occhi di tutti che la componente del lavoro immigrato è consistente in taluni settori ritenuti poco appetibili dai nostri connazionali e talvolta anche in ambiti a più alto contenuto di cura: ad esempio badanti e assistenti per anziani. Al di là della necessità di una maggiore inclusione sociale ed economica, si pone qui un delicato passaggio di ordine culturale che deve portare al rispetto delle diversità all'interno del rispetto della nostra civiltà. Segni di speranza Non mancano fortunatamente segnali di speranza che si vanno moltiplicando. Non vi è dubbio infatti che la lezione conciliare della Gaudium et spes, sia pure ancora in modo sotterraneo, stia provocando una più avvertita consapevolezza del legame tra giustizia sociale e orizzonte cristiano. Il che spinge a ribadire con forza la necessità dell'etica e dell'educazione alla legalità nel lavoro e a proporre con coraggio, ad esempio, il concetto di equa distribuzione degli utili, soprattutto nelle aziende gestite da credenti. Si fa strada così la riscoperta della valenza sociale e personale del lavoro attraverso frequenti esperienze che nascono nel mondo del volontariato.
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Le cooperative sociali ad esempio fanno toccare con mano una diversa qualità del lavoro, una remunerazione altra rispetto a quella del mercato, una più accentuata cura delle relazioni e una possibile condivisione dei rischi e dei successi dell'impresa. In quasi tutte le Diocesi esistono di fatto tali realtà ed esperienze del terzo settore senza fini di lucro, che danno risposte concrete di lavoro con particolare attenzione ai soggetti deboli. Un accenno particolare va fatto alle imprese lavorative no-profit, sorte nei luoghi vessati dalla mafia, alle cooperative che hanno favorito il recupero di ex carcerati e di ex detenuti, all'attuazione del progetto Policoro. In alcune diocesi poi sono sorte alcune esperienze "pilota" che nascono dall'esigenza di "educare i giovani" a non cercare più il "posto" di lavoro, ma a cercare e "inventarsi" il lavoro, puntando più risolutamente nella direzione cooperativistica. Frequenti sono pure le esperienze di microcredito volte ad affrontare situazioni difficili e in generale le Caritas diocesane si fanno carico anche di problemi puntuali come sbloccare vertenze o offrire una risposta immediata a disagi sociali, derivanti dalla disoccupazione, dalla sottoccupazione e dallo sfruttamento delle persone provenienti da altri paesi. Nascono pure forme di economia di comunione, di aziende e di banche etiche. Così come cresce l'educazione al consumo critico, diffondendosi il "mercato equo e solidale" e le forme di acquisti collettivi. Anche sul versante del rapporto tra lavoro e festa si va nella direzione auspicata di rigenerare il quotidiano attraverso il festivo, facendo della domenica una "sosta" per recuperare il senso e l'orientamento. Per questo "il giorno del Signore" che è pure "il giorno dell'uomo" è interpretato sempre più come una grande risorsa di spiritualità e di convivialità, che chiede di essere vissuta all'interno delle parrocchie come un'opportunità unica. Di qui un diffuso investimento perché le celebrazioni eucaristiche siano di qualità e suscitino una reale partecipazione dell'assemblea, magari anche riducendone eventualmente il numero. Soprattutto facendo sì che l'Eucaristia sia il perno di una giornata "alternativa", rispetto al disorientamento e all'individualismo quotidiani. Si diffondono così pure esperienze -- una volta al mese -- in cui si condivide l'intera giornata di festa: dalla Messa al pranzo, dai giochi all'incontro delle famiglie; appunto per ritrovare un sapore più genuino della festa e alcune dimensioni disattese: la bellezza, la gratuità, l'arte e la poesia, lo stupore, il piacere di stare con gli altri. Un altro sforzo apprezzabile è il tentativo di integrare la ricca tradizione italiana di feste popolari a sfondo religioso, che costellano l'anno, attraverso una rigorosa riscoperta del loro genuino significato e farne così un'occasione di coesione sociale e di identificazione collettiva. Non mancano, infine, tentativi per integrare la festa e alcune realtà che la intersecano dentro nuovi scenari. Ad esempio il turismo, lo sport, il lavoro necessario in alcuni ambiti
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essenziali della vita sociale e ancora il lavoro degli extracomunitari, che introduce il tema della "mobilità" della festa. Consapevoli che "il sabato è per l'uomo" i contributi concordano nel difendere il valore anche umano della festa settimanale, dialogando coi sindacati dei lavoratori e con le istituzioni locali e mirando almeno a turni lavorativi che tutelino per tutti la possibilità di vivere la festa dedicando tempo a se stessi, alla famiglia e alla comunità di cui si fa parte. Prospettive e proposte Dalla riflessione congiunta sul lavoro e sulla festa emerge da più parti una ricca gamma di intuizioni e, di conseguenza, una serie di iniziative possibili. In particolare, due consistenti spunti meritano di essere ripresi: non solo perché largamente attestati, ma soprattutto perché da tutti riconosciuti adatti a incidere positivamente sulla trasmissione della speranza. Il primo è la riscoperta dell'etica sociale per formare coscienze adulte nell'esperienza cristiana, il secondo è la domenica, da cui dipende non solo la fede, ma anche la salvaguardia dell'umano. La riscoperta dell'etica sociale Per rispondere alla duplice istanza dei bisogni e delle capacità degli adulti, un autentico processo educativo cristiano deve condurre a un necessario discernimento sociale, alla conoscenza di prima mano delle questioni eticamente sensibili, al corretto rapporto tra azione temporale ed ecclesiale, all'assunzione di responsabilità nella Chiesa e nella società. In ordine a questi compiti la dottrina sociale della Chiesa costituisce parte integrale della formazione, così come di recente confermato dalla pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, secondo il quale per rendere la società più umana occorre rivalutare l'amore nella vita sociale -- a livello politico, economico, culturale -- facendone la norma costante e suprema dell'agire. A livello contenutistico -- si fa osservare -- la maggior parte delle proposte fa riferimento alla funzione liturgica e a quella kerigmatica, mentre sono poche quelle che si riferiscono alla diaconia. A livello metodologico poi, si registra il prevalere dei modelli dell'istruzione e dell'iniziazione, mentre sono poco diffuse le metodologie che mirano a formare il credente attraverso qualificate esperienze di vita cristiana. In quest'orizzonte si inserisce un'altra intuizione relativa alla formazione sociale che, nonostante la sua obiettiva rilevanza, per secoli si è svolta essenzialmente nel rimando al quarto e al settimo precetto del decalogo, intorno ai temi dell'obbedienza all'autorità e del possesso dei beni materiali. L'educazione degli adulti, dopo la lezione conciliare (Lumen gentium, nn. 31-38), non può che far emergere l'indole secolare dei laici, promuovendo così la maturazione di un'autentica personalità cristiana. Non si tratta -- è sottolineato in più contributi -- di creare
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semplicemente dei professionisti della politica o dell'economia, ma di attrezzare gli adulti a vivere in pienezza la loro condizione di cristiani e di cittadini, consolidando le risorse interiori della coscienza per vivere in sintesi coerente la vocazione cristiana e l'impegno storico-sociale. La scelta di investire energie in quest'ambito della coscienza cristiana produrrebbe -- stando a numerosi contributi -- rilevanti conseguenze: la riscoperta della propria professione come vocazione e il recupero di uno sguardo antropologico che non ceda alle pressioni di visioni anguste. Quanto alla prima conseguenza: non vi è dubbio che in forza del suo carattere essenzialmente sociale, il lavoro realizzi una forma di responsabilità che fa di ognuno un custode dell'altro. Chi lavora insomma è chiamato a vedere nell'altro una persona, la cui vita dipende anche dalla sua sollecitudine. A questo proposito emerge un compito pedagogico da assolvere: il credente deve essere educato a percepire il carattere oggettivo della professione come compito ineludibile e ad accettare responsabilmente il proprio lavoro come strumento con cui contribuire al benessere della comunità umana. In una cultura del lavoro che enfatizza le motivazioni individualistiche e opportunistiche è indispensabile educare alla funzione sociale della professione, luogo di vera realizzazione se vissuta in una visione solidale dell'impegno lavorativo. Quanto all'approccio antropologico non è difficile intuire la sua portata strategica in ordine alla formazione di una coscienza matura e adulta nella fede. Le attuali sfide dell'evoluzione tecnologica, della globalizzazione, della frammentazione e diversificazione della realtà lavorativa, sollevano domande di senso che possono avere soluzione solo in una corretta prospettiva antropologica. Questo approccio, però, non può limitarsi a riconoscere il ruolo determinante del lavoro nell'edificazione della persona e stimolare l'impegno per le condizioni che ne rendono etico l'esercizio. Esso chiede di considerare anche le ricadute culturali e spirituali prodotte dall'organizzazione del lavoro sulla formazione della persona, sulla vita familiare e sul rapporto sociale. Se le "circostanze" plasmano l'uomo, al punto di parlare oggi di una mutazione antropologica, occorre aver cura di plasmare umanamente simili "circostanze", non avendo paura di prendere in esame anche eventuali "strutture di peccato" (specie per quel che riguarda i bassi salari, le tutele sindacali e democratiche, lo sfruttamento del lavoro minorile e femminile, l'abbattimento delle barriere di qualsiasi genere: fisiche, culturali, sessuali, religiose). Non basta evidentemente la denuncia di tali peccati, se non segue la determinazione ferma e perseverante di farsene carico. In concreto si suggerisce una serie di modalità da realizzare o perfezionare:
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-- la ripresa delle scuole di formazione all'impegno sociale e politico, dopo la prima stagione degli entusiasmi e dell'emergenza, è ritenuta una necessità in ordine alla formazione dei laici; -- gli incontri con cattolici impegnati in diversi schieramenti partitici (si cita frequentemente RetInOpera come modello) sembrano in molti contributi un'esigenza non rinviabile per garantire necessaria convergenza su quelli che sono i valori non negoziabili e insieme rispetto del legittimo pluralismo partitico; -- la cura per i politici eletti perché non si sentano abbandonati dalla comunità cristiana di provenienza è avvertita come un bisogno diffuso; -- gli incontri misti tra datori di lavoro e lavoratori sembrano una risposta a un clima di dialogo e di concertazione, pur nella chiarezza dei ruoli e della dialettica sociale, che mai deve trasformarsi in lotta di classe o in pressione di gruppi di potere; -- l'attenzione al fenomeno dell'immigrazione, che in certe regioni sta modificando il quadro umano, culturale e religioso non è più un'optional, ma una vera emergenza culturale ed educativa; -- la crescita del terzo settore e la resistenza verso leggi e situazioni che lo considerano solo come mero strumento di supplenza a carenze pubbliche, viene vista come un necessario momento di crescita nel complesso quadro delle attività produttive; -- l'incentivazione delle cooperative sociali è vista come una possibilità di superare una logica individualistica e di assumere una compiuta prospettiva solidale; -- la vigilanza sulla responsabilità sociale dell'impresa con i cosiddetti bilanci di giustizia attiva un circolo virtuoso di corresponsabilità sociale; -- la ricerca di nuove modalità contrattuali, che superino le rigidità presenti, spinge per non trasformare la necessaria flessibilità in una precarietà insopportabile; -- una maggiore attenzione alla donna che lavora e all'immigrato che fatica a essere incluso socialmente ed economicamente rappresentano due obiettivi elementari di una moderna politica del lavoro e non la fissazione di qualche suggestione femminista o terzomondista; -- la creazione in parrocchia di una struttura ben organizzata che si occupi delle problematiche del lavoro, della disoccupazione, delle difficoltà del lavoro per gli immigrati e i relativi problemi di soggiorno è ritenuta un'opportunità; -- la promozione di iniziative per far conoscere il no-profit e la cooperazione è considerata un'ottima occasione per far crescere la sensibilità sociale; -- la promozione, in ambito diocesano, di una collaborazione tra tutte le realtà ecclesiali che si occupano di problematiche inerenti il lavoro, la famiglia, i giovani, è ritenuta strategica per elaborare azioni concrete nel territorio.
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L'obiettivo ultimo è quello di dare speranza nella società, non limitandosi a denunciare, ma indicando piste concrete e praticabili. Ritrovare il valore della domenica per umanizzare il tempo La seconda area strategica vuole approfondire il senso teologico e ancor prima antropologico della domenica, che resta la questione con cui sta o cade la fede nella sua appartenenza visibile e che rende possibile l'umanizzazione del tempo, sottratto alla deriva del produrre in vista del puro e semplice consumare. La festa deve mirare a rigenerare l'uomo fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto spiritualmente. È a questo livello di profondità che egli sperimenta la sua vera identità che non si accontenta "di solo pane", ma sa scorgere dietro i bisogni primari desideri sconfinati. Alla comunità cristiana spetta il compito di invertire la rotta di una festa de-privata del suo autentico spirito, puntando decisamente sul valore inestimabile dell'Eucaristia domenicale. Non come fosse un appuntamento stanco e ripetitivo, ma come a una scuola della gratuità e del dono. Ciò richiede però un investimento deciso in direzione di una modalità celebrativa più gioiosa e capace di trasmettere una appartenenza ecclesiale profonda e partecipata, con un linguaggio consono ai tempi e rispettoso del ritmo liturgico, sensibilizzando specie le famiglie a scelte e gesti che qualifichino il vissuto domenicale nella linea di una maggiore attenzione ai poveri, ai malati, agli emarginati, alla cura per le relazioni che rigenera affettivamente ed effettivamente. Molte riflessioni convergono sul fatto che mai come oggi è chiesta alla Chiesa la carità di armonizzare i tempi di vita della gente attraverso il dono della domenica. Facendo attenzione -- vista la pratica festiva ancora in caduta libera -- a non ghettizzarsi e invece trasformando lo spazio ecclesiale in un tempo libero, in cui ritrovare il gusto dell'ascolto e dell'incontro, riassaporare la possibilità del silenzio e della convivialità, fare propria un'intensa esperienza di Dio, pur dentro un contesto comunitario e non solipsistico. Tutto questo non sarà possibile senza un'opera paziente di rieducazione che parta dal vissuto della gente, ormai incapace di sperimentare un tempo liberato dall'ossessione del lavoro o, per converso, dall'evasione facile e anestetizzante. Soprattutto una scelta -- condivisa da molti -- si impone: fare della domenica il giorno della comunità, in cui i vari carismi vengono a intrecciarsi per la gioia e la vita di tutti. Ai presbiteri è chiesto di essere delle guide accoglienti e autorevoli e ai laici di sperimentare una ministerialità più diffusa. In concreto si suggeriscono diverse iniziative, di differente consistenza: -- ridurre il numero delle Messe festive, puntando a celebrazioni più qualificate in cui dal presidente (soprattutto l'omelia) all'assemblea (canti e lettori) ci sia una "actuosa
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participatio". Quanto alla festa occorrerà fare un'opera di ricentramento sul Risorto, quale cuore della vita del battezzato affinché si comprenda che chi è unito a Cristo non può vivere la festa "come se Dio non esistesse". Anche in questo campo, senza "ghettizzarsi" in feste loro riservate, i cristiani dovranno fare della festa domenicale incentrata attorno alla celebrazione dell'Eucaristia un grande appuntamento attraente anche per gli altri, soprattutto giovani, perché capace di dire loro quanto altri momenti di festa vuoti e tanto spesso effimeri non sono in grado di dire; -- aiutare soprattutto i giovani e le famiglie a riscoprire il valore del tempo: dal tempo della domenica, pasqua settimanale, discende il senso originario del tempo feriale, tempo del lavoro e della responsabilità; -- proporre e realizzare le domeniche `a tempo pieno', almeno una volta al mese, all'insegna della spiritualità e della convivialità per presentare la festa come condivisione di vita che parte dalla celebrazione liturgica, ma si prolunga nell'amicizia, nel pranzo, nel divertimento per piccoli e grandi; -- valorizzare le feste popolari e patronali come momento di incontro e di condivisione, superando eventuali stratificazioni di dubbio valore religioso, ma senza disperdere un ricco patrimonio che intercetta il bisogno dell'uomo post-moderno di trovare luoghi e momenti di identificazione; -- riscoprire il pellegrinaggio e l'esodo spirituale verso i santuari come contesti particolarmente adatti a evocare un'esperienza di trascendenza; -- utilizzare i locali parrocchiali nei giorni di festa per la socializzazione delle famiglie e per giornate formative di gruppi o di categorie particolari; -- astenersi dalle spese nei giorni festivi, come forma di disobbedienza civile.
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Fragilità umana
La fragilità è una caratteristica costitutiva dell'uomo. Considerare la condizione umana da questo punto di vista significa guardare alla persona lungo tutte le età della vita -- dall'origine alla fase dello sviluppo, dalla maturità al tramonto dell'esistenza -- e attraverso ognuna delle esperienze fondamentali: l'amore e la solitudine, la libertà e la responsabilità, il bisogno di comunicare e gli ostacoli all'espressione di sé, la forza e la debolezza del corpo e della mente, il far parte di una più ampia comunità e i rischi dell'esclusione e dell'ingiustizia sociale. Parlare di fragilità significa anche incontrare il peccato dell'uomo, ma soprattutto riconoscere in essa quella porta, che talvolta risulta decisiva, che permette alle persone di aprirsi alla riflessione sull'esistenza, alla ricerca del senso, alla fede. Analisi La fragilità negata: una vita oltre i limiti Anche se la fragilità appartiene alla realtà fondamentale dell'uomo, oggi appare sempre più difficile accettarla e integrarla nella consapevolezza di sé. Nonostante il vissuto quotidiano porti facilmente a sperimentare l'incertezza e l'impotenza, si assiste alla rapida diffusione di modelli culturali improntati ai miti dell'efficienza fisica e dell'onnipotenza tecnologica, della perfezione estetica e del soddisfacimento di ogni desiderio, della libertà come svincolamento da ogni limite e condizionamento. La logica del "tutto e subito" porta alla soddisfazione immediata di desideri effimeri; il ripiegamento su di sé e la rinuncia a mete di alto profilo, attraverso cui si cerca di superare le frustrazioni, non sono tipici soltanto delle persone più svantaggiate, ma si insinuano come un virus nel quotidiano dei singoli e delle famiglie, nei progetti personali e sociali e nei rapporti educativi. La ricerca esasperata del benessere psicofisico e la rimozione sistematica della realtà del dolore portano inoltre a privare di dignità interi ambiti dell'esistenza e dimensioni del vissuto umano. Sono il segno, tra gli altri, dell'incapacità di afferrare il valore intrinseco alla vita e costituiscono una porta aperta alla sua riduzione e al suo disprezzo. È questo infatti l'esito di una cultura del rischio e dell'emozione fine a se stessa, qual è quella che i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono a diffondere, in modo pervasivo, fino a toccare estremi paradossali. Dietro alla facciata di forza e sicurezza si cela infatti l'incapacità a lottare per un ideale, la carenza di significati forti, il delirio del credersi arbitri e artefici unici della propria vita: è questa una forma di fragilità culturale che viene ad aggiungersi e aggrava le fragilità fisiche e sociologiche che appartengono alla
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condizione umana nel mondo, specialmente di coloro che più sono esposti al limite: i bambini, i giovani, i malati, gli anziani. Tra vecchie e nuove fragilità Voler identificare in modo preciso il quadro delle fragilità emergenti nel contesto contemporaneo non è un compito facile. Si tratta infatti di una realtà fluida e in espansione, e di cui una parte consistente rimane nell'ombra, coscientemente inespressa o nascosta da una società che esalta l'apparire e l'avere. Sono molti i volti che la fragilità assume nella vita delle persone e della società. Spesso si tratta di minacce e attentati alla vita e alla dignità umana da lungo tempo presenti nelle analisi sociali. Fanno parte di questo gruppo la persistenza di fenomeni di illegalità diffusa, talvolta eretta a sistema; la disoccupazione e lo sfruttamento del lavoro, soprattutto di quello degli stranieri; la crisi delle politiche sociali tradizionali; il rifiuto della vita nascente e i tentativi per l'introduzione dell'eutanasia; le mille facce dell'abuso e della dipendenza (dalle droghe, dal gioco d'azzardo, dalle nuove tecnologie ); l'handicap e la disabilità; l'individualismo e l'egoismo generazionale; i fenomeni di bullismo e di delinquenza minorile; la situazione disagiata di molti anziani; la difficile condizione dei carcerati e dei migranti. Piaghe quali l'esclusione sociale e l'usura persistono nel nostro Paese; vittime del disorientamento e dell'incapacità di guardare al futuro in chiave progettuale sono particolarmente le nuove generazioni. Lo stesso mondo del volontariato si indebolisce quando cede alla tentazione, alimentata anche dalla legislazione attuale, di introdurre strutture, modalità e aspetti economici che rischiano di snaturare la sua natura e finalità. Tra le "nuove fragilità" vengono annoverate: quella che riguarda l'identità culturale, indebolita dalla difficoltà di assumere la sfida dell'integrazione degli stranieri coniugando accoglienza e proposta; la fragilità del lavoro, che comprende le attese e i disagi delle nuove generazioni, esposti a una precarietà e instabilità senza prospettive; la fragilità dei legami comunitari, e in particolare della famiglia, spesso in balia di veri e propri terremoti affettivi, e delle agenzie educative; la fragilità istituzionale, ossia della vita democratica e delle sue istituzioni, da tempo bisognose di riforme annunciate, ma mai compiute, e indebolite dalla crisi della partecipazione alla vita comune da parte di fasce consistenti di cittadini. La rivoluzione antropologica in atto, col nuovo modo di pensare la vita, e le frontiere delle tecnologie applicate alla medicina rendono ancora più vulnerabili le coscienze e difficile il loro discernimento etico. L'elenco delle fragilità non sarebbe completo se non comprendesse anche l'aumento delle solitudini, del malessere esistenziale e del disagio psichico; il consumo dissennato delle risorse naturali con la conseguente crisi ambientale; il tasso elevato di aggressività e il
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preoccupante rischio di povertà cui sono sempre più esposte le famiglie giovani e con figli, da annoverare tra i soggetti più deboli della nostra società. Una pastorale fragile Nei contributi delle diocesi e degli organismi ecclesiali è frequente la constatazione che la fragilità della condizione umana, accentuata dalle contraddizioni e dalle problematiche della nostra epoca, sia esperienza quotidiana anche per il credente e per la comunità cristiana. In ambito ecclesiale, la fragilità diffusa prende il volto di comunità ripiegate su se stesse, povere di relazioni profonde e gratuite, scarsamente tese a valorizzare i giovani e gli anziani come soggetti della vita pastorale. La Chiesa mostra la fragilità della sua fede e della sua speranza quando si ritrae sulla sponda del fare, moltiplicando le strutture, piuttosto che dedicare le necessarie energie alla formazione delle coscienze e alla cura di una vita spirituale adeguata e profonda. Se la pastorale non è nutrita dalla contemplazione e dallo sforzo del pensiero, finisce col mostrare prevalentemente stanchezza e demotivazione, formalismo e insensibilità per la vita e i suoi problemi, ricerca di potere e atteggiamenti di delega. A rendere fragile l'azione della Chiesa è anche l'autoreferenzialità e la tentazione del clericalismo, l'incapacità a rigenerarsi di continuo a partire dalle dimensioni più profonde della propria esperienza. Di tutto ciò, si dice, occorre prendere onestamente atto, in un'ottica di fede e dunque non di calcolo dell'efficienza ma di riconoscimento del proprio peccato e di apertura alla grazia di Dio che si manifesta anche nella debolezza dell'uomo. La fragilità redenta: segni di speranza Se nel quadro di analisi dipinto nei contributi dei diversi soggetti ecclesiali prevalgono le tinte scure, non manca in diversi di essi l'individuazione di segni di speranza costituiti da una fragilità "redenta" dalla fede e dalla carità. L'attesa di pienezza di vita che caratterizza il cuore dell'uomo non resta inascoltata da parte della comunità cristiana, così come non rimangono senza risposta le tante domande di aiuto e di sostegno che provengono dai più deboli della nostra società. Segni concreti dello sguardo misericordioso di Dio sulle povertà umane sono le tante forme della carità ecclesiale. In particolare, vengono ricordate l'azione della Caritas -- che ha visto crescere in modo significativo i suoi centri parrocchiali -- e delle associazioni di volontariato; la presenza negli ospedali e nei luoghi di cura; la testimonianza di famiglie solidali e accoglienti; la promozione di progetti rivolti alle categorie maggiormente disagiate (immigrati, minori a rischio, donne in difficoltà, vittime del racket ecc.); la crescita delle comunità familiari e della sensibilità verso l'affido e l'adozione; la rete dei centri di ascolto e di consulenza; le esperienze di pastorale del lutto e di reazione alla criminalità; il sostegno
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all'imprenditorialità giovanile e il sorgere di sportelli antiusura; una maggior consapevolezza diffusa per il principio di sussidiarietà. Sono autentici segni di speranza, infine, le numerose testimonianze di vite generosamente dedicate agli altri, consacrate al servizio educativo e all'accompagnamento, a cominciare dal dono quanto mai prezioso dell'ascolto e della fiducia. Famiglie e comunità dal profondo spessore umano sono ciò che maggiormente incontrano le persone nelle loro fragilità e le risollevano dagli abissi della disperazione e del vuoto esistenziale. Prospettive Emergono dai diversi contributi alcuni punti fermi da tenere presenti per testimoniare la speranza in quest'ambito dell'esistenza umana. Contemplare il mistero della croce ed evangelizzare la fragilità L'agire del cristiano nell'ambito della fragilità sarebbe ben poca cosa se non fosse alimentato dalla capacità di sostare davanti al mistero della croce e della risurrezione del Signore Gesù. L'esperienza della croce resta uno degli scandali della vita dell'uomo: la sofferenza non è mai desiderabile. Ciò nonostante, il cristiano sa che anche il dolore va accettato e compreso, e che la croce -- accolta nella prospettiva dell'amore -- diventa strumento di salvezza. È un atteggiamento diverso sia dalla sopportazione passiva che da un'impropria mistica della sofferenza, e che si nutre di preghiera e di ascesi. La fede rivela che, nel mistero dell'incarnazione e della Pasqua, Dio stesso ha rinunciato alla sua onnipotenza e si è fatto fragile come la sua creatura, sottoponendosi al rischio dell'amore e facendo della croce il suo volto più espressivo. In questa condivisione profonda sta anche il germe della risurrezione cui l'intera condizione umana è destinata. Nella testimonianza di una fragilità accettata e donata si manifesta il paradosso cristiano, che provoca nelle persone le domande sul senso del vivere. È un'opera di evangelizzazione della fragilità umana perché sia vista come una via di unione a Cristo crocifisso e risorto. Speranza e carità Esiste uno stretto legame tra la virtù della speranza e quella della carità. Quest'ultima, lungi dall'essere ridotta a un settore della pastorale o confinata in un solo ambito della testimonianza, è espressione irrinunciabile dell'essere stesso della Chiesa e via privilegiata del suo annuncio di salvezza. La povertà di speranza che caratterizza l'uomo contemporaneo ha fra le sue cause il frantumarsi della credibilità: la crisi delle istituzioni e delle ideologie ha spento in molti le attese più profonde e accorciato gli orizzonti del pensiero e dell'impegno. Anche Gesù si è trovato davanti le delusioni e le paure dell'uomo. Lo stile che emerge dalla sua opera -- capace di rimettere in piedi perdonando e dando fiducia, aspettando con pazienza,
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aprendo un futuro di responsabilità, liberando con la gratuità -- dimostra che prima di ogni altra cosa è l'amore a riaccendere la speranza nelle persone. A una condizione: che sia credibile. Ma per essere credibili le parole non bastano, occorrono i fatti. Ecco la via da seguire per far sì che aumenti la speranza: vivere la carità evangelica come testimonianza concreta del valore e del significato presente in ciascuna persona, in ogni frammento di esperienza e condizione di vita. La persona al centro dell'azione della Chiesa La fragilità umana provoca la Chiesa sul piano dell'essere prima che su quello del fare. Sono molti i contributi che delineano un profilo della comunità cristiana modellato su quelle caratteristiche che le rendono possibile offrire speranza e mostrare il valore della vita, anche quando è debole. Emerge così il volto di una Chiesa che mette la persona al centro della propria azione, che sa ascoltare e leggere la vita, e proporre un progetto culturale di umanizzazione della società, che lotta contro ogni forma di pregiudizio e ignavia, che sa intuire e anticipare, proporre e sostenere strade alternative di riscatto e di promozione dell'uomo. È una Chiesa che esprime accoglienza gratuita e non si sostituisce alle persone, ma le accompagna; che promuove impegno sociale, secondo la forma alta della carità sociale, ma che non si presenta solo come organizzazione assistenziale, quanto portatrice di un messaggio che cambia la storia e apre alla trascendenza senza indicarla come un semplice rifugio e una forma di rassegnazione di fronte al dolore. Offre speranza una Chiesa che non si illude di poter cancellare la fragilità, come vorrebbe l'utopia contemporanea della tecnica, ma sa reagire di fronte all'ingiustizia così come davanti al fatalismo; che è presente nei luoghi del dolore, ma non cede a forme di paternalismo e di assistenzialismo; che comunica che la fragilità umana non è solo un problema da risolvere, ma un "mistero" che fa parte della vita, dove la morte e il dolore non hanno l'ultima parola; che vive normalmente relazioni fraterne e accoglienti e sa affrontare con verità e carità anche le proprie debolezze; che non si limita a donare qualcosa ma ripensa se stessa a partire dagli ultimi; che porta a tutti rispetto mentre offre anche la propria gioia. È nel paradosso paolino della debolezza come forza che la Chiesa trova le modalità per "stare nella fragilità" e annunciare la beatitudine della povertà. Vestendo il grembiule della diaconia e radicata nella spiritualità dell'incarnazione, la Chiesa è chiamata a scendere dai piedistalli su cui la pongono la tentazione del potere e della grandezza umana, per raccogliere in sé ogni frammento di umanità e presentarlo a Dio come offerta viva. Una Chiesa evangelicamente povera, capace anche di scelte controcorrente, è segno eloquente della speranza portata dal Signore risorto, che "ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili" (Lc 1,52).
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Condivisione e profezia Sono le due parole che più frequentemente riassumono, nei contributi delle diocesi, il compito della Chiesa davanti alla fragilità umana: piegarsi sulle ferite e sulle povertà degli uomini, conformandosi a Cristo servo, senza rinunciare alla denuncia delle cause e delle strutture ingiuste, alla progettualità anche politica, e soprattutto a indicare la prospettiva di un "oltre" cui aprirsi per un'autentica guarigione e pienezza di vita. La condivisione della fragilità apre il cuore alla speranza e aiuta a scoprire un livello più profondo di umanità; spesso porta a restituire al cammino della vita l'esperienza che si sta vivendo arricchita di senso. Per la comunità cristiana questa è anche la sfida della comunione al proprio interno: solo una spiritualità della comunione può dare nuova linfa a quella "fantasia della carità", che nasce dal sapersi fratelli amati, di cui l'umanità oggi ha bisogno. Fragilità e grandezza dell'uomo: la sfida educativa Se l'esperienza della fragilità mette in luce i limiti e la precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza della creaturalità dell'uomo e del valore che egli riveste davanti a Dio. Qualunque sia la situazione che sta vivendo o la sua condizione materiale, l'essere umano non perde mai la propria dignità, la titolarità dei diritti fondamentali e la grandezza della sua vocazione. Custodire e comunicare la verità integrale sull'uomo è un imprescindibile servizio alla speranza che tocca in modo particolare l'ambito dell'educazione. In questo senso, occorre diffondere un'autentica concezione della persona e della libertà, oggi colpite da pericolosi riduzionismi. Proposte Da questi "punti fermi" circa il rapporto tra la Chiesa e la realtà della fragilità umana, emergono alcune attenzioni generali e indicazioni specifiche per la vita delle comunità cristiane. La Chiesa manifesta l'azione misericordiosa di Dio che viene in soccorso all'uomo fragile soprattutto mediante i sacramenti della riconciliazione e dell'unzione degli infermi. Essi devono essere valorizzati, celebrati con cura e fatti oggetto di un'opera educativa, per una pastorale della misericordia. Parimenti, va valorizzata la visita alle famiglie, modo privilegiato per incontrare le fragilità nascoste, e il servizio svolto dai sacerdoti e dai ministri straordinari che portano l'Eucaristia ai malati e agli anziani non autosufficienti, facendo anche opera di sostegno morale e assistenza spirituale.
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Anche la preghiera manifesta il senso profondo della fragilità ed educa a uno sguardo evangelico sulle situazioni di bisogno. In particolare, si deve passare dal pregare per i poveri al pregare con i poveri, anche mediante celebrazioni e centri di preghiera dislocati nei luoghi del dolore, nelle case degli anziani e degli ammalati. Nella predicazione e nella catechesi, si evidenzia il bisogno di dare spazio adeguato alla dimensione escatologica della fede, curando i riferimenti biblici, il linguaggio e l'approfondimento teologico. Molti momenti della pastorale ordinaria (omelie, catechesi, feste, pellegrinaggi, tradizioni o elementi della devozione popolare ) sono occasioni privilegiate per evangelizzare la fragilità umana e crescere nella responsabilità verso le diverse situazioni. Non vanno lasciate all'improvvisazione o sottovalutate. Una pastorale improntata alla condivisione e all'annuncio vede una preziosa risorsa nei diaconi permanenti, ministri della carità e della Parola. Davanti alle fragilità personali e sociali di oggi, la comunità cristiana avverte il bisogno di dotarsi di luoghi permanenti e strumenti di comprensione delle questioni emergenti, che portino a riconoscere le provocazioni del territorio e della vita, interpretandone i cambiamenti; a leggere la realtà da credenti; a mettere le proprie competenze a servizio di un'efficace progettualità culturale e politica. Per questo, vanno costituiti ai diversi livelli (nazionale, regionale, diocesano) "osservatori delle povertà e delle risorse" e altri centri di ascolto, di studio e approfondimento, di discernimento. La testimonianza della speranza, oltre a farsi carico delle situazioni concrete per renderle sempre più conformi al disegno di Dio, comporta una dimensione educativa e culturale. L'azione caritativa deve aver sempre chiara la propria funzione pedagogica, che si esprime nella promozione di stili di vita gratuiti, solidali e improntati alla sobrietà, nel coinvolgimento concreto delle persone, nel superamento di mentalità utilitaristiche, nel dar vita a opere-segno nel territorio. L'inserimento nei normali percorsi formativi di esperienze di servizio di cittadinanza responsabile è un modo efficace per promuovere una cultura di rispetto della sofferenza, della legalità e della difesa dei diritti, capace di opporsi a ogni forma di ingiustizia (tra cui il lavoro nero, il clientelismo, l'evasione fiscale, l'abusivismo). In quest'ottica occorre frequentare i nuovi "areopaghi" quali i mass media, la cultura e l'arte, il tempo libero e il turismo, sperimentando anche scelte pastorali innovative.
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In prospettiva culturale e pedagogica, oltre che di risposta alle emergenze, deve diventare sempre più capillare la presenza della Caritas, autentica espressione di Chiesa e non organismo con delega ai servizi sociali. Il volontariato è chiamato a essere fedele alla propria identità, testimoniando il valore della gratuità e la sua carica di trasformazione sociale. Per far questo dovrà evidenziare il suo ruolo profetico e di tutela dei diritti dei più deboli, stringere nuove alleanze e acquisire le necessarie competenze sul piano delle conoscenze, degli strumenti e dell'elaborazione culturale. Particolare cura andrà anche messa nel far sì che il volontariato non venga confinato a un'azione di supplenza nei confronti di carenze istituzionali e che si instaurino rapporti nella linea di una autentica sussidiarietà. Esso deve anche essere scuola di impegno politico e di servizio al bene comune. Un'esigenza particolarmente diffusa è quella di coordinare le varie espressioni della carità presenti nella Chiesa locale e di mettere quest'ultime in più stretta relazione con il resto della comunità cristiana, con le istituzioni civili e con le altre realtà diffuse sul territorio, facilitando collaborazioni e interventi condivisi, e passando da interventi frammentari a un'opera continuativa e che vada oltre la mera assistenza. Ciò comporta la capacità di dar vita ad autentiche "reti di prossimità ordinaria" tra famiglie, comunità, associazioni. Un ruolo particolare può essere svolto dalle famiglie, attraverso le "reti di vicinato" e persone incaricate in ogni palazzo o zona residenziale di tenere i contatti con la Caritas parrocchiale, segnalando bisogni urgenti, nuovi arrivi o situazioni a rischio. Si invita anche a diffondere l'iniziativa, avviata in alcune realtà, di "adozioni" di persone anziane o ammalate. Non vanno sottovalutate inoltre le opportunità fornite dai mezzi di comunicazione sociale per alleviare le sofferenze e le solitudini, approfondire le relazioni e diffondere una cultura e una prassi della solidarietà. In riferimento ad alcune forme particolari di fragilità, vengono individuate azioni puntuali e specifici orientamenti pastorali. Verso la fragilità della malattia La professione medica e degli operatori sanitari è un'occasione di testimonianza. Nella formazione dei professionisti del settore sanitario, particolare cura andrà posta sugli aspetti etici e sulla promozione di relazioni tra medico e paziente che non riducano quest'ultimo a semplice destinatario di cura. La Chiesa consideri suo compito stimolare le
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coscienze di medici, scienziati e ricercatori affinché le scoperte nel campo della medicina e della biologia siano sempre orientate al rispetto della vita e della sua dignità. Verso la fragilità delle relazioni interpersonali La povertà di relazioni è la grande povertà del nostro tempo. Per questo, la comunità cristiana non può trascurare la cura delle relazioni umane, la sensibilità per le storie personali, la pazienza dei tempi di maturazione, la fiducia nelle possibilità di bene proprie di ciascuno. Le parrocchie devono diventare veri e propri "laboratori di relazioni" (amicali, affettive, familiari, comunitarie, civili e sociali ) eliminando ogni aspetto "burocratico" dalla prassi ecclesiale e facendo sì che nessuno venga escluso dalla vita della comunità. Verso la fragilità delle giovani generazioni I giovani vivono una particolare condizione di vulnerabilità, sottoposti a un bombardamento di messaggi ambigui e contradditori, e non raramente privi di un aiuto efficace nel compito impegnativo della costruzione della propria identità. La formazione degli educatori di questa fascia d'età andrà dunque qualificata per dar loro competenze spirituali, culturali e relazionali che li portino a essere accompagnatori nel cammino di vita e di fede. Occorre diffondere gli oratori e i centri educativi e incrementare la "pastorale di strada", entrando in un rapporto diretto con i giovani e incontrandoli nei luoghi che essi frequentano, e dando così testimonianza di una Chiesa che non li lascia soli e non ha pregiudizi nei loro confronti. Verso la fragilità della famiglia Tra i soggetti più fragili, nell'odierno panorama culturale, va certamente annoverata la famiglia. Essa, che in non poche situazioni costituisce un baluardo contro gravi piaghe sociali e forme di disagio individuale, va sostenuta con una formazione permanente e con iniziative particolari nelle situazioni di crisi. In particolare, occorre porre attenzione alla promozione di efficaci politiche per la famiglia, a livello nazionale e locale, e all'accompagnamento nei primi anni di matrimonio. Separati e divorziati devono esser aiutati, nella chiarezza e nella carità, a sentirsi ancora parte della comunità e a percorrere cammini di riconciliazione. Verso la fragilità della disabilità Occorre favorire in ogni maniera l'accoglienza e il coinvolgimento attivo dei disabili e dei loro familiari nella vita della comunità (catechesi, Eucaristia e vita sacramentale, vari servizi e ministeri), approfondendo la conoscenza delle tecnologie e delle modalità
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educative che aumentano la possibilità di partecipazione e promovendo un'opera di sensibilizzazione per un'autentica integrazione sociale di queste persone. Verso la fragilità dell'esperienza del lutto Serve una vera e propria pastorale del lutto, fatta di vicinanza e sostegno, annuncio di fede e cammino di preghiera. Occorre a tal fine diffondere le esperienze esistenti di affiancamento delle famiglie che vivono la grande sofferenza della perdita di un familiare, aprendo il dolore alla promessa evangelica della vita eterna. Verso la fragilità educativa Occorre riproporre l'intera comunità ecclesiale come comunità educante, attraverso la diffusione della formazione di base, l'incremento di cammini educativi personalizzati, il sostegno al compito educativo dei genitori e degli insegnanti, l'attenzione alle persone che vivono la solitudine e l'abbandono, il dialogo con le realtà in cui si formano la mentalità e la cultura diffusa. In particolare, sono necessari percorsi che educhino a riconoscere e avvicinare la fragilità, e aiutino a riscoprire il limite come risorsa e la debolezza umana come luogo di Grazia, ponendo le basi per reinventare le forme dell'accoglienza. Verso la fragilità delle città Anche le città sono organismi viventi che soffrono di fragilità di vario genere. Particolare attenzione va posta, da parte della comunità cristiana, ad abitare in maniera significativa e responsabile il territorio, facendosi promotrice di progetti di crescita del tessuto umano e di cittadinanza attiva. La realtà delle periferie, indicativa di "cittadinanze minori" nel nostro Paese, va considerata come una sfida da non lasciar cadere. Verso la fragilità dei migranti Perché l'affermazione che nella Chiesa nessuno è straniero trovi sempre corrispondenza con la realtà, le comunità cristiane devono saper guardare al fenomeno delle migrazioni prima di tutto con lo sguardo della fede. Nell'approccio ecclesiale alle problematiche che esse portano con sé non deve mai mancare l'inserimento degli immigrati cattolici nelle Chiese locali, il dialogo con i cristiani di altre confessioni, l'annuncio e il dialogo con i non credenti e i non cristiani. Occorre inoltre sostenere le comunità etniche, favorendo l'opera dei sacerdoti stranieri; favorire l'incontro e l'amicizia tra le famiglie italiane e immigrate; dar vita nelle diocesi a specifiche équipe che sappiano far fronte agli aspetti religiosi e culturali; formare a identità aperte e capaci di dialogo; riscoprire i testimoni cristiani nel campo dell'emigrazione; denunciare ogni forma di ingiustizia e adoperarsi per politiche più attente ai diritti fondamentali di ogni persona; sostenere la campagna per la
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ratifica della convenzione ONU sui diritti dei lavoratori migranti e quelle per l'allargamento della cittadinanza. Verso la fragilità dei carcerati La pastorale penitenziaria è una pastorale di speranza che riguarda molte categorie di persone: i detenuti, gli operatori delle carceri, i volontari. Serve per questo una presenza più qualificata della Chiesa nei luoghi di detenzione, per svolgere un'opera di evangelizzazione, con un maggior coinvolgimento di persone e di risorse. Due situazioni che interpellano in modo particolare la Chiesa sono la criminalità minorile e il problema di quale pastorale sviluppare nei luoghi in cui è fortemente diffusa la criminalità organizzata. Anche nei confronti delle famiglie dei reclusi è necessaria una speciale attenzione da parte delle comunità cristiane. Tra gli strumenti pastorali da promuovere si individuano: un pronunciamento organico sulla pastorale carceraria; la creazione di un'apposita commissione nazionale e di uffici diocesani; una consulta per seguire il realizzarsi dell'amministrazione della giustizia in Italia.
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Tradizione
Analisi Il significato di "tradizione": urgenza di un chiarimento Le odierne difficoltà culturali che il termine "tradizione" patisce impongono l'urgenza di chiarire il suo significato, specie quando è riferito direttamente alla Chiesa e alla sua presenza nel mondo: nella Tradizione*** consiste, infatti, la vita stessa della Chiesa, il suo senso e la sua vocazione, la sua verità profonda. La Chiesa è tradizione: è un tramandare di generazione in generazione l'Evento che la costituisce e determina, sin dall'inizio e per sempre. È il mistero della Pasqua di Cristo, morto e risorto -- la cui espressione sacramentale propria è la celebrazione dell'Eucaristia --, che ha avvicinato l'uomo "nella sua carne" e cammina nel tempo orientando il futuro. L'irrompere nella storia dell'uomo del Risorto dai morti, speranza di ogni uomo nello scorrere del tempo e oltre il tempo, ha originato una traditio che avanza, si sviluppa e cresce, il cui protagonista principale è lo Spirito Santo: egli "l'anima"***, ed è l'attore fondamentale che interagisce con la libertà dell'uomo, affinché la salvezza di Cristo si personalizzi in ciascun uomo e si universalizzi nelle storia dei popoli, entrando nelle varie culture e vicende umane, per vivificarle, animarle, avviarle alla loro più piena umanizzazione. La Chiesa è in se stessa traditio, in quanto trasmette il Vangelo a ogni creatura sulla terra, attraverso l'evangelizzazione e l'inculturazione della fede: è tradizione vivente, dinamica, aperta al futuro, creatrice di nuovo futuro. A ben considerare le cose, nella realtà della tradizione non c'è nulla che indichi l'idea di una "conservazione immobile, di una perdita di libertà, di mancanza di creatività, di novità", come invece le si rimprovera in gran parte della cultura diffusa. La tradizione cristiana si coniuga invece molto bene con la speranza: il mistero compiuto nel passato, infatti, chiede di essere vissuto nel presente, senza per altro potersi esaurire, perché è tutto il futuro di Dio che accade e avviene nella storia dell'uomo. Il cristiano è l'uomo dell'avvento; la fede cristiana è accoglienza di una Parola di verità che eccede, è sempre oltre, continua promessa di un Dio che attrae verso sé, chiedendo di muovere sempre le tende. La condizione del cristiano è quella del viandante, del pellegrino, di colui che non ha stabilità qui sulla terra, perché proiettato verso la patria della sua definitiva identità, il paradiso della giustizia vera e della pace compiuta. Il depositum fidei è come il sedimentarsi in tante forme incarnate della ricchezza inesauribile dell'Evento dell'amore di Dio per l'uomo in Cristo: "deposito" non simbolizza nulla di statico, ma dice piuttosto che la prima grande tradizione (il trasmettersi di Dio all'uomo, fino a incarnarsi nell'uomo, in Cristo) non è un mito, ma
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una realtà storica. Pertanto, essa attiva processi storici di tradizione, perché assume "forma e carne" nella vita degli uomini e attraverso i dinamismi dell'esistenza umana: a partire da quel trasmettersi fondante e normativo in cui Cristo stesso consegna se stesso alla morte in croce, per manifestare l'amore misericordioso del Padre. Come tale, ogni trasmettere nella Chiesa è tradizione non solo perchè perpetua nel tempo il contenuto salvifico del farsi prossimo di Dio all'uomo, ma anche perché ne assume la forma incarnata: questa tradizione non è solo dottrina, messaggio intellettuale; si realizza invece coinvolgendo la vita e le sue forme pratiche, si innesta nelle dimensioni vitali dell'uomo, manifesta l'indissolubile intreccio tra umano e divino che costituisce la realtà del mistero di Cristo. Proprio questo innesto nell'umano dice che la tradizione di Dio nella storia non si compie fuori dai dinamismi umani fondamentali con i quali gli uomini "si trasmettono", comunicando tra loro affetti, amore, valori, cultura, senso, competenze, saperi, scienza, religioni, fedi e quanto altro sia degno e nobile per il progredire dell'uomo, di generazione in generazione. Un uomo senza fondamenta Dal punto di vista culturale, viviamo in un tempo di "transizione epocale", nel quale la storia non è più magistra vitae: la tradizione è rimossa, non si vuole imparare dal passato, si pretende di dimenticare le proprie radici. Questo è talvolta vissuto come un guadagno della libertà, come una emancipazione dell'uomo dalle tutele che non lo farebbero crescere, a vantaggio di una certa euforia nell'immaginare possibile tutto ciò che si può fare tecnicamente. Così, mentre la fede è ridotta a fatto privato e si perde il senso del riferimento a qualcosa di oggettivo, cui doverosamente obbedire, la cultura di oggi presenta sfide che giungono a toccare le fondamenta dell'umano nelle questioni della sessualità, della vita, della famiglia, del rapporto uomo-donna. Si avverte allora che la trasmissione della fede non può avvenire senza implicare le questioni soggiacenti a queste trasformazioni culturali: in esse, infatti, si gioca il destino dell'uomo nella sua umanità e, dunque, anche la possibilità che il messaggio della fede orienti l'esistenza umana e aiuti l'uomo a vivere da uomo, nella coltivazione di sé come persona, oltre i tanti riduzionismi antropologici, presenti in molti settori della cultura contemporanea. Il soggettivismo culturale, il relativismo etico, l'indifferentismo religioso sono atteggiamenti mentali, stili dello spirito umano, omogenei e convergenti nel rendere superficiale l'esperienza dell'uomo, non all'altezza della sua dignità, spesso conflittuale e competitiva. Perciò, per trasmettere la fede alla future generazioni, la Chiesa è chiamata a impegnarsi nell'iniziazione e nell'educazione cristiana dei ragazzi, giovani e adulti attuando un
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confronto critico con la cultura contemporanea. È una dialettica culturale indispensabile non solo per salvaguardare le radici cristiane, ma anche le basi fondamentali della civiltà umana. Tra disorientamento e chiusura nel presente Certi segnali della odierna cultura appaiono inquietanti e producono un'immagine dell'uomo disumana, perché deresponsabilizzante: l'accettazione fatalistica del male morale, la perdita del senso di colpa, la rimozione delle domande circa il senso ultimo delle cose e delle azioni, la mancanza di progettualità, l'assolutizzazione del presente rispetto al passato e al futuro. Tutto questo produce -- ai livelli della percezione di sé e della realtà -- disorientamento e sbandamento, e anche incertezza, stanchezza, smarrimento e, talvolta, disperazione, come un senso di vertigine che impedisce di aggrapparsi a qualsiasi cosa di stabile e duraturo. Si vive alla giornata, senza ancoraggi, senza certezze, nell'assenza di riferimenti normativi che, invece, aiuterebbero ad andare avanti con maggiore sicurezza e speditezza. Paradossale è poi che questa condizione culturale -- contrassegnata dal marchio dell'instabilità, della provvisorietà, del frammento, della precarietà -- venga propagandata come un fatto positivo dai mezzi di comunicazione di massa. Il mondo complesso è attraversato da un'informazione invadente, che è spesso sorgente di confusione e certo non aiuta la crescita matura di persone capaci di assumersi le proprie responsabilità con un impegno che duri nel tempo. Comunicare la fede nella società secolarizzata: difficoltà e priorità Al di là di certe frange anticlericali, il cattolicesimo gode in Italia di una stima diffusa rispetto a tanti altri paesi dell'Europa. Questo incoraggia, anche se non toglie il fatto che il processo di secolarizzazione abbia enormemente smarcato le comunità dal loro antico ruolo di socializzazione, creando oggi non poche difficoltà all'esercizio del trasmettere la fede, nelle parrocchie, nelle famiglie, a scuola e negli ambienti di lavoro. La traditio della fede comporta, dunque, che nella comunicazione ci si impegni a formare le coscienze delle persone alla visione cristiana della realtà, della relazione umana, della famiglia, della società: il Dio che si comunica e si testimonia, infatti, non lo si incontra al di fuori o indipendentemente dall'esistenza degli uomini e delle donne del nostro tempo e dalla coscienza che loro stessi hanno di sé e del proprio futuro. Il problema tocca la formazione dei cristiani, la capacità di testimoniare la loro scelta di vita e di impegnarsi per l'evangelizzazione.
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Temi di fondo La Tradizione invoca il testimone: il nodo della cultura Si può facilmente comprendere perché alcune "rotture sociali e culturali" nelle strutture proprie del trasmettere tra gli uomini possono indebolire il processo di trasmissione della fede, talvolta oscurando la bellezza della tradizione cristiana, che splende proprio nel suo necessario trasmettersi senza distorsioni, impoverimenti, annacquamenti. La vita della fede sta tutta nella trasmissione, secondo il mandato di Gesù che ha chiesto di andare per il mondo e fare discepoli fra tutte le genti. Ogni generazione ha il diritto di ricevere Cristo e di accoglierlo, vivendolo nella concretezza delle condizioni culturali nella quali scorre la vita. Il patrimonio inesauribile della fede non conosce confini geografici, temporali e culturali. Esige però che venga vitalizzato, personalizzato, riproposto nuovamente, ridetto e ricompresso in assoluta fedeltà, senza tradimenti, perché la fede divenga sempre qualcosa di vivo e personale. È un compito arduo che si compie nella presenza dello Spirito del Risorto, attraverso la grazia elargita nella celebrazione dei sacramenti, sotto la guida del Magistero, ma dentro l'indispensabile coinvolgimento di tutti i cristiani, chiamati a darne testimonianza: la trasmissione della fede, dunque, pone la questione del testimone. La trasmissione -- che richiede un linguaggio adeguato ai tempi -- non prescinde mai dall'offerta di senso che è interiore al gesto del testimone, il quale in forme visibili (e talvolta anche pubbliche) di vita "mostra" la salvezza cristiana, facendola percepire come credibile, interessante, appetibile, perché vera, cioè corrispondente alla domanda di senso e di giustizia che è dentro il cuore di ogni uomo. Verificare questa corrispondenza è un tassello decisivo per la tradizione cristiana. Perciò occorre favorirla perché si capisca che Cristo è la Parola che salva tutti gli uomini e ogni uomo nella sua interezza. Sarà indispensabile allora incontrare l'uomo là dove egli vive, soffre, cresce, si forma, gioisce e spera: la tradizione riguarda la famiglia, la scuola, l'Università, gli ambienti di lavoro, ma anche e soprattutto la cultura, qui intesa come processo generale di senso nel quale "l'uomo diventa più uomo", e si coltiva nella sua umanità. La conversione necessaria: ricentrarsi sull'essenziale I contributi concordano nel rilevare che è in atto una vera emergenza educativa. Il lavoro di educazione della Chiesa, dunque, deve puntare sulla nascita di autentici evangelizzatori, a un tempo testimoni e maestri, che da veri discepoli di Gesù sappiano innestare lo spirito del Vangelo nella società. Per quanto appaia indispensabile perché la tradizione sia sempre viva e vitale, questo può accadere solo in un "permanente processo di conversione": una metanoia radicale, concernente sia il singolo soggetto e sia la comunità. Si tratta di una doverosa metamorfosi della pastorale che ricentri l'azione evangelizzatrice sull'essenziale, sullo spirituale e su ciò che interpreta il bisogno dell'uomo
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in ogni circostanza: la tradizione si fa credibile nella misura in cui fa sintesi tra fede e vita, e risponde alle speranze dell'uomo di oggi con "la" speranza che è Gesù Cristo. Un processo formativo integrale La formazione "permanente" non è una formula magica; essa indica la serietà con cui il lavoro di educazione va condotto: la fede non si vive "fuori orario" o in alcuni momenti dell'esistenza. Perciò l'iniziazione alla fede continua sempre nel processo della sua maturazione in tutte le stagioni della vita e in tutte le condizioni in cui l'uomo si viene a trovare: la fede va infatti alimentata e maggiormente nutrita oggi, nel tempo in cui essa appare non sostenuta né dalle abitudini, né dalle tradizioni, né dal contesto sociale, quando non sia talvolta osteggiata, bloccata, derisa. Solo un processo formativo continuativo, solido, integrale potrà aiutare i cristiani e in particolare gli operatori pastorali, perché abbiano modi adeguati nel trasmettere la fede e siano sicuri in quello che trasmettono. Lo stile della comunicazione: identità e dialogo Nell'esercizio del trasmettere la fede risulta decisivo il modo con cui ci si rapporta, lo stile della comunicazione, caratterizzato da fiducia, dialogo, comunione. Non di meno è fondamentale -- riconosciuta la "fine della cristianità" e considerata la tendenza delle società ad assumere un volto multireligioso -- la questione dell'identità cristiana, della verità del credo professato, i cui contenuti non possono essere offuscati nella loro bellezza, né confusi o ecletticamente mescolati con idee religiose equivoche. La testimonianza del dialogo è già una forma di comunicazione della fede cristiana che nasce proprio da un evento di dialogo e fa sorgere la Chiesa come luogo del dialogo tra Dio e gli uomini e tra gli uomini in nome di Dio. Tuttavia, il dialogo è per l'annuncio della verità cristiana e per nessun motivo deve richiedere la rinuncia ai contenuti centrali della fede: non si può dialogare senza identità, senza sapere chi si è. La scoperta entusiasmante della identità cristiana -- il suo reale approfondimento, non solo dottrinale, ma esistenziale -- convincerà sulle forme vere del dialogo e della comunione tra gli uomini. La fede cristiana, infatti, è antiideologica per natura: nasce da un evento di dono -- quello del Crocifisso di Dio che muore per amore -- e si trasmette nella forma del dono per suscitare altro dono: stimola la libertà ad accogliere e mai si impone con la violenza. La storia della santità In questo contesto la tradizione cristiana è una lunga storia di esempi e di testimonianze a cui attingere, lungo tutti i secoli, escludendo ovviamente quei comportamenti e quelle azioni negative che l'hanno snaturata e oscurata, benché non distrutta completamente. Tradizione è soprattutto la storia della santità di quanti in modo
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concreto hanno mostrato "come" si può dar testimonianza della speranza cristiana nelle condizioni ordinarie dell'esistenza e "quali forme" assume una vita orientata e guidata dalla speranza. La loro memoria, il racconto della loro vita, l'affermazione della loro presenza, ancora viva in mezzo agli uomini, mostrano che la Chiesa non trasmette solo dottrine e teorie (colte talvolta come "pesi da portare" su spalle stanche), ma realmente trasmette "vita santa" che fa sbocciare nuova vita, fa crescere l'umanità, facendole assaporare la gioia anche in situazioni di tristezza e di dolore, perché apre alla speranza certa della vicinanza amicale, incondizionata, disinteressata degli uomini, sentiti fratelli in nome di Dio, e di un futuro atteso di beatitudine e di pace, dove la giustizia di Dio si manifesterà come perdono e come misericordia. Ascoltare i segni dei tempi Nonostante gli ostacoli e le difficoltà, la trasmissione della fede si compie dentro un indiscutibile ottimismo, che è confessione certa dell'opera dello Spirito nella storia, ma anche della misteriosa presenza di Cristo nelle culture, nelle religioni e nell'umano dell'uomo, in ogni dove. La teoria patristica dei semina verbi chiarisce la condizione reale in cui l'uomo si trova: già toccato in quanto creatura dalla grazia di Cristo, aperto al mistero soprannaturale di un Dio che lo può incontrare e di fatto lo incontra nella vita. Nella trasmissione della fede e nella sua maturazione, il lavoro educativo dovrà tenerne conto e dovrà sforzarsi di illuminare l'esperienza dell'innesto tra la rivelazione (i sacramenti, l'azione della grazia e della predicazione) e la disponibilità propria dell'umano di lasciarsi orientare, illuminare, corrispondere nella scoperta del senso della vita, nella ricerca della gioia dell'esistere, nell'entusiasmo di costruire una convivenza pacifica, solidale e giusta, degna dell'uomo e del suo destino. Confrontarsi con le tante esperienze con cui l'uomo produce sensi e significati nobili e alti, anche se non direttamente legati al religioso e alla fede, significa anche ascoltare la voce di Dio che ancora si annuncia e parla attraverso i segni dei tempi. La fiducia nell'uomo -- qualunque sia il suo volto -- si fa dialogo e discernimento critico alla luce del Vangelo, per mostrare la credibilità della rivelazione, proprio nella sua capacità di offrire in libertà risposte vere ai desideri autentici della vita umana. Prospettive Occorre interrogarsi su quali siano i linguaggi adeguati al mondo odierno per trasmettere la fede, annunciando il modo diretto e chiaro la speranza della vita eterna nella quotidianità del vivere: quali gesti da individuare? Quali esperienze umane da comunicare? Quali progetti da coltivare? Quali iniziative da organizzare?
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Programmare la santità cristiana La speranza della risurrezione libera la vita, perciò entra nelle maglie delle esistenza: chi la porta e la trasmette lo deve fare con consapevolezza e creatività, confidando nell'opera dello Spirito e non di meno programmando la santità cristiana (cfr. Novo millennio ineunte, n. 31). Il discorso, allora, cade sugli atteggiamenti concreti da adottare per far fronte alle difficoltà odierne, sulle strade da percorrere per una evangelizzazione all'altezza delle sfide della cultura contemporanea, sulle proposte possibili da avanzare perché la comunicazione cristiana sia efficace e feconda. Tutto ciò rende concreta la responsabilità con cui le comunità hanno cura della tradizione ecclesiale: la Verità che salva va "incarnata" nell'oggi, tenendo conto delle novità con cui la vita degli uomini si organizza e si sviluppa, delle forme pratiche dell'odierna cultura, delle attuali fatiche umane, specie quelle relative al convivere tra gruppi, popoli e nazioni, nella solidarietà, nella giustizia e nella pace, al rapporto con l'ambiente e la sua futura abitabilità, cui appartengono anche le questioni del massiccio impatto tecnocratico sulla vita umana, dal momento del suo concepimento fino al suo declino nella morte. La Chiesa è resa credibile dall'amore Appare anzitutto fondamentale la credibilità della Chiesa e del suo presentarsi al mondo come strumento di unità e di comunione, le cui caratteristiche distintive -- l'offerta della verità e della carità -- dovranno essere inequivocabilmente visibili, percepite con chiarezza, senza compromessi e distorsioni. La Chiesa non possiede la Verità come un "tesoro geloso" da nascondere quasi fosse frutto di una rapina, ma come un "tesoro prezioso" ricevuto e accolto per grazia, da condividere e pertanto da comunicare e trasmettere a tutte le genti. "Possedendo la Verità", essa è però sempre pellegrina e viandante verso il Regno, in cammino verso la Verità tutta intera, cui lo Spirito la spinge, in umiltà e coraggio. Perciò cerca e dialoga rispettosamente con quanti credono di amare la verità, come senso, come giustizia, come onorabilità della vita dell'uomo. I progetti di assistenza, di educazione, di vicinanza solidale ai più poveri e agli emarginati della terra -- per quanto promuovano l'umanità dell'uomo -- non possono essere scambiati per iniziative meramente sociali, ma dovranno con maggiore evidenza testimoniare la carità cristiana, quale cura appassionata di Dio al bisognoso, il suo farsi prossimo e samaritano a ogni uomo: la carità della Chiesa non è mai semplicemente una elemosina, ma è sempre dono gratuito, incondizionato, unilaterale della vita, coinvolta liberamente in un gesto di amore che manifesta la verità di Dio, il Dio vicino all'uomo. Infatti, alla fine, "solo l'amore è credibile" e l'amore è la via della Chiesa: è il volto più credibile della Chiesa. La tradizione è il tramandarsi di generazione in generazione delle opere della carità cristiana, compiute nella forza della verità cristiana primordiale, quel primo gesto con il quale il Figlio di Dio
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incarnato ha dato se stesso per amore. La tradizione è il racconto della Verità di Dio come storia dell'amore di Dio per l'uomo che suscita negli uomini nuove storie di amore nella Verità che li ha rigenerati. Processi di purificazione Affinché la credibilità della Chiesa splenda come speranza nel mondo con sempre maggiore chiarezza, diventa urgente attivare in modo permanente processi di purificazione. La conversione delle forme pratiche con cui la Chiesa di oggi trasmette la fede non è solo un problema di "strategia pastorale". Tutte le forme inventate nel tempo per comunicare la fede vanno sempre verificate per misurare -- con puntualità e precisione -- il loro grado di compatibilità non solo con la coscienza e lo sviluppo dell'uomo, ma anche con la luminosità della verità cristiana che trova nel segno dell'Eucaristia l'intangibile criterio di giudizio su tutto. Se la Tradizione ha di necessità bisogno di "tradizioni" per essere trasmessa e vissuta, non si deve dimenticare che esse sono una funzione storica, del momento, le cui forme possono e debbono cambiare per evitare il rischio di favorire sì una Tradizione, ma senza Gesù Cristo. Tradizione e tradizioni La creatività pastorale si esprimerà nell'inventare anzitutto "nuove tradizioni" nella misura in cui servono la traditio. Non di meno tenterà, poi, di purificare alla luce delle esigenze eucaristiche del Vangelo quelle tradizioni che un tempo furono splendenti e ora appaiono oscure, talvolta svuotate del loro contenuto cristiano e non di rado asservite alle tante forme di paganesimo contemporaneo, religioso e consumistico a un tempo: si pensi ad alcune forme organizzative delle feste religiose che sembrano essere più "spettacolo per il mondo" che non celebrazione della speranza della fede. Si tratta di operare un profondo discernimento e verificare se alcune feste sono espressioni della fede del popolo di Dio o semplicemente delle manifestazioni folkloristiche; se sono occasioni di evangelizzazione o di teatralizzazione; se esprimono la santità in sintonia con i tempi o sono semplicemente forme di spreco, in contrasto con una parte della comunità cristiana che soffre per la mancanza del necessario; se, infine, s'inseriscono in un itinerario di fede della comunità cristiana parrocchiale o, al contrario, sono occasioni per manifestarsi come cristiani da vetrina. Onestamente, si dovrà riconoscere infine quanto di permanente e di vitale ancora vive in alcune antiche tradizioni, per la loro capacità di portare gli uomini a Dio, con un linguaggio semplice, popolare, adatto al cuore dell'uomo, aprendo -- attraverso la devozione -- l'esistenza ordinaria della gente all'incontro vero con il mistero di Dio: si pensi solo alle
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possibilità pastorali dischiuse dalla recita del rosario, e come questa pratica di pietà si è arricchita nel tempo. Stile di comunione e pastorale integrata La conversione pastorale al servizio della purezza e della verità della Tradizione comporta che si vada avanti nel progetto di "riforma nella continuità", testimoniata già dal Concilio Vaticano II, che innerva i progetti di rinnovamento pastorale della parrocchia per un nuovo profilo di comunità, più credibile. Si deve insistere molto sullo stile ecclesiale di comunione che fonda un'azione missionaria integrata: -- dove carismi e ministeri di tutti vengano messi in sinergia, valorizzati nella corresponsabilità pastorale, aperti alla collaborazione all'interno e all'esterno della Chiesa; -- dove le parrocchie trovino nuove capacità di lavoro sinfonico tra loro e con i gruppi, movimenti e associazioni, affinché con una più diffusa capillarità si possa incontrare la gente nei luoghi in cui vive, attendendo alle necessità di ciascuno, dentro relazioni quanto più possibilmente personali e personalizzanti che diano il senso della vicinanza del Dio che chiama ognuno per nome; -- dove le singole figure ecclesiali (dal vescovo al prete, dal diacono ai consacrati e ai fedeli laici tutti) possono essere riconosciute nell'autorevolezza del loro ruolo, dentro la comunione ecclesiale, che non sopporta competitività o gelosia, ma organicità e supporto reciproco, nello sviluppo progressivo di una più forte spiritualità sinodale, di per sé già segno di speranza in questo mondo, marchiato dall'individualismo; -- dove il rapporto con il territorio sia coltivato al fine di realizzare una rete di collaborazione effettiva con le istituzioni, specie quelle deputate all'educazione, quali la scuola e l'università e altri centri formativi. Un rinnovamento continuo della catechesi Indispensabile appare il rinnovamento della catechesi, nella quale maturare l'esperienza d'essere amati dal Signore in modo speciale. Il tratto esperienziale, che non deve mai mancare, dovrà coniugarsi nella capacità -- altrettanto esistenziale -- di porsi domande sulla vita e di trovare risposte adeguate. Sarà difficile farlo senza la fatica del pensare, senza il doveroso discernimento culturale. C'è bisogno, inoltre, di un linguaggio nuovo, comprensibile all'uomo di oggi: non basta la lingua parlata, occorre un linguaggio che interpreti l'esistenza e l'aiuti a crescere nella ricerca del senso e della verità. La catechesi non può solo offrire contenuti da apprendere ed esperienze da fare. Deve anche aiutare le persone a comprendersi, a giudicare cristianamente se stessi, gli altri e le relazioni umane. In una parola, a forgiare una mentalità di fede.
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In merito, i contributi insistono su alcuni punti: -- anzitutto, la catechesi sarà per tutti e per ogni stagione della vita (dai piccoli ai ragazzi, dai giovani agli adulti) e dovrà assumere il carattere di "accompagnamento mistagogico", valorizzando i tempi dell'anno liturgico che potrebbe diventare un vero e proprio "itinerario di fede". -- sarà offerta in tutte le situazioni dell'esistenza (per la nascita, per le nozze, per l'accompagnamento delle famiglie, anche in preparazione alla morte); -- sarà fatta da operatori responsabili, perché maturi spiritualmente e preparati dottrinalmente, ma dovrà coinvolgere senz'altro la famiglia: il ruolo della famiglia appare come primario e, perciò, la pastorale familiare dovrà immaginare percorsi catechetici seri per preparare i genitori a recuperare questa loro significativa vocazione nella Chiesa. Quella dei "genitori catechisti" è un opzione condivisa da tutti, per superare quell'eccesso di delega con il quale le famiglie evadono un "dovere" che è loro proprio; -- dovrà essere una catechesi orientata al sociale, allo scopo di evitare il rischio della presentazione della fede come un fatto intimistico ed evadente rispetto ai drammi della vita umana: un più forte legame tra catechesi e opere della carità (anche sociale) deve essere perseguito e reso visibile, così come anche quello con la liturgia. Una pastorale integrata tra comunità cristiana, istituzioni culturali e formative, mezzi della comunicazione Alla formazione di cristiani adulti -- secondo le esigenze imposte dalla trasmissione della fede oggi -- non può bastare la catechesi, che è comunque una base indispensabile. L'interazione matura con il mondo esige infatti cristiani culturalmente preparati, consapevoli, capaci di manifestare le proprie opinioni, sapendole motivare perché risultino convincenti. Questa "alta istruzione culturale" si impone soprattutto per le grandi questioni poste dall'utilizzo della tecnologia sulla vita umana e sull'ambiente e appare assolutamente indispensabile per quanti operano nei campi del sociale e della politica, specie se hanno ruoli pubblici rilevanti: la capacità di agire da credenti nei diversi settori dell'esistenza umana è sempre più necessaria per la tradizione cattolica, la cui trasmissione deve fare i conti con le sfide poste dai diversi saperi scientifici, che in modo forte e pervasivo determinano la mentalità della gente comune. In questo orizzonte si evidenzia l'importanza pastorale del lavorio da svolgere nelle scuole e nelle università, nel mondo della comunicazione e in tutte le istituzioni culturali e di istruzione: l'annuncio cristiano e la proposta formativa della Chiesa non possono mancare là dove i ragazzi e i giovani crescono nella conoscenza, acquisiscono linguaggi e abitudini, rielaborano le idee ricevute in famiglia e incrementano la loro capacità di giudizio critico sulla realtà. In modo del tutto particolare sono coinvolte in questo lavoro le istituzioni
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culturali e formative cattoliche nelle quali si possono trasmettere con intelligenza e motivazione le convinzioni proprie del cristianesimo sulla vita, la società, la cultura, sulla convivenza tra i popoli. In un contesto di pastorale integrata, le scuole cattoliche devono lavorare in sinergia con le parrocchie, così come i docenti cattolici e le associazioni cattoliche degli insegnanti devono sinfonicamente lavorare in un progetto educativo di grande respiro culturale, aperto al territorio, cui non può mancare la competenza degli insegnanti di religione cattolica e -- una volta consolidate nuove figure pastorali -- degli "animatori della cultura e della comunicazione". Un modello educativo "alternativo" È unanime il riconoscimento della necessità di riprendere con maggior vigore e ardore il compito educativo, da parte di tutti (educatori, genitori, insegnanti, professori), nella proposta di un modello educativo che metta al centro l'uomo e i valori umani, superando la deriva tecnicista della nostra civiltà. D'altra parte, nella società pluralista, l'elaborazione di un modello educativo "alternativo" non dovrebbe essere visto come una chiusura integrista, ma piuttosto come una ricchezza, per il diritto di ognuno di scegliere come educare i propri figli. Vanno incoraggiate, in questo senso, tutte quelle iniziative che propongono un'educazione continuativa della persona, dall'infanzia all'università. Adeguatamente formato e istruito, il cristiano potrà far valere la propria competenza, e offrire il proprio contributo in ogni settore dello scibile umano, nella valorizzazione di tutti i linguaggi, con i quali si trasmette il sapere e si può trasmettere la fede: si pensi all'arte, alla musica, al cinema, ma anche agli strumenti di comunicazione di massa, da usare saggiamente. Qui infatti non si distingue spesso tra messaggio e linguaggio e le possibilità di un degrado valoriale nella comunicazione delle esperienze è sempre alle porte, mentre il mezzo risulta essere efficace nella produzione di mentalità e nell'orientamento del giudizio delle persone, fino talvolta al rischio della manipolazione delle coscienze. La formazione teologica In tutto, appare indispensabile una più diffusa formazione teologica: è assolutamente scontata -- benché ancora non sufficientemente compresa -- l'importanza delle Facoltà teologiche, delle Scuole superiori di scienze religiose, dei centri in cui si fa ricerca scientifica in teologia. La possibilità di far rifiorire nelle Diocesi le scuole di formazione teologica, insieme a quelle di formazione al sociale e alla politica, magari con un maggiore coordinamento, fa ben sperare per il futuro. Una volta superato il pregiudizio, purtroppo acriticamente condiviso da molti e spesso non senza ragioni, che la teologia sia solo elucubrazione astratta, senza riferimento pastorale, è auspicabile una sua valorizzazione
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persino nelle parrocchie, affinché la fede sia "anche pensata" e perciò spiritualmente motivata. Proposte Le prospettive delineate contengono anche chiare e concrete indicazioni per la vita ecclesiale. Tra le molte proposte, evidenziamo in sintesi quelle più ricorrenti nei contributi delle diocesi e degli organismi ecclesiali. Fare un saggio uso, nella trasmissione culturale e della fede, di tutti gli strumenti oggi a disposizione: dalle comunicazioni di massa al linguaggio dell'arte, della musica, del cinema. Affrontare con coraggio il necessario rinnovamento dei percorsi dell'iniziazione cristiana, anche mediante sperimentazioni, tra cui il ritorno all'antica sequenza: Battesimo, Confermazione, Confessione, Eucaristia. Purificare le forme della devozione popolare, superando però ogni latente e facile tentazione di perfezionismo spirituale e organizzativo. La Chiesa non può rinunciare alla sua connotazione popolare e deve continuare ad alimentare la speranza di tutti. Favorire il sorgere di "luoghi di profezia" in cui ascoltare le richieste e le domande, i rimproveri e le attese, i contrasti e le promesse; luoghi di confronto e di analisi, di ricerca e di dialogo, di proposta di amore e di speranza. Riproporre il valore delle storie e delle tradizioni locali. Creare sinergie e occasioni di dialogo e di confronto con le famiglie e le altre istituzioni educative. Dotarsi di nuovi mezzi di comunicazione sociale, senza però trascurare la relazione interpersonale che rimane sempre e comunque il luogo privilegiato per la trasmissione della fede. Adeguare il linguaggio dell'annuncio, così che sia comprensibile da chi ascolta e sia capace di raggiungerne la vita. Valorizzare la presenza dei docenti di religione nella scuola, investendo nella loro formazione. Valorizzare gli anziani nei percorsi educativi delle comunità. Promuovere occasioni di dialogo ecumenico nella pastorale ordinaria. Potenziare i luoghi della ricerca e del confronto, stimolando il dialogo con altre esperienze culturali e religiose. Rilanciare tutte le forme di aggregazione e le realtà educative per i giovani, mettendole in rete tra loro. Formare nuove figure educative, capaci di essere interpreti e mediatori culturali.
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Diffondere e qualificare la figura pastorale dell'animatore della cultura e della comunicazione.
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Cittadinanza
Analisi L'impressione generale è che quello della cittadinanza sia -- tra gli ambiti -- il più controverso nella coscienza media dei cattolici italiani. Infatti, per quanto tutti abbiano riconosciuto l'importanza di questa dimensione, più difficile è stato individuare le autentiche priorità. Un concetto ampio Di fronte al nuovo concetto di cittadinanza che la cultura degli ultimi secoli ci ha consegnato e al nuovo statuto del cittadino derivato dalla riflessione giuridica ed etica del Novecento, è importante per alcuni focalizzare una distinzione preliminare. Nell'assunzione della cittadinanza, bisogna distinguere accuratamente tra la sfera civile e la sfera sociale. I due ambiti non coincidono, essendo il secondo molto più dilatato e lasciando intendere che la dimensione pubblica, di cui farsi carico, non è circoscritta semplicemente a quella statale, pure essenziale e determinante. Questa annotazione è presente in diversi contributi che sottolineano come l'esigenza dell'inclusione sociale non vada ridotta alla sola sfera politica, da intendere semmai come il coronamento di un più ampio spettro di interventi nello spazio della comunità. La cittadinanza così concepita si rivela come un processo che tocca tutte le sfere e tutti gli ambiti: sociale, economico, culturale, politico. Cittadinanza locale e globale Un altro elemento interpretativo -- oggi ritenuto essenziale -- dice l'ampliarsi della categoria di cittadinanza dalla dimensione semplicemente locale a quella globale. Le due dimensioni sono viste in continuità e come un'unica sfida che interpella ciascuno, in considerazione di quella molteplicità di appartenenze e di mondi diversi, cui la persona aderisce. Delle due certamente la dimensione mondiale è quella che deve essere ancor più metabolizzata e non solo subita per effetto di inarrestabili processi economici. Sentirsi cittadini del mondo -- è stato scritto -- richiede un'attenzione nuova al ruolo della società civile rispetto ai grandi problemi della fame, della povertà, della giustizia economica, dell'emigrazione, dell'ambiente. L'apertura al mondo, così connaturale alla Cattolica***, pone nuove sfide anche alla comunità cristiana. Una viene ripetutamente citata come un banco di prova: il fenomeno dell'immigrazione. Senza ingenui irenismi, si invita a considerare questa emergenza epocale come una chance di incontro e di dialogo e nella prospettiva di uno scambio culturale perfino come un'opportunità nuova per la stessa evangelizzazione. Più che evocare lo `scontro di civiltà', i cristiani sono chiamati in
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quest'ora decisiva a tessere rapporti di accoglienza e di condivisione. La cittadinanza mondiale è un progetto di inclusione sociale di rilevanti conseguenze e la presenza ormai di seconde generazioni di stranieri è una delle problematiche più significative per la nostre società moderne. Elaborare un'identità del cittadino Sul fronte locale, resta decisivo elaborare una più spiccata consapevolezza dell'identità del cittadino che non si risolve semplicemente nella linea di vedersi attribuiti taluni diritti, ma si rende concreta nell'assunzione di un impegno verso la collettività. La città di cui si fa parte non è la semplice somma di individui atomizzati, separati l'uno dall'altro, ma una comunità, cioè un popolo che pensa in termini di "noi". Di qui l'impegno che, all'occorrenza, sa diventare vigilanza attiva e prendere decisamente le distanze da atteggiamenti qualunquisti o rassegnati, che ingenerano solo superficialità e disinteresse, afasia e senso di impotenza, perché "non si conta nulla". E che purtroppo vengono alimentati da atteggiamenti e comportamenti poco coerenti, da parte di chi riveste compiti di responsabilità pubblica. Specie tra i giovani questa contro-testimonianza degli adulti -- si fa notare -- produce un progressivo scollamento dalla realtà e tuttavia non mancano quelli che ancora si lasciano affascinare dal desiderio di cambiare le cose, anche se con uno spirito più disincantato e pragmatico. Alcune tentazioni da superare Rispetto alla complessità del fenomeno della cittadinanza anche le comunità cristiane -- a detta di quasi tutti i contributi -- sembrano vivere una stagione di ripiegamento e di appiattimento sulla sfera della socialità corta. Ancora oggi molti ritengono che la fede sia una questione privata e intimistica che non deve avere nessun riflesso nella realtà. Al massimo ci si può spingere sul fronte della carità, ma senza poter dire nulla per quanto riguarda invece il cuore dei sistemi: del sistema sociale, del sistema economico, del sistema politico, del sistema culturale. Si fa osservare però da alcuni che essere "stranieri" o "pellegrini" nel mondo -- secondo la nota suggestione della prima lettera di Pietro -- non equivale a essere estranei al mondo. La Chiesa di fatto non è separata né si sostituisce alla società civile, ma la anima dall'interno. La religione altresì non può essere relegata nella sfera privata e ineffabile della coscienza. Occorre superare, in questo senso, sia la tentazione della nostalgia della cristianità, sia la declinazione del cristianesimo come `religione civile', cioè la sua strumentalizzazione per il raggiungimento di esclusive finalità civili. Allo stesso tempo, viene indicata la sfida di riscoprire l'autentica laicità dello Stato democratico che si basa su valori universali e inalienabili e riconosce il ruolo delle religioni nell'individuarli e difenderli. La cittadinanza non può quindi fondarsi sul mero consenso procedurale,
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svincolato da finalità etiche o, peggio, sull'utilitarismo; al contrario lo Stato laico, ponendo alla sua base la giustizia e quindi l'uguaglianza dei cittadini, opera per promuovere quest'ultima, coordinando le diverse libertà dei singoli verso un mutuo riconoscimento. Da ultimo, mentre si guarda con favore alla partecipazione dei cattolici a diversi schieramenti politici, si menzionano pure, non senza una certa preoccupazione, le lacerazioni del tessuto ecclesiale, causate dalle relative contrapposizioni e dalle divisioni ideologiche. E ci si interroga non solo su come restituire la politica al servizio, ma anche -- all'interno del mondo cattolico -- su come preservare l'unità di fondo e il rispetto reciproco, pur all'interno di un legittimo pluralismo di posizioni. Nodi problematici Dall'analisi dei contributi emerge la constatazione uno scarso interesse per le problematiche inerenti le grandi questioni della comunità internazionale, non solo da un punto di vista economico-finanziario, quali ad esempio la globalizzazione dei mercati, il problema dell'alimentazione in intere zone del pianeta, l'approvvigionamento idrico e l'inquinamento ambientale, ma anche per gli aspetti politici dovuti alla presenza di conflitti militari più o meno clandestini, nonché all'insufficienza di una governance mondiale, svolta dalle organizzazioni internazionali. La stessa disattenzione viene peraltro registrata per la società italiana che sembra caratterizzarsi per una marcata connotazione individualistica che rischia di portare sempre più verso un assurdo "razionalismo economico", che mina le basi stesse della convivenza. In questo contesto anche la famiglia sembra insidiata e messa in pericolo. Altri segnali confermano questa deriva che indebolisce il senso dell'essere parte di una comunità, a favore di un'identità senza legami e fatalmente chiusa in se stessa. Una certa crisi della cittadinanza si rileva ad esempio nella diffusa eclissi della legalità. I nodi irrisolti sono molti e diversi per contesti regionali: una fiscalità spensierata e per lo più negata, l'elogio dei furbi più che degli onesti, le mille facce della malavita organizzata, il clientelismo, i voti di scambio, l'omertà, il potere occulto della mafia, variamente denominata. Un altro indicatore preoccupante appare la scarsa rilevanza dei laici cristiani sul piano socio-politico. La cultura della delega si afferma anche tra quanti dovrebbero fare dell'impegno sociale e politico un'esigente forma di carità. Questa latitanza dalla scena pubblica coincide purtroppo con l'orientamento culturale prevalente che pone minore attenzione al sociale e dedica più tempo ai diritti individuali. Per i cristiani però questo dovrebbe risultare inaccettabile se si avesse una percezione più nitida della dottrina sociale
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della Chiesa, che appare come una risorsa ancora inesplorata per i più. Più di un contributo rimarca pure la scarsa valorizzazione dei laici cristiani, ai quali è chiesto di "incarnare" i principi nelle concrete situazioni storiche. Non sempre si ha la necessaria formazione per affrontare la fatica di pensare e di servire la cosa pubblica. La rissosità della politica è un altro nodo da affrontare, stando alle ripetute sottolineature dei vari interventi, che evidenzia il virus della contrapposizione fine a se stessa, dello scontro e della demonizzazione dell'avversario. È stato notato per altro che le divisioni e le lotte politiche in questi ultimi tempi si sono ripercosse fin dentro la comunità cristiana, la quale va ovviamente preservata da simili divisioni, essendo per definizione "segno e strumento dell'unità del genere umano" (cfr. Lumen gentium, n. 1). Infine, un nodo scoperto è il rapporto tra principi da affermare e la loro traduzione sul pinao culturale, sociale e politico. Il rapporto fede e politica va riferito alle questioni concrete, nelle quali i cristiani giungono a formulare un giudizio pratico a partire dalle loro convinzioni di fondo. Così l'ispirazione cristiana della politica fa mettere in primo piano i valori umani e cristiani della persona, della famiglia, della comunità. Ma non ci si può esaurire nel richiamo alla famiglia, alla libertà dell'educazione, alla difesa della vita. Quando indichiamo questi obiettivi fondamentali sappiamo che non si raggiungono dicendo semplicemente dei "no" alle provocazioni laiciste. È partendo dai "sì" che si debbono dare e dall'inevitabile intreccio di quei temi con le politiche economiche e sociali che si gioca la coerenza per il cristiano. È necessario un salto di qualità della cultura della mediazione e una sua nuova coniugazione con la cultura della presenza. Segni di speranza Fortunatamente accanto a questi nodi non mancano anche molti segnali, che invitano a sperare, allontanando l'atteggiamento mentale da "profeti di sventura". Va anzitutto rilevato il fatto che il territorio sia diventato una categoria indispensabile nell'agenda pastorale e dunque una prospettiva essenziale per qualsiasi ipotesi o decisione da assumere. Non che in passato tale categoria non esistesse affatto: basterebbe pensare alla parrocchia. E tuttavia quel che oggi emerge è una consapevolezza più nitida del rapporto tra evangelizzazione e contesto socio-culturale, di cui occorre promuovere una lettura attenta e ispirata a simpatia autentica. Un altro dato che lascia ben sperare è la presenza di uno zoccolo duro di laici cristiani, che per quanto minoritario, rappresenta però -- sia in ambito sociale sia in ambito ecclesiale -- un'acquisizione che garantisce una presenza capillare. Più in generale si constata che a una debole presenza dei cristiani nel "politico" fa riscontro, tuttavia, una ben più incisiva presenza nel "sociale": volontariato, associazionismo, cooperazione impegnati nelle
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risposte ai bisogni di deboli, poveri, emarginati, testimoniano una presenza nella comunità degli uomini, capaci di porsi come punto di riferimento per le istituzioni pubbliche, come segno efficace nella società civile dei valori del Vangelo. Sul fronte interno della comunità ecclesiale, i servizi di base (dalla liturgia alla catechesi, dalla Caritas all'amministrazione, dalla pastorale familiare a quella giovanile) sono sempre meglio interpretati e garantiti da uomini e donne, talvolta giovani. Sul piano della crescita della coscienza intorno alla cittadinanza si coglie l'emergere di una domanda nuova di formazione, specie tra le giovani generazioni. Occorre passare "dalla democrazia dei numeri o delle teste alla democrazia della parola e del linguaggio" (L. Milani). Più volte chiamato in causa è il rapporto con quella potente agenzia di produzione culturale che è il mondo dei mass-media. In genere si osserva che le Chiese locali cercano di guidare a un loro utilizzo critico e, quando serve, a una protesta educata e decisa. È coscienza sempre più chiara e condivisa che non basta però limitarsi a richiamare i rischi o gli errori connessi al linguaggio mass-mediale, ma anche coglierne le potenzialità e le opportunità inedite. A questa percezione della necessità di un impegno serio non sempre fa riscontro una lucida unità di intenti, attraverso sinergie di sforzi e di competenze, chiarezza e condivisione sui contenuti da trasmettere. Positivo appare infine l'ambito di valorizzazione del patrimonio culturale artistico: la rete dei musei diocesani comincia a manifestarsi come una potente azione evangelizzatrice, grazie a una conoscenza sempre più allargata dell'arte sacra. Prospettive Rispetto al tema del cittadino e delle forme di aggregazione sociale in cui esso cresce e si forma, la riflessione della comunità ecclesiale dovrebbe ripartire dal tema della sussidiarietà orizzontale, concetto originale della dottrina sociale della Chiesa, non tanto in un'ottica di separazione e di rifiuto degli ordinamenti civili, ma nella logica dell'aiuto, della collaborazione e dello stimolo delle politiche promosse dagli apparati istituzionali per l'individuazione e la costruzione del bene comune a tutti i livelli. La conoscenza del magistero sociale è essenziale: solo così si supera definitivamente la stagione delle ideologie e si fa maturare quella sensibilità per il "bene comune" che mette all'angolo una prevalente visione individualista che fa terra bruciata dei legami ed enfatizza solo gli interessi privati. Con l'effetto -- notato con singolare forza -- di "una terra con molti amanti e nessuno sposo (!)". Invertire questa tendenza richiede un grande investimento educativo, capace di sovvertire luoghi comuni, istinti di auto-conservazione, riflessi condizionati. Per questo si
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esige dai laici un discernimento critico, evitando ogni separazione tra cose spirituali e impegno per il bene comune, con la capacità poi di attivare una piattaforma politica condivisa. Questo ovviamente a partire da una conoscenza di prima mano del territorio, perché solo l'amore per la propria terra rende capaci di interessarsi ad essa. Senza lasciarsi scoraggiare da un certo pessimismo che ripete "ormai", sostituendolo invece con l'espressione più positiva "non ancora". E con la sensibilità di passare dai massimi principi alle questioni scottanti, passando per la mediazione democratica, in una paziente ricerca del consenso intorno al possibile concretamente "qui e ora". Esistono strumenti appropriati che possono esprimere la potenzialità di partecipazione e rendere maggiore la capacità deliberativa dei cittadini, fondata sull'idea che la legittimazione di un ordinamento dipende dalla capacità di ognuno di discutere gl